Gli acchiappanuvole

Esiste un certo accordo sul fatto che l’interrogativo iniziale della nostra filosofia è la rappresentazione dell’irrappresentabile.  Diceva infatti già Gorgia, nel V secolo a.C.: “Niente esiste. Se esistesse non sarebbe esprimibile. Se fosse esprimibile non sarebbe comunicabile”. Però noi parliamo,  scriviamo, suoniamo, dipingiamo… Del resto il calabrone, secondo le leggi della fisica, non potrebbe volare; eppure vola. Allo stesso modo anche noi tentiamo di comunicare: sappiamo che non è possibile, però si può dire che non facciamo – o tentiamo di fare – praticamente altro in tutto il corso della nostra vita.

Dario Olivero, su Repubblica del 21 febbraio 2020, ha chiesto a Gianrico Carofiglio: «Di che cosa parlano i suoi libri?» La risposta è stata:

«Difficile dirlo. Due temi su cui penso di essere tornato spesso sono tipicamente junghiani: l’ombra e la sincronicità». La sincronicità è più o meno questo: io penso a una persona e in quell’attimo la incontro oppure mi telefona. L’inconscio delle due persone è legato in un modo difficilmente spiegabile. Questo è noir, è d’accordo? «Questo è letteratura. È il grande tema dell’ombra che abbiamo dentro come esseri umani. La scrittura è andare nelle zone oscure, nella soffitta o nel sottoscala della coscienza. Lì dove ci sono le cose di cui abbiamo paura, di cui ci vergogniamo, da cui vorremmo distogliere lo sguardo».

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, per nostra fortuna, non aveva certo questo genere di paure. «L’importanza diciamo così storica dei Ricordi dal sottosuolo sta tutta qui. Per la prima volta, riprendendo la metafora del titolo del racconto, Dostoevskij prende una lampada e discende dall’appartamento al primo piano in cui è sinora vissuto, giù nel sottosuolo della casa. Dostoevskij, per dirla con un famoso verso di Baudelaire, scende nel sottosuolo  per “au fond del l’inconnu chercher du nouveau“. Dostoevskij troverà nel sottosuolo, cioè nell'”inconnu“, il nuovo, cioè “le nouveau” in tale quantità che non ne uscirà più. Tutti i libri  dopo i Ricordi dal sottosuolo sono stati scritti da quelle latebre tenebrose. E Dostoevskij è morto alla fine nel sottosuolo, senza mai più risalire alle stanze superiori.» (Alberto Moravia)

Ma ecco quello che scrive Dostoevskij: «Sono d’accordo: l’uomo è un animale essenzialmente creatore, destinato a tendere consapevolmente a uno scopo e a esercitare l’arte dell’ingegneria, cioè a costruirsi eternamente e incessantemente una strada, non importa dove conduca. Ma ecco, forse, ogni tanto ha voglia di svicolare via proprio perché è destinato ad aprirsi quella strada, e ancora, forse, perché per quanto stupido in generale sia l’uomo immediato e d’azione, talvolta tuttavia gli viene in mente che quella strada, a quanto pare, conduce sempre non importa dove e che l’essenziale non è dove vada, ma solo che vada e che il bravo bambino, disdegnando l’arte dell’ingegneria, non si abbandoni a un ozio pernicioso, il quale, come è noto, è padre di tutti i vizi. L’uomo ama creare e costruire strade, questo è indubbio. Ma com’è che ama anche appassionatamente la distruzione e il caos? Ecco, ditemelo un po’!”


Ma su questo argomento voglio dire io stesso due parole a parte. Non sarà che ama tanto la distruzione e il caos (infatti è indubbio che talvolta li ama molto, è un dato di fatto), perché istintivamente teme di raggiungere lo scopo e di completare l’edificio che sta costruendo? Che ne sapete, forse quell’edificio gli piace solo da lontano, ma non da vicino; forse gli piace solo crearlo, ma non viverci, e preferisce assegnarlo aux animaux domestiques, come formiche, montoni e via dicendo. Le formiche, infatti, hanno tutt’altri gusti. Loro hanno un edificio sorprendente di questo stesso genere, indistruttibile in eterno: il formicaio. Col formicaio le stimabilissime formiche hanno cominciato, e col formicaio probabilmente finiranno, il che fa molto onore alla loro costanza e positività.

Ma l’uomo è creatura frivola e disordinata e, forse, come il giocatore di scacchi, ama soltanto il processo del raggiungimento del fine, e non il fine in sé. E, chissà (non si può garantire), forse tutto il fine a cui tende l’umanità sulla terra consiste solo in questa continuità del processo di raggiungimento, in altre parole nella vita stessa, e non propriamente nel fine, che, s’intende, dev’essere null’altro che il due più due quattro, cioè una formula, perché due più due quattro non è già più la vita, signori, ma l’inizio della morte. Se non altro l’uomo ha sempre avuto una certa paura di questo due più due quattro, e io ne ho paura anche adesso. Supponiamo che l’uomo non faccia altro che ricercare questi due più due quattro, varchi gli oceani, sacrifichi la vita in questa ricerca, ma di raggiungerli, di trovarli veramente, quant’è vero Dio, ha quasi paura. Perché sente che appena li troverà non avrà più nulla da cercare.

Gli operai almeno, terminato il lavoro, riceveranno il denaro, andranno all’osteria, poi finiranno alla polizia: eccoli impegnati per una settimana. Mentre l’uomo dove andrà? Se non altro, ogni volta si nota in lui una specie di imbarazzo al momento di raggiungere scopi simili. Gli piace la conquista, ma non altrettanto l’aver conquistato, e questo, s’intende, è terribilmente ridicolo. In una parola, l’uomo è fatto in modo comico; in tutto questo è evidentemente racchiuso un calembour. Ma due più due quattro è comunque una cosa sommamente insopportabile. Due più due quattro: ma secondo me è soltanto impudenza. Due più due quattro ha un’aria strafottente, vi si piazza in mezzo alla strada con le mani sui fianchi e sputa. Sono d’accordo che due più due quattro è una cosa magnifica; ma se si vuol lodare proprio tutto, allora anche due più due cinque è una cosuccia talvolta molto carina.

E perché siete così fermamente, così solennemente convinti che solo ciò che è normale e positivo – in una parola, solo il benessere, sia vantaggioso per l’uomo? Non si sbaglierà la ragione, sui vantaggi? E se l’uomo non amasse solo il benessere? Forse ama esattamente altrettanto la sofferenza? Forse la sofferenza gli è vantaggiosa esattamente quanto il benessere? E l’uomo talvolta ama pazzamente la sofferenza, addirittura con passione, e questo è un fatto. Qui non c’è neanche bisogno di rifarsi alla storia universale; chiedete a voi stessi, se solo siete uomini e avete vissuto almeno un po’. Per quanto poi riguarda la mia opinione personale, amare solo il benessere è perfino sconveniente, in un certo senso. Che sia bene o male, talvolta anche rompere qualcosa è molto piacevole. Io infatti qui non sono propriamente per la sofferenza, e neppure per il benessere. Sono per… per il mio capriccio e perché mi sia garantito, quando occorre. La sofferenza, per esempio, nei vaudevilles non è ammessa, lo so. Nel palazzo di cristallo è addirittura impensabile: la sofferenza è dubbio, è negazione, e che palazzo di cristallo sarebbe mai, se in esso si potesse dubitare? E intanto sono convinto che l’uomo non rinuncerà mai alla vera sofferenza, cioè alla distruzione e al caos. La sofferenza… ma è l’unica origine della coscienza.

Anche se all’inizio ho dichiarato che la coscienza, secondo me, è la più grande infelicità per l’uomo, io so che l’uomo la ama e non la baratterebbe con nessuna soddisfazione. La coscienza, per esempio, è infinitamente superiore al due più due. Dopo il due più due, s’intende, non resterà più niente, non solo da fare, ma neppure da conoscere. Tutto ciò che allora si potrà fare è chiudere i propri cinque sensi e immergersi nella contemplazione. Ebbene, con la coscienza invece, anche se si perviene allo stesso risultato, cioè se anche qui non ci sarà nulla da fare, almeno qualche volta ci si può dare qualche frustatina, e questo è pur sempre vivificante. Per quanto retrogrado, è sempre meglio di niente. […]

Da noi russi, generalmente parlando, non ci sono mai stati quegli sciocchi romantici, siderei chiappanuvole tedeschi e soprattutto francesi, che rimangono imperterriti, anche se la terra dovesse spaccarsi sotto i loro piedi, anche se tutta la Francia dovesse perire sulle barricate; macché, loro restano sempre uguali, non cambieranno neppure per rispetto alla decenza, e canteranno sempre le loro canzoni sideree, per così dire, fino alla tomba, perché sono degli imbecilli. Da noi, invece, in terra russa, non ci sono imbecilli, la cosa è risaputa; proprio per questo ci distinguiamo dalle altre nazioni straniere. Pertanto di quei chiappanuvole allo stato puro non ce ne sono da noi. (Dostoevskij – Ricordi dal sottosuolo)

Tornando ai giorni nostri: «…Fin qui ho dato per scontato un uso, diciamo così, normale, della rete. Ma esiste anche un uso meno ovvio, diciamo pure anomalo, della rete, che consiste nel cercare, non solo risposte alle nostre domande, ma domande inaspettate, che possono generare altre domande, portandoci ai libri attraverso strade impreviste. Si tratta di una strategia anomala, perché invece di evitare quello che nella lingua dell’informatica si chiama, se non erro, “rumore” ( noise ), lo cerca. Ci si inoltra a tentoni nel bosco elettronico senza sapere bene che cosa si stia cercando, per essere colti di sorpresa da qualcosa che non si aspetta.

Ma qual è lo scopo di una strategia così tortuosa? La risposta è semplice. Come mi è capitato di dire tante volte agli studenti, trovare quello che si cerca, punto e basta, è troppo poco. Per contrastare quest’impulso bisogna dare spazio al caso, all’imprevedibile. Ma il caso non agisce da solo: dall’altra parte c’è chi fa ricerca, con le sue curiosità, i suoi pregiudizi. Ancora una volta, tutto questo rinvia alla formazione, e quindi al dialogo con gli insegnanti, con i bibliotecari. Anche l’uso sofisticato della rete richiede una mediazione umana. Dobbiamo considerarlo un privilegio riservato a chi fa ricerca? Ma la ricerca può essere fatta a tutti i livelli. Non mi stanco di ripeterlo: tartufi per tutti. I tartufi sono buoni, sono rari, sono cari: tartufi per tutti.» (Carlo Ginzburg – la Repubblica 27 maggio 2020)

Purtroppo, di quegli sciocchi chiappanuvole allo stato puro ce ne sono davvero pochi anche da noi. Infatti  quasi tutti i nostri “libri” non sono scritti bene: ormai da troppo tempo, essi sono scritti come si pensa si debba scrivere. Evitando così di tentare di descrivere l’essenziale: che rimane, come sempre è stato ed eternamente sarà, sempre lo stesso: affrontare l’inesprimibile.

Nel dipinto in testata: “Studio di nuvole, Hampstead, Albero a Destra” (Sept. 11, 1821) di John Constable.
Il brano Hollyood di Nick Cave & The Bad Seeds è contenuto nell’album Ghostseen (2019)
Il brano Magneto di Nick Cave & The Bad Seeds è contenuto nell’album Skeleton (2016)
Il brano Bloodflowers dei Cure è contenuto nell’album omonimo (2000). Il video dal vivo è tratto da un concerto tenuto a Berlino nel 2002.
Questo è il testo di Bloodflowers:
“This dream never ends” you said  (“Questo sogno non finisce mai”, hai detto)
“This feeling never goes  (Questo sentimento non va mai via)
The time will never come to slip away”  (Non giungerà mai il momento di scivolare via)
“This wave never breaks” you said  (“Quest’onda non si rompe mai”, hai detto)
“This sun never sets again  (Il sole non tramonta più)
These flowers will never fade”  (Questi fiori non appassiranno mai)
“This world never stops” you said” (Questo mondo non si ferma mai”, hai detto)
“This wonder never leaves  (Questa meraviglia non ci lascia mai)
The time will never come to say goodbye” (Non giungerà mai il momento di dire addio)
“This tide never turns” you said  (“Questa marea non cambia mai direzione”, hai detto)
“This night never falls again  (Questa notte non cade più)
These flowers will never die” (Questi fiori non moriranno mai)
Never die   (Non moriranno mai)
Never die  (Non moriranno mai)
These flowers will never die (Questi fiori non moriranno mai)
Never die  (Non moriranno mai)
“This dream always ends” I said  (“Questo sogno finisce sempre”, ho detto)
“This feeling always goes  (Questo sentimento va sempre via)
The time always comes to slip away” (Giungerà sempre il momento di scivolare via)
“This wave always breaks” I said (“Quest’onda si rompe sempre”, ho detto)
“This sun always sets again  (Il sole tramonta sempre)
And these flowers will always fade”  (E questi fiori appassiranno sempre)
“This world always stops” I said  (“Questo mondo è sempre fermo” )
“This wonder always leaves  (Questa meraviglia ci lascia sempre)
The time always comes to say goodbye”  (Sarà sempre il momento di dirsi addio)
“This tide always turns” I said  (“Questa marea cambia sempre direzione” ho detto)
“This night always falls… (Questa notte cade sempre…)
This flowers will always die  (Questi fiori moriranno sempre)
Always die (Moriranno sempre)
Always die (Moriranno sempre)
These flowers will always die (Questi fiori moriranno sempre)
Between you and me (Tra te e me)
It’s hard to ever really know who to trust (È sempre difficile sapere di chi fidarsi)
How to think what to believe (Come pensare cosa credere)
Between me and you  (Tra me e te)
It’s hard to ever really know who to choose (È sempre difficile sapere chi scegliere)
How to feel what to do (Come sentire cosa fare)
Never fade (Non appassire mai)
Never die (Non morire mai)
You give me flowers of love (Mi dai fiori d’amore)
Always fade (Appassiscono sempre)
Always die (Muoiono sempre)
I let fall (Lascio cadere)
Flowers of blood (Fiori di sangue)

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