Il dito, la luna e il senso comune

«Un filisteo è un adulto fatto, i cui interessi sono di natura materiale e ordinaria e la cui mentalità è costituita dalle idee comuni e dagli ideali convenzionali del suo gruppo e del suo tempo. […] Il senso comune è fondamentalmente immorale, perché la morale naturale dell’uomo è irrazionale quanto i riti magici che essa ha sviluppato fin dall’oscurità immemorabile dei tempi. Nella sua forma peggiore, il senso comune è senso reso comune, cosicché le cose sono confortevolmente svalutate dal suo tocco. Il senso comune è squadrato, mentre tutte le visioni e i valori più essenziali della vita sono stupendamente smussati, rotondi, come l’universo o gli occhi di un bambino la prima volta che vede uno spettacolo circense.» (Vladimir Nabokov)

Lasciamo allora gli stolti al loro destino, e guardiamo invece la luna che ci indica il saggio: anzi l’immagine o il fantasma che compare dallo spiraglio che i grandi artisti ci hanno sempre aperto:

“Ho spesso inteso dire che la musica non poteva vantarsi di tradurre alcuna cosa con esattezza, come fanno la parola o la pittura. Ciò è vero in una certa proporzione, ma non è del tutto vero. Essa traduce alla sua maniera, e con i mezzi che le sono propri. Nella musica, come nella pittura e anche nella parola scritta, che è tuttavia la più positiva delle arti, c’è sempre una lacuna completata dall’immaginazione dell’ascoltatore. Sono senza dubbio queste considerazioni che hanno spinto Wagner a ritenere l’arte drammatica, vale a dire la riunione, la coincidenza di più arti, come l’arte per eccellenza, la più sintetica e la più perfetta.

[…] Faccio subito un esempio, la famosa overture del Lohengrin, di cui Berlioz ha scritto un magnifico elogio in stile tecnico; ma io qui voglio accontentarmi di verificarne il valore tramite la suggestione che essa procura. […] Ora io prendo il libro di Liszt (Lohengrin e Tannhauser di Richard Wagner, N.d.R.) e lo apro alla pagina in cui l’immaginazione  dell’illustre pianista (che è un artista e un filosofo) traduce lo stesso brano alla propria maniera:

[…] «All’inizio c’è un ampio lago dormiente di melodia, un etere vaporoso che si stende, con cui il quadro si disegna ai nostri occhi profani; effetto confidato esclusivamente ai violini, divisi in otto sezioni diverse, che, dopo molte battute di suoni armonici, proseguono nelle note più acute de loro registro. Il motivo è in seguito ripreso dagli strumenti a fiato più dolci; i corni e i fagotti, unendosi ad essi, preparano l’entrata delle trombe e dei tromboni, che ripetono la melodia per la quarta volta, con uno scoppio abbagliante dei colori, come se in questo istante unico il santo edificio avesse brillato di fronte ai nostri sguardi accecati, in tutta la sua magnificenza luminosa e radiante. Ma il vivo scintillìo, portato per gradazione a questa intensità di irraggiamento solare, si spegne rapidamente, come una luminosità celeste. Il trasparente vapore delle nuvole si richiude, la visione sparisce poco a poco nello stesso incenso iridescente in mezzo al quale è apparsa, e il brano termina con le prime sei battute, divenute ancora più eteree. Il suo carattere di ideale misticità è reso sensibile soprattutto dal pianissimo sempre mantenuto dall’orchestra, e che si interrompe appena nel breve momento in cui gli ottoni fanno risplendere le meravigliose linee dell’unico motivo principale di questa introduzione. Questa è l’immagine che, all’audizione di questo sublime adagio, si presenta in primo luogo ai nostri sensi commossi».

Sarà concesso anche a me di raccontare, di rendere in parole l’inevitabile traduzione che la mia immaginazione fece del medesimo brano, allorché, con gli occhi chiusi, lo ascoltai per la prima volta, e mi sentii per così dire sollevato da terra? […]

E’ un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l’uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.¹

(da Richard Wagner e Tannhauser a Parigi di Charles Baudelaire)

Ancora Nabokov: «Guardate il capolavoro, non la cornice — e non le facce di quelli che guardano la cornice.»

¹Sono le prime due quartine del sonetto Corrispondenze, da I fiori del male di Charles Baudelaire.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.