Il riflesso dell’orologio

…e tutto è quello che è, / soltanto quel che è.
(C. Sbarbaro)

 

UNO. Mala tempora currunt sed peiora parantur (Corrono brutti tempi ma se ne preparano di peggiori). Questa attestazione latina sembra adeguarsi bene alla letteratura e all’editoria contemporanee, perlomeno a quelle italiane. Sconsolati, verifichiamo infatti che paccottiglia come ‘Cinquanta sfumature’ diventa un bestseller universale, mentre al tempo stesso un genio come Philip Roth viene messo al rogo per procura, tramite stigma morale sul suo biografo. La poesia, la scrittura, la lettura e anche la recitazione, spesso non hanno altra consistenza della consueta illusoria comunicazione collettiva, pretesti per uno spettacolo “vuoto” dai contenuti sostanzialmente indifferenti. Ma se questo succede, ci sarà pure una ragione; e forse il motivo va ricercato proprio nel concetto che gli artisti e/o i letterati del nostro tempo hanno di se stessi.

Diceva Simenon (proprio lui, il bestsellerista assoluto Georges Simenon): «Penso che chiunque non abbia bisogno di essere uno scrittore, chiunque pensi che potrebbe fare qualcos’altro, dovrebbe fare qualcos’altro. Scrivere non è una professione, è una vocazione all’infelicità. Penso che un artista non possa mai essere felice». Non è un’affermazione da poco; la scomoda condizione dell’artista, infatti, è di «Esistere tra due mondi» scrive Joyce Carol Oates, «uno visibile, materiale, e l’altro non meno reale, ma indimostrabile fisicamente». Si capisce che nell’epoca dell’immagine e dell’apparire (non certo dell’essere) la faccenda si complica parecchio… «Dateci le lacrime delle cose e risparmiateci le lacrime vostre» chiedeva Francesco De Sanctis, santo patrono dei critici letterari. E infatti, soprattutto in seguito all’espansione dei mass media, la situazione attuale è tutt’altro che rosea:

«Si ha l’impressione che la maggior parte delle nuove scritture non sia riuscita ad afferrare la realtà del presente in modo autentico e risolutivo, a rendere conto letteralmente delle più radicali novità, con adeguato rigore linguistico e strutturale. Spesso queste scritture sono state limitate (anche per impulso del mondo editoriale) dall’eccessiva preoccupazione di offrire prodotti ben confezionati, legati a quelle che sembravano le tendenze del mercato o gli orizzonti della nuova comunicazione. Si è andati dalla ricerca di una scrittura “ben fatta”, troppo impegnata a specchiarsi in se stessa per offrire immagini non convenzionali della realtà, a intenti programmaticamente provocatori o “trasgressivi”, miranti ad adeguarsi direttamente ai nuovi regni della virtualità, al dominio delle merci e dell’artificio pubblicitario. (Giulio Ferroni)

Katherine Mansfield ha scritto: “Leggere, per la grande maggioranza della gente, non è una passione, ma un passatempo, e scrivere, per molti autori moderni, è un passatempo e non una passione”. Era solo il 1919.

DUE. «Uso il fastidio verso la retorica come pretesto del mio disfattismo; so di essere vissuto in una bolla che mi ha preservato dalle ferite ma anche da una calda partecipazione alle emozioni comuni; mi sono riparato tra romanzi drammi e poesie senza illudermi che fossero il mondo (anzi, proprio perché non erano il mondo). […]

E mi irrito quando vedo che molti critici e scrittori, oggi, si comportano con la letteratura come molti maschi si sono sempre comportati con le donne: la esaltano pur di non prenderla sul serio. La riducono a essere un galoppino per le loro idee, la annegano di certezze consolatorie sulla sua onnipotenza, mentre la letteratura cambia davvero le cose quando urta contro la propria impotenza, alleandosi a quei fondamentali temi umani che gli “esercenti di questa terra” (politici, industriali, opinion makers) trascurano e rimuovono: la depressione, la noia, la convinzione che nulla abbia un senso, il lasciar perdere, il desiderio di schiavitù, il rancore, l’inconcludenza, la stupidera – il basso continuo della miseria umana da cui ogni volta le ideologie si dichiarano offese e sorprese.

Forse quella letteratura era un lusso che non ci possiamo più permettere, ma allontanare la letteratura dall’elitarismo significa sollevarla dalle proprie responsabilità, che consistono nel rovistare con tecniche sopraffine e subdole là dove abbiamo nascosto la nostra spazzatura più segreta; solo quando fa male, la letteratura può davvero essere utile. Esiste il fronte, certo, esistono le trincee e quindi esistono gli inni e i canti di battaglia; ma finita la guerra, che ne facciamo di tutto quello in cui gli opposti nemici si sono trasformati senza saperlo? (Walter Siti, da Contro l’impegno – Rizzoli, 2021)

TRE. Patriarca KIRILL. «Ha messo la sua Chiesa al servizio di Vladimir Putin definendolo un “miracolo” e ha agitato il suo turibolo per benedire ogni sua guerra come “santa”, dalle crociate contro i gay all’ultima offensiva militare: la cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina. Fino ad accusare Papa Francesco, il “Papa Rimskij”, il “Papa di Roma”, di ostacolare “il dialogo costruttivo” perché in un’intervista al Corriere lo aveva definito il “chierichetto di Putin”. […] Negli Anni ’90 venne soprannominato il “metropolita del tabacco” perché avrebbe approfittato delle esenzioni fiscali ecclesiali per rivendere sigarette. E petrolio. Accumulando così enormi ricchezze e di pari passo l’amore per il lusso. Orologi, innanzitutto, come il Brequet da 30mila dollari con cui venne immortalato in una fotografia subito ritoccata per scongiurare scandali, ma dimenticando maldestramente di rimuoverne il riflesso sul tavolo.» (Rosalba Castelletti – la Repubblica, 5 maggio 2022)

«Chi si fregia del titolo di “politico”, proponendosi come tale e cercando consenso mentre sa solo galleggiare, non è altro che un opportunista, forse un ipocrita, uno che, talora, sa parlare bene ma non merita d’essere creduto né, tantomeno, sostenuto. La ragione è semplice: il galleggiamento tra gli scogli riguarda solo lui, la sua sopravvivenza, la sua carriera. In sintesi: il politico è colui che si pone dei fini (buoni o cattivi, è altro discorso), è al servizio di essi, e, weberianamente, si prepara e agisce consapevolmente, competentemente e tenacemente per cercare di realizzarli. Tutto il resto è solo strumento.» (Gustavo Zagrebelsky)

Il politicante insomma, a differenza del politico, si riconosce dal suo trasformismo, dalla facilità con cui cambia posizione, perché, in realtà, non ne ha alcuna se non quella di servire se stesso annusando l’aria. Lo stesso vale nel campo della letteratura. Nel “basso continuo della miseria umana”, la responsabilità dell’artista non è quella di distribuire ipocrite certezze consolatorie, ma di perlustrare soprattutto i sottoscala dove abbiamo nascosto la nostra spazzatura più segreta. Là dove i tanti “chierichetti” cancellano spinosi orologi, lo scrittore descrive invece i loro indiscreti riflessi dal sottosuolo della verità.

Nell’immagine in testata: “Il sogno di Dickens” di Robert Williams Buss (1870) – Il dipinto a seguire è di Albert Anker, La liseuse (1882-83) – Il brano “Passato remoto” di Francesco De Gregori è contenuto nell’album “Pezzi” (2005)

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