Il dottor Pettola

“Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi», dice il guardiano, «ma adesso no». Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno. Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me»… (Franz KafkaDavanti alla legge).

Per anni l’uomo attende, urtando contro l’implacabilità del rifiuto. Alla fine, infiacchito, invecchiato dall’invernale fuliggine del tempo, il contadino, ch’era stato il solo ad aver reclamato l’accesso, ottiene la seguente risposta: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo».”

Ogni mandarino sorvegliante la propria sala (che poi è contenuta in altre e ne contiene ulteriori a sua volta) diviene prima o poi un vero virtuoso nel gestire il proprio minuscolo frammento di realtà. Compresa la nostra: «Sono così potenti gli anticorpi della nostra burocrazia da non temere nemmeno il coronavirus. Nei cento giorni trascorsi dal 22 gennaio, data della prima circolare della Salute, la bulimia di carte ha progredito con un crescendo rossiniano. Al 30 aprile si contavano 160 provvedimenti, e senza la fittissima e contraddittoria normativa regionale. Decreti, circolari, ordinanze, note e comunicati: al ritmo medio di 1,6 provvedimenti al giorno. Una decina di decreti legge, 39 circolari più 19 ordinanze del ministero della Salute, 13 decreti del presidente del consiglio, 35 ordinanze della Protezione civile…. […] E possiamo solo immaginare la fatica del diligente giurista incaricatosi di vergare i geroglifici della lettera m) dell’articolo 13 del decreto 8 aprile 2020, che riguarda le cessioni e l’affitto di aziende. Testuale:

«Il soggetto richiedente applica all’operazione finanziaria un tasso di interesse, nel caso di garanzia diretta o un premio complessivo di garanzia, nel caso di riassicurazione, che tiene conto della sola copertura dei soli costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria e, comunque, non superiore al tasso di Rendistato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi, maggiorato della differenza tra il CDS banche a 5 anni e il CDS ITA a 5 anni, come definiti dall’accordo quadro per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica di cui all’articolo 1, commi da 166 a 178 della legge 11 dicembre 2016, n. 232, maggiorato dello 0,20 per cento…». Sorvolando sulla punteggiatura, è un virtuosismo certo riferibile a un mandarino del ministero dell’Economia. Che si dev’essere impegnato a fondo.

Per restare all’articolo 13, prendiamo un altro passaggio a caso. Comma 9: «All’articolo 111, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, le parole “euro 25.000,00” sono sostituite dalle seguenti: “euro 40.000,00”. Il Ministero dell’economia e delle finanze adegua il decreto ministeriale 17 ottobre 2014, n. 176 alle nuove disposizioni». Per capire di che si parla basta andarsi a rileggere il testo unico bancario del 1993. Ma non si poteva scrivere direttamente che il limite dei finanziamenti del microcredito sale a 40 mila euro? Non esistono forse già dal 1988 norme che imporrebbero la chiarezza dei testi legislativi? Non bastasse, dal testo si deduce che la norma si applica solo dopo l’adeguamento del relativo decreto ministeriale. Per la serie: la burocrazia prima di ogni cosa. (Sergio Rizzo – la Repubblica, 4 maggio 2020)

Prendiamone atto: questo gioco di scatole cinesi rende il diritto inconoscibile, come nella novella di Kafka.

Alessandro Manzoni iniziò a lavorare al Fermo e Lucia nel periodo 1821-23. Si tratta della prima stesura dei Promessi sposi ed è spesso considerato romanzo a sé ma non fu mai pubblicato. Terminata la sua scrittura, inizia il lungo e tortuoso perfezionamento che ha condotto all’edizione pubblicata in una prima versione nel 1827 (detta “ventisettana”) appunto con il titolo ufficiale I Promessi Sposi. Il testo fu poi rivisto in seguito dallo stesso autore e ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il 1842 (detta “quarantana”).

Tutti conoscono il famoso personaggio letterario denominato Azzeccagarbugli; soprannome di un avvocato di Lecco, tale nome costituisce un’italianizzazione del termine dialettale milanese zaccagarbùj  traducibile in “scioglitore di nodi”, cioè una persona che ha la capacità e la competenza di sciogliere i nodi, di risolvere le situazioni intricate. Forse non tutti sanno che nel Fermo e Lucia il personaggio aveva un nome diverso: lo scrittore lo aveva infatti denominato dottor Pettola. Poiché nell’immaginario contemporaneo “Azzeccagarbugli” non è affatto colui che “scioglie i nodi”, bensì quello che li aggroviglia o li dipana — ma soprattutto li aggroviglia — secondo le sue convenienze, dottor Pettola ci sembra identifichi meglio la grande maggioranza dei burocrati dei nostri tempi. Eccone alcune tipologie, riconoscibili, frequentissime e frequentatissime.

– Il Pettola miope. Non è un dipendente che porta gli occhiali, ma la tipica persona programmata solo per mettere un timbro, stampare un documento o che conosce un solo articolo della legge. E non va mai al di là dei suoi doveri, perché non vuole o non gli interessa. Quando ci si trova davanti a tale impiegato, è probabile che vi tocchi fare più code, passare diversi sportelli e camminare di più che facendo jogging. La soluzione? Armarsi di santa pazienza tanto da fare invidia allo stesso Buddha.

– Il Pettola squalo. Non si tratta di un dipendente efficiente ma, al contrario, è una persona che adotta la strategia tipica di alcuni squali, che entrano in uno stato catatonico come quando credono di essere in pericolo fingendo di essere morti. Questi burocrati, quando si chiede loro qualcosa che devia un poco dalle regole (anche se perfettamente comprensibile e logico), ti guardano senza capire quello che dici, come se stessi parlando una lingua straniera. La soluzione? È necessario spiegargli voi stessi il meccanismo che dovrebbero conoscere e, se non lo capiscono alla quinta volta, è meglio che rinunciate nell’intento e chiedete aiuto a un altro funzionario.

– Il Pettola disco rotto. Ho il sospetto che questi lavoratori abbiano ricevuto qualche lezione di psicologia spicciola dato che sono dei veri maestri nell’arte del disco rotto. In pratica, qualsiasi cosa gli chiediate la risposta è sempre la stessa, perché recitano un copione prestabilito che intendono seguire alla lettera. In questi casi, non importa la domanda, si otterrà sempre la stessa risposta, tanto che a volte si arriva a dubitare della nostra capacità di esprimere un problema in termini chiari e concisi. La soluzione? Trovare la risposta da qualche altra parte, perché, ovviamente, la persona che abbiamo di fronte non è la persona migliore per aiutarci.

– Il Pettola sadico. Questo è il tipico impiegato il quale appena gli dici quello che vuoi fare ti scoraggia subito. Vi anticipa immediatamente che ottenere i documenti o il permesso che desiderate è più difficile che attraversare le cascate del Niagara in moto, vi dice che è meglio che non ci proviate neppure. Il suo modo di comunicare è così scoraggiante che riesce a convincere la maggioranza delle persone, e per inciso, passa quindi tutto il giorno in ufficio a fare nulla. La soluzione? Andate avanti. Informatelo che avete ricevuto il messaggio e ignoratelo.

– Il Pettola sfuggente. Questo è il tipico funzionario o impiegato che incolpa sempre gli altri (i colleghi, il capo o anche voi stessi). Una volta un impiegato si è sbagliato a mettere la mia data di nascita su un determinato documento, il giorno dopo ho rilevato l’errore e gli ho chiesto di porvi rimedio. Questo si è arrabbiato e mi ha chiesto con arroganza: “E allora, in che mese sei nata?” Come se io andassi in giro per il mondo cambiando la mia data di nascita a piacimento. La soluzione? Non cercate di renderlo responsabile in quanto non lo sarà mai, discutere per attribuire la responsabilità porta in un vicolo cieco, chiedetegli semplicemente di fare il suo lavoro e di cercare di risolvere il problema.

– Infine, l’impiegato a rischio d’estinzione. Non è un dottor Pettola: in questo caso, si tratta di un funzionario che domina il suo lavoro, che non si può chiamare burocrate perché sarebbe quasi irrispettoso. Questa persona vi dà delle risposte rapide e comprensibili. Con queste persone la burocrazia diventa più leggera perché anche se devono seguire alcune regole, sono in grado di capire il vostro caso e cercano di orientarvi verso il cammino più semplice. (Jennifer Delgado Suàrez, da angolodellapsicologia.com)

Molto probabilmente, chi appartiene a quest’ultima specie non farà mai una brillante carriera. In quanto evidenziatore dell’imbroglio di fondo, egli verrà escluso dall’apparato poiché rifiuta di rendersi complice delle tacite quanto inderogabili regole del clan, la prima e più importante delle quali è sempre la stessa: complicità (non è teoria astratta, bensì esperienza diretta…). A meno che non si tratti di un esemplare rarissimo, di un autentico fuoriclasse, coraggioso e disposto a tutto. Purtroppo, gli esemplari di fuoriclasse sopravvissuti e della specie di cui sopra sono molto rari (la battuta sarebbe: si contano sulla punta delle dita delle mani di un monco).

Tanto rari quanto lo sono – nel relativo campo professionale – i campioni come Marco Van Basten:

«… era la primavera del 1991, Sacchi entrò nello spogliatoio mentre Van Basten era sotto le mani del massaggiatore. L’allenatore iniziò a discutere della posizione, degli errori tattici, dei movimenti sbagliati finché Van Basten sbottò: «Mister, voglio che sia chiara una cosa. Tu continui a dire che siamo vincenti proprio perché abbiamo lavorato con te, io invece vorrei metterla diversamente. Non abbiamo vinto tutti quei premi perché ci sei stato tu, ma nonostante ci fossi tu». Sacchi uscì in silenzio, andò da Silvio Berlusconi e gli disse: «O Van Basten o me». Fu così che Berlusconi scelse Fabio Capello.» (Marco van Basten – Edwin Schoon: Fragile. La mia storia – Mondadori, 2020)

È vero che spesso il dottor Pettola si nasconde in tutti gli angoli dei ministeri e degli uffici pubblici; ma in realtà, purtroppo, egli si nasconde anche in qualche angolo di ognuno di noi, oltre che in ogni contesto, micro o macro sociale, pubblico e privato che sia. Soprattutto, sarà meglio comprendere una volta per tutte che la macchina burocratica più inflessibile, impietosa e micidiale, può essere quella del “sereno”, ma spesso falso e ipocrita, quando non violento contesto familiare. Un parente può infatti millantare più diritti, conoscenze e prerogative burocratiche nei nostri confronti di quanto possa avanzarne un tecnico “esperto” in diritto urbanistico-edilizio (non fidatevi: chi spaccia interpretazioni del caos, mente!) nei confronti di un architetto che abbia appena proposto il suo misero progetto. Il che è tutto dire. Kafkiano, ma vero. Rabbia? Anche. Ma l’unica possibilità rimane come sempre l’ironia.

 

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