Il male mediocre

«Nel 1995 a Pittsburgh, un uomo di 45 anni di nome McArthur Wheeler decise di rapinare due banche nello stesso giorno, senza maschere o travestimenti, nonostante sapesse che le telecamere lo avrebbero ripreso. Dopo poche ore, la polizia lo arrestò incredulo per la sua stupidità. Al momento dell’arresto, egli affermò di essersi cosparso, su suggerimento di un amico, il viso di succo di limone, poiché convinto che questo lo avrebbe reso invisibile.

Prima di recarsi in banca, si era anche scattato una foto con una polaroid, ma aveva fotografato accidentalmente il soffitto, rendendo la propria immagine invisibile e rafforzando la convinzione che il succo di limone lo rendesse invisibile agli occhi degli altri. Non era sotto l’influenza di alcool o droghe, ma lucido e sorpreso di essere stato scoperto. Il professor David Dunning e l’allievo Justin Kruger, entrambi della Cornell University, colpiti da quanto successo, studiarono quindi l’accaduto sotto un profilo scientifico (Grant, 2021).» (Annamaria Venere)

Un esempio sociologico più recente: «Da No Vax a No Fse il passo è breve. Passo dopo passo, la specie regredisce. In principio, quando è apparso il Covid, c’erano i No Tamp (no tamponi), diventati poi No Vax, poi No Mask, poi No Greenpass e ora No Fse, Fascicolo Sanitario Elettronico, il sistema che archivia le informazioni sanitarie dei cittadini e le mette a disposizione di medici, ospedali e ambulatori su tutto il territorio nazionale per migliorare la tempestività delle cure.

La nuova crociata contro il Fse (la paura è che i dati vengano utilizzati per scopi sinistri) si sta diffondendo sui social ma trova sponde anche in Parlamento. In questi casi, per giustificare tanta diffidenza, si parla di «complotti», «trame», «poteri occulti», parole illuminate un tempo da una luce obliqua del pensiero, ma che oggi designano solo mancanza di pensiero, culto dell’incompetenza.

La rivoluzione tecnologica ci ha consentito di progredire e di facilitare molte nostre attività quotidiane, ma sta mettendo a riposo le nostre facoltà cognitive: essa non rappresenta più una prova della nostra evoluzione, ma una maschera del nostro declino. Esentati dall’affanno di dover trovare celermente soluzioni per sopravvivere, abbiamo molto tempo per blandire incubi complottisti: così l’ignoranza, grazie anche ai social, diventa ideologia.» (Aldo Grasso)

Ma esistono diversi tipi di ideologia, da quelle partitiche a quelle familistiche. Di queste addirittura si scriveva già nel Rinascimento: «Il termine «familismo» compare ufficialmente sul proscenio delle scienze sociali nella seconda metà degli anni ’50 a opera del politologo statunitense Edward C. Banfield, che lo qualificò come «amorale». Egli alludeva al comportamento di chi agisce massimizzando i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, nella convinzione che tutti gli altri facciano lo stesso. Il familista è «amorale», perché́ indifferente alla moralità̀ e ai suoi criteri, cioè̀ ai principi del bene e del male, in contesti lontani dalla famiglia; egli non scade necessariamente in comportamenti immorali o illegali; piuttosto, tende a privilegiare l’utile proprio e dei consanguinei più prossimi, senza occuparsi della bontà̀ morale delle proprie azioni. (…)

Laddove la famiglia è al vertice della gerarchia di valori, la città e la politica assumono significato solo in quanto utili all’interesse particolare della cerchia dei consanguinei. Nei Libri della Famiglia, un trattato in forma dialogica sulla «masserizia», l’arte di condurre la famiglia mercantile, Leon Battista Alberti ripete il medesimo concetto, anticipando Banfield di circa cinque secoli: «[…] per reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia e la roba si vogliono amici, co’ quali ti consigli, i quali t’aiutino sostenere e fuggire avverse fortune; e per avere con gli amici frutto della roba, della famiglia e della amicizia, si conviene ottenere qualche onestanza e onorata autorità». (Luca Delvecchio)

Possiamo quindi trarre una “morale” da tutto ciò? Forse sì, ma davvero sconfortante: «Un mio collega, Jon Elster, straordinario teorico e metodologo sociale, noto ai più per la teoria della scelta razionale, confessava di non capire il significato dell’idea della “banalità del male“. Dialogando con lui, gli prospettavo la possibilità di un’interpretazione italianizzata, ovvero meno pretenziosa, quella di “mediocrità del male”.  In effetti l’approssimazione, la piccola battaglia per la propria parte, per la propria tasca, i propri amici o parenti, è capace di tanto male, pur all’ombra di un quasi male.» (Nadia Urbinati)

Come diceva Edgar Foster Wallace, questa è l’acqua.

Le opere dall’alto, testata esclusa: Andy Warhol: Campell’s Soup Cans (1962) – Jasper Johns, Three Flags, 1958 –  Banksy: The Banality of the Banality of Evil (2013)

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.