La chiave dell’enigma

UNO. The Imitation Game è un film del 2014 diretto da Morten Tyldum. È tratto dalla storia vera del leggendario criptoanalista Alan Turing e racconta la serrata lotta contro il tempo condotta dal matematico e dalla sua squadra durante la Seconda Guerra Mondiale per decifrare il codice segreto nazista denominato “Enigma”. In un flashback che ritorna al tempo del college (1923 circa) il giovane Turing chiede al suo compagno di scuola Christopher Morcom: – “Cosa stai leggendo?” – “Un libro sulla crittografia.” – “Cioè messaggi segreti?” – “Non segreti. È questo il bello. Messaggi che tu puoi vedere ma che non potrai mai capire, se non hai la chiave.” Pausa. – “E non è come parlare?” – “Parlare?” – “Le persone non dicono mai quello che vogliono dire, dicono sempre altro. Eppure si aspettano che tu le capisca. Ma io non le capisco. Non è la stessa cosa?” Lunga pausa. Poi: – “Alan, ho il presentimento che sarai bravissimo in questo!” conclude Christopher passandogli il libro: A Guide To Code And Ciphers, del professor I. Scott.

DUE. Nel capitolo XVIII della sua Storia della letteratura italiana, Francesco De Sanctis descrive gli sviluppi della letteratura nel Seicento: «Giunta l’arte a quella perfezione, aveva bisogno di un nuovo contenuto per trasformarsi e rinsanguarsi. E se la reazione tridentina ci avesse dato questo nuovo contenuto, sarebbe stata la ben venuta. Avremmo avuto una seria ristaurazione religiosa e letteraria. Ma fu ristaurazione delle forme, non della coscienza. […] Di che nacque l’ultimo pervertimento del carattere nazionale. L’idea che a salvare l’anima bastasse andare a messa e portare lo scapolare, e che l’assoluzione del confessore fosse sufficiente a lavare tutte le macchie, salvo a tornar da capo, diede alle plebi italiane quell’impronta grottesca di bassezza, immoralità e divozione, che anche oggi in molti luoghi non si è cancellata. Quanto alle classi colte, la vita era menzogna, una vita ostentatrice di sentimenti religiosi e morali senza alcuna radice nella coscienza. Tale la vita, tale la letteratura.» De Sanctis allude qui alla Controriforma cattolica promossa dal Concilio di Trento (1545-1563) e alle sue dirette conseguenze.

Un concetto che era stato chiarito in modo efficace molto prima anche da Dante Alighieri, quando nella Divina Commedia, primo canto del Paradiso scriveva: «Trasumanar significar per verba / non si poria»; non si può descrivere a parole il passaggio ontologico dall’umano al sovrumano. In altre parole nessuno, ma proprio nessuno possiede la chiave, il codice del trasumanare, dell’irrazionale superamento dei limiti umani. Soprattutto: non si possono simulare messaggi o contenuti che non abbiano una sincera radice nella coscienza individuale. Anche se poi naturalmente c’è chi afferma l’esatto contrario: che questa chiave c’è chi la possiede, che essa si può trovare e condividere, soprattutto grazie alla preghiera.

TRE. In un articolo sul Foglio Quotidiano, Alfonso Berardinelli si chiede che cosa significhi pregare: «Il pregare è uno degli atti che meglio caratterizzano il sentimento, il bisogno, l’impulso religioso. Eppure la riflessione sul suo significato è scarsa o assente. Nella sua più comune, superficiale e quasi sempre equivoca accezione, pregare è chiedere qualcosa a Dio, alla Madonna o al proprio santo preferito. L’immaginario che perciò presiede a un tale atto è fondato sul desiderio di chi prega e sull’enorme potere di entità soprannaturali che ci ascoltano e benevolmente ci aiuteranno a ottenere miracolosamente proprio quello che vogliamo, o a evitare che accada tutto ciò che ci spaventa. Il modo di pregare, il suo contenuto e il suo scopo presuppongono quindi un’idea del divino e del soprannaturale: definiscono cioè la nostra religiosità. […]

Il punto comunque è uno solo: rivolgere il pensiero a Dio. Facile a dirsi. Ma che significa? C’è chi chiede favori (è la cosa peggiore), chi chiede aiuto e conforto (ma è sempre un chiedere), e chi invece non chiede niente perché sente che la cosa giusta è semplicemente fissare l’attenzione su Dio. Ma è così che si arriva al vero problema: che cosa pensa una mente che pensa Dio? Immagina forse un venerando vecchio solenne, potente, canuto e barbuto in trono, fra le nuvole, che con un minimo gesto della mano fa accadere cose che altrimenti non sarebbero accadute, ma solo perché la nostra preghiera lo ha convinto? […]

“Dalla lettura che diamo della realtà dipende il nostro rapporto con Dio e quindi il nostro atteggiamento nella preghiera”. In questa semplice frase mi pare che non venga detto quasi niente eppure non manchi niente. E’ quindi proprio da una tale affermazione che si dovrebbe sempre partire. Come ha scritto un grande mistico induista di fine Ottocento, “chi vuole amare Dio deve fare un fascio di tutti i desideri, lasciarli fuori dalla porta e poi entrare”. Quella di chi prega per ottenere la realizzazione dei propri desideri, quali che siano, “è una religione bassa, volgare, da accattoni”. (Alfonso Berardinelli – il Foglio Quotidiano, 20 novembre 2021)

QUATTRO. Robert Musil ha pubblicato i primi due volumi del suo capolavoro, L’uomo senza qualità, tra il 1930 e il 1933; il terzo volume è stato pubblicato postumo solo nel 1943. «La storia narra la vicenda esistenziale e spirituale di Ulrich: una specie di “uomo ideale” che, riassumendo in sé tutte le qualità o, meglio, le “non-qualità” del secolo appena iniziato, il Novecento, vive parzialmente alienato dal “mondo reale” e del tutto privo di autentici interessi.» (da Wikipedia)

Ulrich, palese alter ego dell’autore, in un colloquio con un direttore di banca afferma: «La storia le avrà insegnato che la vera fede, la vera morale e la vera filosofia non sono mai esistite; tuttavia le guerre, le infamie e gli odi che si sono scatenate in loro nome hanno fruttuosamente trasformato il mondo» (Parte seconda, 35). E poco oltre: «Ci sono migliaia di professioni in cui gli uomini si consumano; lì è concentrata la loro intelligenza. Ma se si chiede loro semplicemente ciò che è umano e a tutti comune, non restano che tre cose: la stupidità, il denaro e tutt’al più qualche reminiscenza di religione!» (Parte seconda, 39).

EPILOGO. Il mistico induista di fine Ottocento che invitava a lasciare tutti i desideri fuori dalla porta prima di entrare nel tempio, evidentemente non sottovalutava affatto la realtà; sapeva bene che gli uomini sono quel che sono, e conosceva la loro inadeguatezza nell’abitare il mondo. E sapeva che  le cuciture delle parole possono cedere all’improvviso – il che succede in continuazione; e che tuttavia gli uomini spesso si illudono di possedere la chiave dell’ingegno altrui, del mondo intero o addirittura del sopramondo. E che infatti: «Quante volte un uomo colpisce a sangue freddo un altro, ma potrebbe anche lasciarlo stare! La vita si copre di una superficie che s’atteggia a dover essere giusta com’è; ma sotto l’epidermide le cose spingono e urgono.» (Robert Musil – L’uomo senza qualità, parte seconda, 59)

Infatti la storia ci ha insegnato che  nemmeno la vera giustizia è mai esistita.

Aveva con­tri­bui­to a vin­ce­re la se­con­da guer­ra mon­dia­le. Tuttavia, per evi­ta­re il car­ce­re a cui lo avrebbe ferocemente condannato per omosessualità, Alan Tu­ring – uno dei più im­por­tan­ti scien­zia­ti del se­co­lo scor­so – ac­cet­tò di sot­to­por­si alla pena al­ter­na­ti­va, ma altrettanto feroce, di “curare la sua diversità”: inie­zio­ni a base di estro­ge­ni, con con­se­guen­ze de­va­stan­ti per il suo cor­po. Due anni dopo, l’8 giu­gno 1954, fu ri­tro­va­to sen­za vita nel­la sua stan­za, av­ve­le­na­to da una mela in­tri­sa di cia­nu­ro. I rattoppi sulle cuciture non tenevano più.

Il brano Losing My Religion dei R.E.M. è contenuto nell’album Out of Time (1991) – Sopra: L’Angelus (L’Angélus), olio su tela di Jean-François Millet – A seguire: Michelangelo: Genesi, Cappella Sistina, Roma (1508-1512) – Una fotografia di Alan Turing del 1935.

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