Il virus siamo noi

«…Però il tema di oggi è un altro, per me. Il tema di oggi è ciò che ho detto l’altro ieri in un’intervista video via Zoom a un programma televisivo olandese — e che oggi dev’essere andata in onda, perché me ne sono arrivati gli echi via Twitter. L’ho detto in inglese, ora che mi vedo nello schermo mentre lo dico mi chiedo: ma sono sicuro? Sono almeno d’accordo, con quello che ho detto? Ho detto questo: il coronavirus non è un virus, è un anticorpo. Noi siamo il virus, gli uomini sono il virus, io sono il virus, e questa epidemia è la flotta di anticorpi che la Madre Terra ci ha spedito addosso per cercare di fermarci. Ho detto questo. Nella mia lingua, qui in Italia, è una cosa che non ho mai detto. Nemmeno in casa, nemmeno inveendo con il telecomando in mano contro il telegiornale, come faccio ormai tutte le volte che accendo la tv. L’ho detto in inglese, l’altro ieri, via Zoom, agli olandesi.

Ci ho pensato tutto il giorno, facendo i lavori di casa — perché questo facciamo, ormai, dalla mattina alla sera, io e mia moglie: altro che leggere, io leggevo prima, ora non ne ho proprio più il tempo, ora devo lavare, pulire, cucinare, gettare l’immondizia, rifare i letti, spazzare, igienizzare il bagno, fare la spesa, cucinare di nuovo, scaricare e caricare la lavastoviglie, la lavatrice, l’asciugatrice (abbiamo l’asciugatrice, in cantina). E mentre facevo tutte queste cose mi chiedevo: ma davvero penso quello che ho detto agli olandesi? Noi siamo il virus? Il corona è un anticorpo? Penso davvero questo? E dopo tanto riflettere la risposta è arrivata. (Notare che ci ho riflettuto dopo averlo detto, non prima).

La risposta è: sì, sono d’accordo.

A cosa serviamo, ormai, noi uomini sul pianeta Terra? Perché dovremmo continuare a vivere, noi, dopo che la Madre Terra si è sbarazzata di altre migliaia di specie inutili o dannose, inclusi i dinosauri che sembravano i padroni del mondo? Non aiutiamo nessun processo naturale a compiersi, bensì ci industriamo a piegarlo ai nostri fabbisogni. Non contribuiamo in alcun modo al mantenimento di alcun equilibrio, ma sbilanciamo ogni giorno poderosamente le forze in campo per trarne il massimo profitto. Sappiamo tutti benissimo che la maggioranza delle cose che facciamo in capo a una giornata è nociva o tossica per il pianeta che ci ospita, ma continuiamo a farle. Abbiamo perfino generato il bisogno di farle, cioè le facciamo per non crollare, per non morire. Danneggiamo in qualunque modo l’oggetto che ci ospita e non riusciamo nemmeno a concepire di smettere di farlo. E chi, in natura, si comporta così? Qual è l’unica forma di vita che danneggia l’organismo che lo ospita fino a distruggerlo? Il virus. Noi siamo diventati un dannato virus, per il nostro pianeta, e il nostro pianeta cerca di difendersi.

Sì, sono d’accordo con quello che ho detto. Io sono un virus. Mangiare la carne o il pesce mi piace. Non mi è necessario, ma mi piace. Mi piace andare in macchina e in aereo, mi piace fare tutte le docce che mi pare usando la quantità d’acqua e di sapone che mi pare, mi piace avere il frigorifero pieno, mi piace sbarazzarmi il prima possibile dei rifiuti che produco, ficcarli dentro un cassonetto e disinteressarmi della fine che fanno. E mi piace riprodurmi, anche parecchio, almeno io, dato che ho generato cinque figli. Sono un virus. La natura sta cercando di sbarazzarsi di me, tirando alla cieca nel mucchio, uccidendo ogni giorno migliaia di miei simili, in tutto e per tutto uguali a me, ugualmente pericolosi e incoercibili, ma non ci riuscirà perché io sono — noi siamo — un virus potentissimo.

Ho detto questo, alla tv olandese, l’altro ieri, ma non l’ho detto così dettagliatamente perché l’ho detto in inglese, e dunque l’ho detto meglio, rozzamente. E oggi il mio faccione gironzola per il web mentre pronuncio quelle rozze, sagge parole, e su Twitter fioccano commenti che non avrò mai il bene di capire. Per esempio: « Ja das best maar ik heb er nu ff geen zin in om er zo naar kijken »: cosa vorrà mai dire? Che sono uno stronzo? Che ho ragione?» [(Sandro Veronesi, la Lettura (il Corriere della Sera, 29 marzo 2020)]

L’immagine in testata è di Edward Burtynsky: Oil Bunkering #1 – Niger Delta, 2016

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