La cartina di tornasole

Siracusa, primi decenni del V secolo a.C. Corace e il suo allievo Tisia fondano la retorica. «La loro precettistica poggiava sul seguente principio: il sembrare vero  conta più dell’essere vero: donde la ricerca sistematica delle prove e lo studio delle tecniche atte a dimostrare la verosimiglianza di una tesi. […]

Dalla Sicilia ad Atene: metà del V secolo a.C., età di Pericle. A fare da tramite all’insegnamento dei leggendari Corace e Tisia e alle dottrine retoriche maturate nell’ambiente pitagorico sono i maestri della sofistica.» Protagora di Abdera e Gorgia da Lentini sono i campioni degli “agoni retorici”, gare di virtuosismo nell’arte finalizzata non alla ricerca del vero in una disputa, bensì  a ridurre l’avversario a contraddirsi e mettere in difficoltà l’avversario. «Qualcosa che richiama, sia pure alla lontana, la moderna nozione del relativismo scientifico e, applicato alle vicende umane, vorrebbe semplicemente dire che, per i fatti opinabili (non piccola misura nell’insieme del reale e del possibile), ciò che conta è trovare la ragione più probante.» (Bice Mortara Garavelli)

«Nel passato, una ragione fondamentale dell’ignoranza delle persone era la scarsa quantità di informazioni che circolavano nella loro società. […] Oggi, e ciò è abbastanza paradossale, è l’abbondanza a diventare un problema, un problema noto come “sovraccarico informativo”. Gli individui sono sommersi da un diluvio di informazioni e sono spessi incapaci di selezionare quel che vogliono o di cui hanno bisogno, una condizione nota come filter failure (“mancato filtraggio”). Di conseguenza, la nostra cosiddetta “società dell’informazione” alimenta la diffusione dell’ignoranza perlomeno quanto contribuisce alla diffusione della conoscenza. […]

Machiavelli ci ha lasciato un famoso resoconto sull’inganno nel capitolo 15 del Principe, sottolineando che un regnante non ha bisogno di essere ma di apparire “misericordioso, affidabile, umano, onesto e devoto”. Da parte loro, i cortigiani sapevano bene di dovere nascondere i loro pensieri e sentimenti in presenza del principe. Dire la verità al potere era pericoloso, mentre la dissimulazione delle proprie opinioni veniva associata alla prudenza.

L’inganno veniva raccomandato ai privati in tre scritti che divennero dei classici: il saggio di Francesco Bacone Della simulazione e della dissimulazione (1597); il saggio Della dissimulazione onesta (1641) del segretario napoletano Torquato Accetto, il quale affermava che fosse parte essenziale di un comportamento cortese; e il manuale del gesuita spagnolo Baltasar Gracián sull’arte della prudenza Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza (1647).» (Peter Burke – da Ignoranza. Una storia globale)

Prendiamo Machiavelli; dopo la pubblicazione del Principe «L’aggettivo machiavellico diventa sinonimo di intrigante, di ingannatore maligno e senza scrupoli; e in Inghilterra il nome di Machiavelli viene a definire il tipo dell’italiano, visto come orditore di inganni e di trame segrete . […] Machiavelli affermava quindi la necessità di un comportamento “doppio”, capace di passare da una qualità a quella opposta. «Ma è proprio da questa attenzione al comportamento “doppio” che nasce il il più rivoluzionario e inquietante scatto teorico di Machiavelli, che spiega il suo rilievo fondamentale nella storia della cultura occidentale.

Se il comportamento dell’uomo può essere “doppio”, e quindi vestirsi di apparenze, allora nello studio delle relazioni umane entra in gioco una diffidenza sistematica, tesa a cercare motivazioni interne e sotterranee, a guardare dietro l’apparenza, le parole e i valori, per rintracciare elementi concreti, “cause” quasi sempre di tipo economico, materiale, biologico. È ciò che in termini moderni si designa come svelamento dell’ideologia o demistificazione.»(Giulio Ferroni)

«I modelli narrativi populisti, nazionalisti, di estrema destra o tribali, inclusi i modelli narrativi complottistici fanno presa proprio perché si presentano come offerte a buon mercato di senso e identità. Tuttavia, in quest’epoca post-narrativa segnata da una crescente esperienza della contingenza, i modelli narrativi non sviluppano alcun potere di coesione. I racconti rendono possibile l’emergere di una comunità. Lo storytelling, di contro, dà forma solo a una community, che è la versione mercificata della comunità. La community è composta da consumatori. Nessuno storytelling sarebbe in grado di accendere nuovamente quel fuoco attorno al quale gli esseri umani si raccolgono per raccontarsi l’un l’altro delle storie.

Il fuoco si è spento da tempo. Esso è stato sostituito dagli schermi digitali, che isolano gli esseri umani facendone dei consumatori. I consumatori sono solitari. Non danno forma ad alcuna comunità. Le stesse storie condivise sulle piattaforme social non sono in grado di rimuovere il vuoto narrativo. Esse non sono nient’altro che una pornografica esibizione o promozione di sé stessi. Postare, mettere like e condividere, proprio perché sono pratiche consumistiche, non fanno altro che intensificare la crisi dell’esperienza narrativa.

Nel momento in cui le narrazioni vengono viste come un qualcosa che può essere costruito seguendo delle regole di composizione, viene meno il loro momento di verità interno.» (Byung-chul Han – da La crisi della narrazione, Einaudi, 2023)

Il sovraccarico informativo gonfia la nostra presunzione e al tempo stesso scoraggia il senso critico. Per Goethe la gerarchia della conoscenza era la seguente: il sapere è il livello più basso, al di sopra del quale c’è il pensare, ma la cosa più alta è il vedere, il saper guardare. Mai come oggi risulta difficile distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto… in altre parole: il saper vedere. Diceva Mark Twain: «Siamo tutti ignoranti, solo di cose differenti.» Mai come oggi ne siamo stati meno consapevoli.

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