Il silenzio? Roba da matti

Le parole vere non sono elaborate
Le parole elaborate non sono vere

Gli uomini buoni non disputano
Gli uomini che disputano non sono buoni

Coloro che sanno non sono pieni di parole
Coloro che sono pieni di parole non sanno
...

LAO TZU - Tao Te Ching, 81

UNO. La meglio gioventù è un film del 2003 di Marco Tullio Giordana con Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Jasmine Trinca, Adriana Asti, ecc. Ha vinto sei David di Donatello, tra cui miglior film e la sezione “Un certain regard” a Cannes nel 2003. Il film racconta le vicende di una famiglia italiana dagli anni Sessanta fino ai giorni “nostri”. Due fratelli, Nicola e Matteo Carati, sono inseparabili negli anni dell’adolescenza. Quando una ragazza con gravi problemi psichici entra nella loro vita, le cose sono destinate a cambiare. Nicola è psichiatra, Matteo è poliziotto.

Un giorno Matteo va a trovare Nicola all’istituto dove lavora; nel suo studio nota subito la foto di una persona: – “Chi è?” – “È il mio maestro, Franco Basaglia” – “Ah, quello che vuole liberare tutti i matti.” – “Sì, c’ha questa strana idea che i malati non siano dei detenuti, ma delle persone; che la malattia mentale non sia una colpa da espiare. Bizzarro no?”

DUE. Chi decide quale (e cosa) sia la malattia mentale? Ovviamente chi ha più potere; purtroppo però chi ha più potere non necessariamente è più saggio o più giusto dei suoi sottoposti. Molto spesso ad avere potere su tutti noi sono semplicemente i più allineati: «Mi chiamo Alberto Paolini, ho ottantotto anni. Ne ho passati quarantadue nel manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma. Sono entrato che avevo quindici anni e ho rivisto la città nell’anno dei mondiali, il 1990. Ho subito per tre volte l’elettrochoc perché avevano scambiato i miei silenzi per una malattia. Ma io non parlavo perché stavo male. […] Nel mio collegio le suore erano cattive, non ci trattavano bene, spesso ci picchiavano. Insegnavano a stare zitti e obbedire senza discutere. In collegio era obbligatorio il silenzio, se parlavi eri punito. Tutti sembravano volere solo una cosa, quando ero bambino: che non parlassi. E io obbedivo, non parlavo.

A 12 anni vengo mandato in un collegio di salesiani. Anche loro erano duri, severi. Anche loro picchiavano per un nonnulla. Io che, va bene, ero silenzioso e timido, subivo tante cattiverie dagli altri ragazzi. […] A un certo punto vennero due benefattori, due persone ricche che avevano un locale, forse un caffè, in Piazza di Spagna. Ci andava il bel mondo romano e, visto che eravamo alla fine della guerra, anche gli ufficiali americani. La signora, credo fosse svizzera, ho saputo più avanti che aveva fatto un voto. Suo figlio, durante la guerra, si era imboscato e i nazisti lo cercavano per fucilarlo. Lei si era rivolta alla Madonna garantendo che se si fosse salvato, lei avrebbe adottato un bambino in un collegio. Quel bambino fui io. Ma non venni adottato. Stetti a casa loro per un po’ e poi loro mi seguirono nel tempo. Ma da lontano. Perché a un certo punto anche loro pensarono che stessi male. Ero poco esuberante, per essere un bambino. E parlavo poco. Ma che volevano da me? Era quello che tutti, da mia madre al collegio delle suore fino ai salesiani, mi avevano imposto di fare. D’accordo con i salesiani mi portarono alla clinica neuropsichiatrica dell’Università. […]

Potrei dirla così: sono finito all’elettrochoc per un equivoco. C’era un giovane medico, non il primario, che mi fece un mucchio di domande. A un certo punto mi chiese se io sentivo ogni tanto delle voci che mi chiamavano senza che ci fosse nessuno vicino. Io risposi candidamente di sì, ma volevo solo dire che ogni tanto qualcuno mi chiamava dal corridoio, insomma che ci sentivo bene. Io ero nuovo lì, non sapevo che l’espressione “sentire le voci” corrispondesse alle allucinazioni. Ho risposto di sì perché volevo dire che non avevo problemi di udito. Quando mi sono accorto dell’equivoco, o del tranello, ho cercato di correggere ma il dottore mi incalzava, era un incubo, e io ero confuso anche perché non ero abituato a parlare, non sapevo rispondere perché, da piccolo, non dovevo rispondere. […]

Arrivò il mio turno. Io volevo scappare. Avevo sentito che l’elettrochoc non si poteva fare agli anziani, ai malati di epilessia e a quelli con problemi al cuore. Allora, una volta entrato, dissi al medico che avevo male al cuore, sperando di farla franca. Lui mi appoggiò un istante lo stetoscopio al petto e disse che non avevo nulla e si poteva procedere. E procedettero. In quattro mi tennero mentre la suora mi inumidiva le tempie con un batuffolo bagnato di acqua e sale e mi appoggiava due elettrodi alle tempie. Io piangevo invocando la mamma che non avevo. Il medico ha chiesto: “È pronto?”. La suora ha risposto: “Sì, è pronto”. Poi non ho sentito più nulla. Mi sono risvegliato in una corsia piccola, con una sensazione penosa, non sapevo dove fossi e cosa stessi facendo, mi sentivo con la testa con la nebbia, i nervi del corpo tutti tesi. Me ne hanno fatti tre, così. La cura prevedeva tre cicli di quindici applicazioni. Quarantacinque scosse alla tempia. […] (I miei 42 anni in manicomio perché ero un bimbo silenzioso – di Walter Veltroni – Corriere della Sera, 14 febbraio 2021)

TRE. Ah! voi volete sapere perché oggi vi odio. Sarà certo meno facile per voi capirlo che per me spiegarvelo: perché voi siete, io credo, il più splendido esemplare di impermeabilità femminile che sia dato incontrare.

Avevamo passato insieme una lunga giornata che mi era sembrata breve. L’un l’altra ci eravamo promessi la comunione di tutti i nostri pensieri, le nostre due anime ormai divenute una; – un sogno con niente di originale, dopo tutto, se non che, sognato da tutti gli uomini, non è stato realizzato da alcuno. A sera, un po’ affaticata, voleste sedervi davanti a un Caffè appena inaugurato, che formava l’angolo di un viale nuovo, ancora disseminato di calcinacci e già sfoggiando glorioso i suoi splendori incompiuti. Il Caffè scintillava. […]

In piedi dinanzi a noi, sulla strada, stava piantato un brav’uomo sui quarant’anni, la faccia scavata, la barba ingrigita, che teneva per mano un ragazzino, e reggeva sull’altro un esserino troppo indebolito per camminare. Faceva da governante, e portava i suoi bambini a prender l’aria della sera. Vestivano di stracci. I loro tre volti erano straordinariamente seri, e quei sei occhi contemplavano fissi il Caffè nuovo con la stessa adorazione ma con sfumature diverse a seconda dell’età.

Gli occhi del padre dicevano: «Com’è bello! com’è bello! tutto l’oro di questa povera terra sembra approdato su queste pareti». E gli occhi del ragazzino: «Com’è bello! com’è bello! ma è un castello dove possono entrare solo quelli diversi da noi». E gli occhi del piccolo erano troppo incantati per esprimere altro che una felicità ebete e profonda.

I cantanti da caffè concerto dicono che il piacere fa buona l’anima, e intenerisce il cuore. La canzone quella sera non sbagliava, al mio riguardo. Non solo ero commosso da questa famiglia di occhi, ma provavo un po’ di vergogna per le nostre coppe e le caraffe, più grandi della nostra sete. E volsi a voi i mei occhi, caro amore, per leggerci il mio pensiero; e mi tuffavo nei vostri occhi così belli e bizzarramente dolci, i vostri occhi verdi, abitati dal Capriccio e ispirati dalla Luna, – quando voi mi diceste: «Ma che gente insopportabile! con quegli occhi spalancati come porte cocchiere! Non potreste pregare il padrone del Caffè di mandarli via?»

Tanto è difficile capirsi, angelo caro, e tanto il pensiero è incomunicabile, anche tra quelli che si amano. (Charles BaudelaireLo spleen di Parigi, XXVI: Gli occhi dei poveri)

Alberto Paolini ha scritto un libro: Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio. Casa editrice Sensibili alle foglie, 2016. Dall’alto: la prima immagine (Will Sampson) e la terza (Jack Nicholson) sono tratte dal film del 1975 Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) diretto da Miloš Forman. Nell’immagine centrale: Franco Basaglia. Il brano Atlantide di Francesco De Gregori (qui nella versione live da La valigia dell’attore, pubblicato nel 1997) è contenuto nell’album Bufalo Bill (1976)

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