Italiani cattiva gente

«Gli italiani sono abbastanza maturi per affrontare il buio dei crimini passati? Se lo sono domandati gli organizzatori della grande mostra fotografica che per la prima volta, senza cautele o autocensure, rende pubbliche in modo organico tutte le efferatezze commesse dai soldati di Mussolini tra il 1941 e il 1943 in Jugoslavia. La risposta è nelle numerose immagini che documentano visivamente la nostra ferocia, teste di partigiani slavi infilzate nei pali come trofei, villaggi bruciati, corpi ischeletriti di bambini deportati nei campi italiani. Un museo degli orrori largamente rimosso per ottant’anni, all’ombra di tragedie storiche ancora più grandi come quelle commesse dai carnefici di Hitler (A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-‘43, visitabile sul sito www.occupazioneitalianajugoslavia41- 43).

Storie di crudeltà che vanno oltre la disumanità della guerra, rimaste fuori dalla coscienza collettiva anche perché mai sanzionate da un tribunale italiano. I responsabili militari non sono mai stati puniti. «Altri paesi come la Germania hanno mostrato più coraggio nel fare i conti con il proprio passato oscuro. Speriamo che dopo ottant’anni sia venuto il momento giusto», dice Raoul Pupo, lo studioso che ha curato la mostra organizzata dall’Istituto nazionale Parri e dall’Università di Trieste. I materiali arrivano dalle ricerche compiute in questi anni da storici non solo italiani. Dagli studi di Enzo Collotti a quelli di Davide Rodogno, e poi ancora di Filippo Focardi, Alessandra Kersevan, Carlo Spartaco Capogreco, Costantino Di Sante, Eric Gobetti e Federico Goddi, la bibliografia è piuttosto nutrita. «Ma al di fuori di una ristretta comunità scientifica non s’è mai sedimentata una consapevolezza storica collettiva», aggiunge Pupo. «Per la prima volta presentiamo al grande pubblico i frutti delle ricerche storiografiche. E per la prima volta le istituzioni italiane si assumono la responsabilità dei crimini commessi in quelle terre occupate. La mostra ha il patrocinio della Camera dei Deputati: un segnale molto importante ».

La rassegna digitale coincide con l’ottantesimo anniversario dell’occupazione nazifascista della Jugoslavia. Il 6 aprile del 1941 le truppe naziste diedero inizio a una nuova pagina buia della storia europea, aprendo la strada ai reparti italiani. L’intreccio tra conflitti di natura diversa — guerra di liberazione, guerra civile, guerra etnica — dà origine a un vortice di violenze in cui «le truppe italiane nei territori annessi o occupati — ossia la provincia di Lubiana, il Montenegro, la Dalmazia, parte della Croazia — non furono semplici spettatrici ma protagoniste ». Gli ordini repressivi dei generali Roatta e Robotti — da eseguire “senza falsa pietà” — non sono meno efferati di quelli impartiti dai tedeschi nel medesimo teatro di guerra e più tardi in Italia. Nel luglio del 1942 scende in campo lo stesso Mussolini: «Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali, incapaci di essere duri quanto occorre». E nel 1943 si rivolge direttamente ai soldati: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori».

I militari obbediscono, bruciano i villaggi e sparano ai civili, «anche per dimostrare l’efficienza del proprio reparto», spiega lo storico Brunello Mantelli. Nel luglio del 1942 un soldato toscano affida a una missiva la sua esperienza di guerra: «Abbiamo distrutto tutto da cima fondo, senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano solo di muoversi, tiriamo senza pietà e chi muore muore». Si procede ad arresti, a incendi, a fucilazioni di massa fatte a casaccio. «La frase “gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi” compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi», annota il commissario civile del distretto di Longatico nell’estate del 1942. Le fotografie mostrano i corpi di partigiani esibiti come prede, donne anziane condotte senza pietà all’esecuzione, le resistenti chiuse nelle bare. E anche le violenze commesse in Montenegro dal fronte avverso sui soldati italiani evirati o sgozzati.

Seppure vietati dalle autorità militari, abbondano i saccheggi indiscriminati. Nel corso dei rastrellamenti, talvolta le truppe si lasciano andare a veri e propri eccidi. L’8 luglio del 1942 un reparto distrugge Podhum, un paese considerato una possibile base d’appoggio per i partigiani nel territorio annesso alla provincia di Fiume. I maschi dai 16 ai 65 anni vengono fucilati, tutti gli altri deportati. Un alpino italiano sopravvissuto, Giovanni Corvino, ricorda la strage di Ustje, scatenata dall’uccisione di un commilitone: la rappresaglia è raccontata con voce ferma, senza temperatura emotiva. Dopo l’inferno jugoslavo, Corvino ha subito la prigionia in un lager tedesco. La memoria appare raffreddata, come per difendersi dal male.

Le immagini di scheletri viventi ci introducono a un’altra sezione della mostra, dedicata ai campi di internamento nelle isole dalmate e in Italia. Non riuscendo ad avere ragione dei ribelli, le truppe italiane procedono all’evacuazione delle zone ad alta intensità partigiana. Complessivamente vengono deportate almeno trentacinquemila persone. Quattromila non avrebbero retto alla fame e a condizioni disumane. Il campo peggiore è quello di Arbe, una tendopoli esposta al vento della bora. Le fotografie ci mostrano mucchietti di bambini pelle e ossa che il nostro immaginario confina tra le atrocità del nazismo. A Gonars, in provincia di Udine, cinquecento persone non sopravvivono agli stenti: settanta sono infanti al di sotto di un anno. «Liberaci da questo campo, dal Golgota della nostra vita», scrive una deportata slovena alla famiglia. Alle proteste della Croce Rossa per la denutrizione dei prigionieri di Arbe, il generale Gastone Gambara risponde: «Logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo».

Nessuno dei vertici militari subirà un processo. Nell’ultima parte della mostra, Filippo Focardi ricostruisce la lunga rimozione. Già dall’autunno del 1944 l’Italia provvede a costruire una “contro documentazione” — rispetto alla denuncia da parte jugoslava — e due anni più tardi rivendica il diritto di giudicare i criminali italiani nei propri tribunali. Ma nel 1948, per ragioni di diplomazia internazionale, nessuno ha più interesse ad andare a fondo. Nel 1951 vengono chiuse le inchieste. Oltre mezzo secolo più tardi, il procuratore militare Antonino Intelisano apre un’inchiesta contro ignoti, per poi chiuderla per mancanza di imputati: i responsabili di quei crimini sono tutti morti. Le vittime jugoslave restano senza giustizia. Alla fine della mostra — dopo cinquanta pannelli, duecento immagini, venticinque testimonianze d’epoca — il mito degli “italiani brava gente” appare in frantumi. «A pochi piace fare la parte del malvagio, specie se questo incrina una delle leggende su cui si fonda un’identità collettiva», conclude Pupo. «Ma se un’identità è matura, non ha paura del buio». (Simonetta Fiori – la Repubblica, 2 aprile 2021)

Il “filo nero” che unisce il dopoguerra in Italia: i criminali nazifascisti in un modo o nell’altro la sfangano sempre. È ormai storicamente dimostrato che la mancata epurazione nel dopoguerra e la sostanziale continuità della classe dirigente sono il motivo per cui questo è successo – e continua a succedere.  Nel 2013, Ezio Mauro descriveva l’arcipelago di affari e influenze che domina da sempre il paese: «Un blocco di potere in qualche modo eterno, perché è annidato sui muri del palazzo, come le ragnatele, si estende sopra il sistema di potere apparente». Chiude il cerchio della tradizione conservatrice (si sa che l’Italia è un paese pieno di buoni sentimenti) uno stucchevole familismo amorale che non pensa mai alle ricadute dei propri gesti sulle famiglie altrui. Ed eccoci qua.

Il brano Le storie di ieri di Francesco De Gregori è contenuto nell’album Rimmel (1975)

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.