I giardini di Adone

Mia lingua elusiva / accomodante complice al non-pensiero / pietoso velo del vero / a nascondere un sì un no / prigione aperta / fanghiglia in cui nuoterò
Mia lingua – ossequiente / sorriso di postulante di debitore / muta senza furore / mia rabbia rinviata / mio eterno ieri / falsa lingua umiliata (Giovanni Giudici)

 

STORIE. Nel suo romanzo Tutte le anime Jose Marías (il grande scrittore purtroppo scomparso lo scorso 11 settembre) scriveva: «Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili, di scelte non compiute, di opportunità mancate, di elementi che ignoriamo perché riguardano gli altri, di cui è ancora più arduo sapere tutto o sapere qualcosa».

Questo è quello che stava cercando Marías, quello che vanno indagando tutti i grandi scrittori: le zone che tutti gli altri esseri umani cercano di ignorare, di occultare a sé stessi e agli altri; e gli scrittori vogliono svelarle, ci si accaniscono. Scrive ancora Marías: «Le zone d’ombra, e il mistero del tempo, sono i temi principali di qualunque romanzo degno di questo nome, almeno per me. Sono il territorio dell’ambiguità, dell’indecisione, del dilemma, ed è questo, in larga misura, che dà forma alla vita, almeno a quella che interessa me».

Questo è quello che indagano i grandi scrittori; ma di grandi scrittori, purtroppo, ne nascono davvero pochi in un secolo intero. Invece di piccoli “scrittori”, mediocri portaborse che ritengono di interpretare lo spirito del tempo assecondandone acriticamente la corrente, ne nascono molti ogni anno. Anzi, praticamente ogni giorno. Anche questa è una zona d’ombra, un territorio dell’ambiguità.

Occorre fare molta attenzione. Secondo Jonathan Gottschal, ad esempio: «Le storie sono responsabili anche di molto del bene che viene fatto nel mondo, ma sono al contempo il mezzo con cui si diffondono e si affermano le maggiori disfunzioni sociali. […] Ironicamente, il mondo della post-verità non è un mondo dove la maggior parte delle persone pensa che non esista una verità o dove tutti diventano dei relativisti post-moderni, al contrario è un mondo di grandi certezze. Un mondo dove non importa quale sia la storia assurda in cui credi, internet ti permetterà di trovare delle informazioni che la sostengano, informazioni che sembreranno delle prove più o meno credibili. […] Ironicamente è proprio la nostra convinzione un po’ cialtronesca che le storie non abbiano su di noi un grande potere a renderle così potenti: siccome non riconosciamo potere alle narrazioni non facciamo nulla per difenderci da esse. […] Se riusciamo a capire che abbiamo una suscettibilità innata nei confronti delle narrative manipolatrici che stanno dividendo le nostre società, allora potremmo riuscire a resistere un po’ meglio.»

Non esistono e non sono mai esistiti storytellings neutrali.

MERITOCRAZIA. «La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legitimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono. Il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. […] Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritorcrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa.» (dal discorso di papa Francesco pronunciato il 27 maggio 2017 presso lo stabilimento Ilva di Genova)

Anche i parametri relativi ai criteri di giudizio del “merito” fanno parte di una narrazione: di quella dominante, ovviamente. I premi, diceva Alberto Arbasino, spesso “sono ricompense per buona condotta, riconoscimento di servigi, contraccambio di favori, soccorsi ai bisognosi, coronamenti di carriere, estreme unzioni ai moribondi, parchi della rimembranza, musei di figure di cera”. Il punto è che «Chi dispensa il merito – nelle forme della valutazione, dei premi, degli incentivi, della carriera – stabilisce anche cosa è il merito. Stabilisce, in ultima analisi, una gerarchia di valori sociali rispetto ai quali gli individui possono essere ritenuti meritevoli. Chi non corrisponde a quei valori viene classificato nella categoria dei non meritevoli. Si tratta di una gerarchia che ha il potere di escludere, di istituire – ancora una volta – disuguaglianze.» (Mauro Boarelli: Contro l’ideologia del merito – Laterza, 2019)

L’ordine  meritocratico è fondato sulla crescita economica: «La capacità di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, si chiama “intelligenza”: questa ferrea misura è il criterio con cui la società giudica i suoi membri.» (Michael Young) L’intelligenza che viene coltivata è un’intelligenza  utilitaristica, pratica, misurabile. La canalizzazione precoce dei bambini nel sistema di istruzione avviene sulla base di questa classificazione.

LENTEZZA. Alcune caratteristiche della personalità, come la sensibilità o la lentezza diventano improvvisamente scomode perché estranee all’istintivo comune sentire della maggioranza e ai ciechi meccanismi della produzione materiale. In questa chiave, esse rappresentano un demerito. Grave. «Un tempo consideravo la lentezza come un difetto da eliminare, quasi una malattia da curare. Quando un professore diceva di qualche mio compagno, o anche di me in materie come calcolo algebrico o tecnica commerciale, che eravamo “lenti nell’apprendere”, provavo una specie di brivido di impotenza, il segno di una condanna soprannaturale alla stupidità. Più tardi, quando sono diventato a mia volta un insegnante e ho potuto rispecchiare il mio nel processo di apprendimento di certi alunni, ho avuto motivo di rivalutare e riconsiderare anche la gravità dei miei ritardi di scolaro. Perché non c’è dubbio che la maggior parte degli alunni ritardatari, quando arrivano alla comprensione di un concetto o di un contenuto, lo fanno loro profondamente. E anzi, mi sono reso conto che il loro ritardo è causato proprio da un instintivo rifiuto di una forma superficiale di comprensione.

Ugualmente però mi è rimasto dentro qualcosa di incompiuto, che sentivo il bisogno di chiarire. Non ho mancato di leggere tutto ciò che mi capitava fra le mani riguardo al “tardare” e al “trattenersi” come forma diversa di conoscenza: a cominciare dalle pagine sui giardini di Adone nel Fedro di Platone, fino a La scoperta della lentezza di Sten Nadolny e al Saggio sulla stanchezza di Petere Handke. […] Gli stimoli nascono nei silenzi, nelle interruzioni, in quelle pause che la vita si prende tra un fatto e la sua continuazione. […]  Non ho mai preso coscienza però dei pregi della lentezza e del ritardo finché non mi è saltata agli occhi, aggredendomi come una belva, la pericolosità di chi invece come si dice, “sa quello che vuole”, ed è smanioso di fatti, di certezze pronte e immediate».  (Sandro Onofri – da Le magnifiche sorti)

Nella mitologia greca, Adone è un bellissimo giovane amato da Venere e morto prematuramente. Con l’espressione i giardini di Adone i Greci indicavano delle semine estive di semi piantati in recipienti artificiali, che crescevano rapidamente in otto giorni e morivano però senza lasciar frutto. Platone nel Fedro usa l’espressione come metafora della scrittura, da lui considerata un tipo di conoscenza inferiore all’oralità perché permette di ricordare solo in modo superficiale, senza produrre frutti duraturi: l’agricoltore assennato – dice Socrate nel dialogo – preferisce seminare in un luogo adatto piante che danno frutti in otto mesi, piuttosto che piantare  semi infruttuosi che crescono in otto giorni. Per Platone la lentezza era indispensabile.

IRONIA. In una conversazione con Philip Roth, Milan Kundera ha detto di aver scoperto il valore dell’umorismo negli anni di Stalin: «Avevo vent’anni, e riuscivo sempre a riconoscere le persone che non erano staliniste, le persone che non dovevo temere, dal modo in cui sorridevano. Il senso dell’umorismo era un segno di riconoscimento affidabile. Da allora mi terrorizza un mondo che sta perdendo il senso dell’umorismo». E poi c’è Ennio Flaiano, che parlava della tromboneria ovvero della renitenza degli italiani all’umorismo, lamentandosene con Alberto Arbasino: «Tutto viene preso sul serio, in questo benedetto paese, tranne le cose serie.» Infatti lo scrivente o parlante italiano medio pensa alla sua vita come a un dramma o a un libro dell’Eneide, o a un romanzo di formazione, o a una commedia romantica: sempre un gradino sopra la realtà effettuale della cosa, mai un gradino sotto o di lato, presunti profeti di una verità superiore incompresibile ai non eletti. «E i non guariti, questi attempati coglioni col ditino perennemente alzato a indicare la verità o la via, sono tra gli esseri umani peggiori che possa capitare d’incrociare sui giornali o in TV o, tipicamente, in un consiglio di dipartimento.»

«Si spiegano così dichiarazioni reboanti come questa che dobbiamo a uno dei professionisti della mutria, Franco Fortini: “Gli imbecilli dissacrano, è il loro mestiere. Capire che il riso comporta un grado elevato di complicità con il potere e l’ideologia dominanti non è facile da concedere, ne convengo. Che il riso non castighi i costumi ma li confermi, è duro da ammettere. Ma è così. Il riso vale come critica solo se si aggiunge a una critica che non ride. Non può sostituirla. Debbo sapere che la tirannide è tragica. Solo quando ciò è ben chiaro, come in Shakespeare o in Beckett, allora posso permettermi di fare entrare i clowns.” […]

Così a un certo punto della vita adulta bisogna fare una scelta e decidere da che parte stare. C’è la parte di Flaiano, che pensava che la cosa più importante fosse sorridere e far sorridere, senza pronunciare proclami, elaborare visioni del mondo, firmare manifesti; e c’è la parte di Fortini, che – come Jorge da Burgos nel Nome della rosa – pensava che, con tutto il male che c’è nel mondo ridere è nella migliore delle ipotesi una leggerezza e nella peggiore un crimine, o la complicità in un crimine.» (Claudio Giunta – dal Domani Finzioni, 17 settembre 2022) Benissimo l’iconoclastia e la provocazione antiborghese; ma rispetto alla contestazione incendiaria del futurismo (“… guerra sola igiene del mondo…”) scegliamo il paradosso e l’insensatezza dadaista (la Fontana” di Duchamp!), la funambolica leggerezza e il gioco distruttivo della risata. Troppa gente si prende troppo sul serio; uno po’ più di (auto)ironia non guasterebbe affatto.

UTILITÁ. Nel suo saggio Edgar Allan Poe, la sua vita e i suoi scritti, Charles Baudelaire riportava le convinzioni “estetico-filosofiche” dello scrittore americano (nonché le sue): «Il nostro spirito possiede facoltà elementari il cui fine è differente. Le une si applicano per soddisfare la razionalità, le altre percepiscono i colori e le forme, altre soddisfano un fine costruttivo. La logica, la pittura e la meccanica sono i prodotti di queste facoltà. E come abbiamo nervi per aspirare odori piacevoli, nervi per sentire i colori belli, e per dilettarci al contatto con corpi lisci, noi possediamo una facoltà elementare per percepire il bello; essa ha il suo fine e i suoi mezzi. La poesia è il prodotto di questa facoltà; essa è volta al senso del bello e non ad un altro. È farle ingiuria, sottometterla al criterio delle altre facoltà, ed essa non si applica mai ad altre materie se non a quelle che sono necessariamente il cibo dell’organo intellettuale a cui essa deve la sua nascita. Che la poesia sia susseguentemente e come conseguenza utile, questo è fuori dubbio, ma non è questo il suo fine; questo le è dato per soprammercato

Secondo Baudelaire, Poe si proponeva soprattuto la confutazione di ciò che egli chiamava con spirito la grande eresia dei tempi moderni. Questa eresia è l’idea di utilità diretta.

Per il niente che può contare, condividiamo ancora oggi il loro proposito. Festina lente.

Nell’immagine in testata: La nave negriera (1840) di William Turner-  (Il brano dei Radiohead – Go Slowly è contenuto nell’album In Rainbow (2007). Il video è contenuto nel filmato  In Rainbows – From The Basement registrato live all’Hospital Club, Londra nell’Aprile 2008

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