Il coniglio nel cilindro

UNO. Il  principale trucco del prestigiatore consiste nel distrarre il pubblico e farlo guardare nella direzione sbagliata. La politica e/o i media possono fare la stessa cosa: sventolare il fazzoletto per nascondere il coniglio, cioè parlare di un tema per non affrontarne un altro. Facciamo un esempio.

Sul Corriere della Sera del 9 ottobre 2021 Giorgia Meloni (presidente di Fratelli d’Italia) pronuncia parole abbastanza chiare per tentare di mettere una toppa sulle immagini che mostrano una destra ancora esplicitamente fascista nelle liste e negli ambienti di Fratelli d’italia: “Nel dna di Fratelli d’italia non ci sono nostalgie fasciste, razziste, antisemite. Non c’è posto per nulla di tutto questo. C’è il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro”.  Anche se le rimane la tentazione di bollare tutto come un complotto della stampa (“Il ‘pericolo nero’, guarda caso, arriva sempre in prossimità di una campagna elettorale”), oppure come una strategia machiavellica degli avversari politici (“I nostalgici del fascismo non ci servono: sono solo utili idioti della sinistra, che li usa per mobilitare il proprio elettorato”), le sue parole sono apprezzabili. Tuttavia l’affermazione più sorprendente contenuta nell’intervista in oggetto (di Paola Di Caro: “I nostalgici del fascismo sono utili idioti della sinistra”) in realtà è un’altra, la seguente:

«… E non c’è niente nella mia vita, come nella storia della destra che rappresento, di cui mi debba vergognare o per cui debba chiedere scusa. Tantomeno a chi i conti con il proprio passato, a differenza di noi, non li ha mai fatti e non ha la dignità per darmi lezioni».

Oplà… eccolo qua, il coniglio; nella breve frase compressa tra due virgole: «a differenza di noi»!

DUE. La presidente di Fratelli d’Italia con queste parole (pronunciate due volte nel corso dell’intervista, quasi incidentalmente…) sostiene quindi  che la destra italiana, a differenza di altri (?) abbia fatto una volta per tutte i conti con il proprio passato. Allora domandiamo: di grazia, ma quando sarebbe successo tutto ciò? A parte il fatto che la fiamma tricolore – che nel simbolo del MSI scaturiva dalla bara di Mussolini – brucia ancora in quello di FdI, sembrerebbe che  Giorgia Meloni non abbia approfondito a sufficienza la storia del secondo dopoguerra italiano. In questo periodo di fatto si verificò una sostanziale continuità istituzionale nelle strutture burocratiche e negli apparati di forza (ad esempio l’esercito) al fine di consolidare il processo di ricostruzione nazionale dopo la sconfitta nella guerra. Continuità oggettiva e riconosciuta da tutti gli storici degni di questo nome – escludendo quindi dalla categoria i consueti e strumentali negazionisti. La parola agli storici:

«La fascistizzazione dell’apparato burocratico non fu dunque, com’è stato scritto, “di parata” […] Il fascismo, come forma storicamente sperimentata di potere borghese, non si esaurisce nei quadri del partito fascista ma è un sistema di dominio di classe in cui proprio gli apparati amministrativi tradizionalmente autoritari hanno parte rilevante. Di parata va piuttosto definita, dato il fallimento dell’epurazione, la democratizzazione post-resistenziale. (Claudio Pavone, Alle origini della Repubblica – Bollati Boringhieri, 1995)

«Gli equilibri politici internazionali, che con la guerra in corso si delineavano nella misura delle progressive e differenti modalità di liberazione nazionali, rappresentarono oggettivamente un elemento di profonda incidenza rispetto alle questioni della non punizione dei criminali di guerra e del fallimento sostanziale dell’epurazione dello Stato in Italia. […] Oltre al blocco di forze interno (che Amendola indicava nelle classi dirigenti del capitalismo nazionale; nelle forze armate legate al re; nei partiti di destra del Cln, nonché nel Vaticano “impegnato a salvaguardare nella crisi bellica le posizioni conquistate con i Patti lateranensi e con il Concordato”), a premere per la soluzione continuista concorreva, in ragione del vincolo esterno determinatosi con la firma dell’armistizio, lo schieramento alleato, che aveva “tutto l’interesse a a mantenere integra la funzione di quello Stato che aveva sottoscritto l’armistizio e assunto impegni, di cui la continuità era garanzia di osservanza”» (Davide Conti, Gli uomini di Mussolini – Einaudi, 2017)

TRE. La destra italiana, infatti, non si è mai neppure sognata di fare i conti con il proprio passato; non lo ha fatto per la semplice ragione che non solo non vi è stata costretta, ma è stata addirittura incoraggiata a non farlo; a causa di evidenti scelte di strategia geopolitica dell’alleanza occidentale e NATO, affermano gli esperti. In termini tecnici, quindi, la suddetta dichiarazione di Meloni rappresenta una vera e propria panzana. Ora: soprassediamo pure sul fatto che il suo candidato sindaco a Roma, Enrico Michetti, si trova di nuovo nell’occhio del ciclone per un articolo del 2020 dal sapore vagamente negazionista (“Ogni anno si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah. Nulla di male. Ma mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe”. Per gli ebrei più pietà “perché avevano le banche”).

Resta il fatto che domenica 10 ottobre Giorgia Meloni ha partecipato all’incontro nazionale di Vox, partito di estrema destra spagnolo, anti-immigrazione e anti-femminista. Dopo aver parlato di «orgoglio nazionale», «patrioti», «identità», «dittatura del politicamente corretto», e dopo aver detto che la famiglia cosiddetta tradizionale «è sotto attacco» e che la «laicità dello stato viene usata come una clava contro i simboli del cristianesimo», Meloni, rispondendo ai giornalisti, ha commentato gli scontri durante il corteo “No Green Pass” di Roma e l’assalto alla sede romana della CGIL a cui hanno partecipato anche Roberto Fiore, fondatore del partito neofascista Forza Nuova, e Giuliano Castellino, capo romano dell’organizzazione neofascista. Continua a dichiararsi diversa e distante dai gruppuscoli NO Green Pass che hanno messo a fuoco e fiamme Roma, ma poi sostiene che certamente si tratta di squadrismo, ma che la matrice non è chiara.

QUATTRO. «Ferruccio Michele Arturo Vittorio Benito, tutto di seguito e senza virgole, anche sull’originale dell’atto di nascita. […] Nel corso degli anni mio padre non ha perso solo Michele, il nome del nonno materno, e Arturo, il nome di suo padre, Ma anche Vittorio e Benito. E questo getta immediatamente una luce nuova sul mio passato, rende tutto più ambiguo, più complicato. […] “Tuo nonno era fascista” dice mio padre. Siamo in cucina, stiamo cenando. E lui risponde tranquillo, come se stesse evocando qualcosa di già noto. “E tu come lo sai?” Chiedo con un filo di voce. Lo stomaco mi si chiude. Abbandono il cucchiaio nella zuppa e lo fisso.

Papà dice che sentì il nonno ammetterlo nel 1953, quando si presentò alle elezioni con il Partito nazionale monarchico e alcuni salentini, durante un comizio, lo attaccarono violentemente: “Ssignuria, cce sta dici? Nu sinti munarchicu, sinti fascista!” Lo fischiarono dicendo che era sempre rimasto fedele al Duce; dicevano che faceva solo finta di credere agli ideali monarchici e che mentiva. E allora pare che il nonno avesse risposto che era vero che nel 1919, tornato dal fronte, aveva seguito Mussolini, ma che poi, una volta vinto il concorso in magistratura, non aveva più rinnovato la tessera del partito fascista. “Ma è stato un sansepolcrista? Sono incredula. Mi viene addirittura il sospetto che papà mi stia prendendo in giro. “San Sepolcro, sì, questo nome mi dice qualcosa.” Sono esterrefatta. Il nonno un sansepolcrista? E per quale motivo papà non me l’ha mai detto? Com’è possibile che, in cinquant’anni, questa storia non sia mai venuta fuori? Mi sento tradita. “Ma poi, nel 1922 tuo nonno è diventato magistrato e non ha più rinnovato la tessera” ripete mio padre, senza accorgersi del vero problema che c’è dietro a tutta questa storia: l’adesione immediata del nonno ai Fasci. Che poi, il 23 marzo, in piazza San Sepolcro, erano appena trecento. Trecento poveracci, papà! […]

Jaques dice: “In Italia, la defascistizzazione dell’amministrazione e della magistratura non c’è mai stata.” Dice: “Dopo gli anni immediatamente successivi alla guerra, non si è più parlato del fascismo.” Dice che a scuola non lo si studiava e sui giornali si taceva; dice che negli anni Cinquanta dominava la paura del comunismo, soprattutto tra i notabili e gli aristocratici. E che il passato era passato, punto. Dice: “Se non impari a contestualizzare gli eventi, non vai da nessuna parte.” […] Oggi, sui social, i più virulenti nei miei confronti sono i fascisti. I fascisti, sì, con l’aquila romana o la croce celtica nel profilo e i post di Matteo Salvini o di Giorgia Meloni in bacheca che mi chiamano “puttana comunista” e scrivono VERGOGNA, io che voglio distruggere la famiglia e poi, il giorno di Natale, posto una foto del presepe; io che, quand’ero in Parlamento, mi sono battuta per la legge sulle unioni civili e che poi oso dirmi credente. “Vergognati TROIA.” “Altro che onorevole”. È forse la prima volta che capisco davvero il significato dell’espressione “nemesi storica”. (Michela Marzano, Stirpe e vergogna – Rizzoli, 2021)

Checché ne dica Meloni, di questo si tratta, non di altro: di un rimosso collettivo che ancora oggi incattivisce la nostra società.

CINQUE. Aleksànadr Solženicyn, in Arcipelago Gulag, ha scritto (le maiuscole sono sue): «Nella Germania Occidentale sono stati condannati fino al 1966 OTTANTASEIMILA criminali nazisti […] Da noi invece (secondo quanto afferma il Collegio militare del Tribunale supremo) sono state condannate DIECI PERSONE. […] Intanto, se dovessimo calcolare il rapporto fra gli ottantaseimila della Germania Occidentale e il nostro paese, farebbe un QUARTO DI MILIONE! […] È un enigma che a noi contemporanei non è dato risolvere: PERCHÉ alla Germania è lecito punire i suoi malvagi e alla Russia no? Quale funesta via percorreremo se non ci sarà dato purificarci dell’immondizia che marcisce nel nostro corpo? Che cosa potrà insegnare al mondo la Russia? […] Un paese che abbia condannato il vizio dal banco del giudice per ben ottantaseimila volte (e lo hanno condannato in modo irreversibile la sua letteratura e la sua gioventù), se ne purifica di anno in anno, gradino dopo gradino. […]

Dobbiamo condannare pubblicamente L’IDEA stessa dello scempio compiuto da uomini sui loro simili. Tacendo sul vizio, ricacciandolo nel corpo perché non si riaffacci, noi lo SEMINIAMO, e in futuro germinerà moltiplicandosi per mille. Non punendo, non biasimando neppure i malvagi, non ci limitiamo a proteggere la loro sterile vecchiaia, ma strappiamo da sotto alle nuove generazioni ogni fondamento di giustizia. Ecco perché esse crescono “indifferenti”, non è colpa della insufficiente educazione”. I giovani imparano che un’azione ignobile non viene mai punita sulla terra, anzi porta sempre il benessere. Non sarà accogliente un tale paese, farà paura viverci.» (Aleksànadr Solženicyn, Arcipelago Gulag – Oscar Mondadori, 2013)

EPILOGO. Sabato scorso ho assistito alla partita di calcio di mio figlio. Un giocatore è stato espulso; poco dopo, suo padre gli ha chiesto cosa aveva fatto per meritare il cartellino rosso. Risposta: «L’arbitro ha detto che gli ho dato del nazista, ma non è vero, non l’ho detto, avrà capito male: io non so nemmeno cosa sia, un nazista.» Il genitore, allora, rivolto agli altri genitori: «Mio figlio non sa cosa voglia dire nazista? Glielo spiego io!» E aperta la camicia, ha esibito con orgoglio una maglietta nera che riportava la scritta “Nel dubbio, mena” stampata sotto l’immagine di due manganelli incrociati. «L’ho comprata quest’estate, in gita culturale a Predappio…».

I conti con il nostro passato in Italia li abbiamo fatti così.

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