Il capitale umano

UNO. Piero Calamandrei affermava che l’Università, al pari della Scuola, «è più importante del Parlamento, della Magistratura e della Corte costituzionale », perché deputata alla «formazione della classe dirigente». Il giovane Antonio Gramsci invece “denunciava, in una gran parte dell’intellettualità torinese, una concezione della cultura che gli appariva stantia, meramente erudita, veramente dannosa, che vede gli studenti non come persone da far maturare, bensì “recipienti” da riempire di nozioni:

«Una cultura che serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore […] che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori, più deleteri per la vita sociale di quanto siano i microbi della tubercolosi o della sifilide per la bellezza e la sanità fisica dei corpi. Egli aveva imparato a distinguere tra pseudocultura e cultura autentica.» (da “Gramsci: Una nuova biografia” di Angelo d’Orsi)

Ma di cosa parliamo davvero, quindi, quando parliamo di “cultura”?

«Nel 1963 lo scrittore inglese Charles Percy Snow pubblicò Le due culture , un saggio fortunato che animò il dibattito sul rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica. Nel 2013 lo psicologo americano Jerome Kagan pubblicò a sua volta Le tre culture in cui, alle discipline naturali e umanistiche aggiunse quelle sociali. Intanto, a partire dal 1969, si erano andate sviluppando le reti Arpanet e poi Internet che avrebbero dato vita a una quarta cultura: quella digitale. Gli antropologi, invece, preferiscono parlare di tre culture, intese come bagaglio di conoscenze che ciascuno di noi si porta dentro: la cultura ideale (le idee, i linguaggi, le credenze, gli stereotipi), quella materiale (l’insieme delle materie e dei manufatti che ci circondano) e quella sociale (usi, costumi, leggi, comportamenti solidali e conflittuali).» (Domenico De Masi – il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2021)

La realtà è che − al contrario di quanto si tende semplicisticamente a credere − non esiste alcun parametro definitivo o esclusivo per la sua definizione; e tantomeno alla sua valutazione. Come al solito, decide l’egemonia culturale del momento. E i dissidenti vanno conseguentemente emarginati. Al peggio, addirittura eliminati.

 

DUE. Forse non tutti sanno che esiste un ente incaricato per legge della valutazione dei dipartimenti universitari; esso giudica la produzione dei loro docenti, si chiama ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario), ed è emanazione diretta del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). L’Agenzia in questione — non a caso — designa le attività e pubblicazioni dei docenti con il termine di «prodotti». Un termine che esprime appropriatamente l’ideologia produttivistico-quantitativa che domina tutta la sua attività.

Ci sono espressioni che da sole racchiudono l’essenza di una situazione storica o ritraggono lo spirito di un’istituzione. O magari illustrano indirettamente anche le contraddizioni di entrambe. L’espressione «capitale umano», ormai così frequente quando si parla d’istruzione, è una di queste. Vediamo ad esempio i criteri prescritti dall’ANVUR per l’accesso degli aspiranti docenti alla prova per l’Abilitazione scientifica nazionale:

« I quali criteri consistono in un certo numero obbligatorio di «prodotti», rigidamente classificati per tipologia (monografia, articolo, articolo su una rivista certificata di primo o di secondo livello) nonché di attività tra le quali svetta la partecipazione a qualche convegno, naturalmente meglio se internazionale. Insomma un puntiglioso e inflessibile sistema di norme che esclude programmaticamente qualunque effettivo giudizio sull’intrinseco rilievo culturale (se è ancora permesso usare una simile categoria) che un candidato e la sua produzione possono avere. Quindi in maniera del tutto indipendente dalla qualità di quanto egli ha scritto ovvero dall’eco che il suo testo può aver avuto nell’ambito degli studi. Criteri più o meno analoghi — improntati a una prevalente misura quantitativa e formalistica — l’Anvur ha stabilito anche per valutare l’attività dei docenti che già insegnano: valutazione da cui dipende l’entità dei finanziamenti erogati dal centro ai loro rispettivi atenei.

Ebbene, l’effetto di questo insieme di norme sulle discipline cosiddette umanistiche è stato si può ben dire devastante: una fuga dalle monografie di ampio respiro in quanto apportatrici di uno scarso punteggio rispetto ai semplici articoli anche di poche pagine; insensata moltiplicazione di questi pur di far numero e naturalmente loro deciso scadimento qualitativo; l’invenzione comunque di un argomento quale che sia su cui scrivere qualcosa anche se non si ha in realtà nulla da dire; una corsa patetica a sollecitare o inventare una partecipazione a seminari e convegni internazionali quali che siano e dovunque siano; infine l’attribuzione pressoché a chiunque dell’Abilitazione nazionale con relativa occupazione di posti da parte di incapaci e immeritevoli.»

TRE. «Secondo la definizione datane dall’Ocse — da sempre grande propugnatrice e divulgatrice del suo impiego — per «capitale umano» s’intende «l’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico». Si capisce subito dunque che si tratta di un’espressione congrua all’universo delle conoscenze economico-tecnico-scientifiche con un ovvio e forte risvolto di tipo produttivo. Che perciò la centralità che ad essa è ormai riservata corrisponde al proposito già da tempo in atto di fare sempre di più dell’istruzione un’appendice del cosiddetto «mondo del lavoro». Il che non può che significare una cosa precisa, e cioè privare sempre di più la scuola e l’università della loro autonomia formativa originaria per subordinarle a logiche e a fini esterni.

Non a caso la definizione suddetta di «capitale umano» si rivela ben poco adatta — a meno di non ricorrere a ridicole forzature semantiche — a trovare un’applicazione sensata nel campo del sapere delle discipline cosiddette umanistiche (giuridiche, filologico-letterarie, storico-filosofiche, psico-pedagogiche). Il quale, come è ovvio, non può certamente dar luogo ad alcun «benessere» misurabile in termini quantitativi, ad alcuna crescita di tipo economico, ad alcuna applicazione produttiva, ad alcuna creazione di start-up. È davvero difficile, ad esempio, immaginare come una ricerca sul diritto romano o sugli Inni sacri di Manzoni possa «facilitare la creazione» di tutte le cose che auspica l’Ocse e dietro di lei i moltissimi che hanno fatto del concetto di «capitale umano» il proprio vessillo.

[…] il punto che va con altrettanta forza sottolineato è che in nessun modo i criteri di tale valutazione possono essere eguali per il comparto delle materie di carattere scientifico-tecniche e per quello delle materie cosiddette umanistiche, a costo di dover cominciare a immaginare — come del resto molti altri fatti spingono con forza a immaginare — due tipi diversi e separati di università. E comunque, se gli addetti alle prime trovano adeguati i criteri che ho sommariamente riferito sopra, se si riconoscono nell’ideologia del «capitale umano» e dei «prodotti» espressa dall’Anvur, benissimo, essi continuino pure così. Quel che è certo è che invece per un diverso ambito di discipline quei criteri si stanno rivelando micidiali.(Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera, 5 Mar 2021)

QUATTRO. «Abbiamo necessità di Umanesimo: inteso non come riedizione di un momento culturale storico, non come l’altra metà del pensiero e del sapere, non come punto di vista particolare sul mondo, ma come capacità di fronteggiare una triplice responsabilità, di cui l’ideologia tecnocratica – tutta protesa al paradiso terrestre di “un’Atene digitale” e all’utopia illimitata di una “società postmortale” – non si cura: riscoprire il pensiero interrogante, che si alimenta di critica, autocritica e cultura straniera; riappacificarci col tempo, mortificato e divorato da un presente deprivato sia della memoria dei trapassati sia del progetto per i nascituri; riappropriarci dell’arte della sintesi, della scienza dell’intero, della visione dell’insieme. Per essere davvero medico, ingegnere, economista, architetto, scienziato devi avere uno sguardo sinottico e devi sapere che dopo cinque anni la tua formazione specialistica è da rivedere. Le competenze digitali, tecnologiche e ambientali, evocate anche dal presidente del Consiglio, reclamano conoscenze storiche, filosofiche, artistiche: invocano il grido del pensiero. ll Recovery Plan non sarebbe dovuto andare anche nella direzione di un Paese unico per tradizione e capitale culturale?

Questo Umanesimo, che non è mai compiuto ma ha sempre da essere, lo si acquisisce non reclutando filosofi in azienda né ricorrendo ad alchimie interdisciplinari, con qualche ora di scienze e numeri a lettere, di latino e filosofia a ingegneria. L’Università non stampa moneta, non crea lavoro, non garantisce felicità, ma si pone come il luogo naturale nel quale sperimentare l’alleanza tra il notum dei padri e il novum dei figli, tra le ragioni della cultura e le responsabilità della politica, tra le risposte della tecnologia e le domande dell’Umanesimo.

Luogo della tradizione, l’Università ci consegna l’eredità dell’Europa, nella quale la lezione di Gerusalemme, Atene e Roma è rinata dando vita a nuove forme di arte, letteratura, filosofia, e ha coabitato con le grandi rivoluzioni: scientifica del Seicento, illuministica del Settecento, industriale dell’Ottocento. E ci fa il dono di entrare in quello che Agostino chiamava «il palazzo della memoria», e quindi di porci in relazione con il continuum della storia, che ci soccorre nel capire e nel cambiare e ci preserva dall’essere «gli uomini del momento » (Chateaubriand) e «i servitori della moda» (Nietzsche).

Luogo della traduzione, essa è chiamata a interpretare l’avvento imperioso di linguaggi, paradigmi e scenari inediti. Dopo aver sperimentato senza successo la triade Inglese, Internet, Impresa, gioverà scommettere su altre “i”: intelligere, cogliere (legere) i problemi nella loro profondità (intus) e relazione (inter); interrogare, abitare le domande e i dubbi, nella consapevolezza che l’arte dell’interrogare è più decisiva di quella del rispondere; invenire, nella sua duplice accezione di dissotterrare la storia dei giorni passati e di inventare quella dei giorni a venire.» (Ivano Dionigi – la Repubblica, 7 giugno 2021)

CINQUE. Disgraziatamente però, il proposito, implicito o esplicito, di imporre in modo autoritario un determinato, strumentalmente controllabile modello culturale (ovviamente utile all’autorità del momento) fa parte della natura umana.

Per fare solo uno tra gli innumerevoli, anzi infiniti esempi della storia della letteratura e quindi del suo eterno conflitto con l’autorità politica: «Il 7 luglio 1857 la direzione generale della pubblica sicurezza del ministero degli Interni francese redasse un rapporto in cui si definivano I fiori del male di Baudelaire “una sfida lanciata alle leggi che proteggono la religione e la moralità”. «L’accusa principale che i giudici gli muovevano era la stessa fatta a Flaubert, era il realismo: “Quella febbre malsana che porta a dipingere tutto, a descrivere tutto, dire tutto” che il sostituto procuratore Pinard rimproverò a Baudelaire, e che attirava gli occhi dei sonnambuli del Secondo impero sulla realtà delle cose che erano state nascoste dal regime napoleonico. Un anno prima Flaubert se l’era cavata perché in Madame Bovary non c’erano tracce della rivoluzione del 1848 come invece c’erano nei Fiori del male, ma ora bisognava dare un segnale, bisognava spaventare il poeta che si illudeva di farla franca passando per “pazzo” rendendolo sarcasticamente alla lettera.» (Giuseppe Montesano: da Baudelaire è vivo. I Fiori del male tradotti e raccontati – Giunti, 2021)

D’altra parte, come ha scritto Immanuel Kant nei suoi Scritti politici: «Da un legno storto com’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto». È quindi davvero importante esserne consapevoli. Spiace però dire che, in questo caso, l’ottimismo della volontà tende comunque a soccombere al pessimismo della ragione.

Il brano “L’aggettivo mitico” di Francesco De Gregori è contenuto nell’album “Amore nel pomeriggio” (2001)

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