La colpa è nostra

George Orwell ha pubblicato nel 1946 un saggio dal titolo La politica e la lingua inglese (Politics and the English Language), nel quale criticava l’imprecisione e la bruttezza della lingua inglese a lui contemporanea. Un saggio importante, in cui scriveva:

«Se semplifichi il tuo inglese, ti liberi dalle peggiori follie dell’ortodossia. Non potendo più parlare nessuno dei gerghi prescritti, se dici una stupidaggine la sua stupidità sarà evidente anche a te. Il linguaggio politico – e ciò vale in vario grado per tutte le parti politiche, dai conservatori agli anarchici – è inteso a far sembrare veritiere le menzogne e rispettabile ogni nefandezza, e a dare una parvenza di solidità all’aria fritta. Tutto questo non si può cambiare in un momento, ma si possono almeno cambiare le proprie abitudini.»

Più che giusto. Ovviamente ciò riguarderebbe tutte le lingue e tutti i Paesi (e forse tutti i tempi), Italia compresa: “La politica e la lingua italiana…” Sappiamo per esempio che l’abituale risposta italiana alle problematiche quotidiane è quella di chiamarle con un altro nome, nella speranza che così esse spariscano dalla vista. Questo modo di agire purtroppo presenta l’inconveniente non secondario di devastare la lingua e la comunicazione tra le persone, per di più senza smuovere la realtà di un millimetro. Finendo per sfiduciarci rispetto alla politica con la P maiuscola e screditare ulteriormente (se possibile) una già impresentabile classe dirigente. Unica salvaguardia rispetto a questo ormai decennale processo: quella di essere concreti, come suggeriva Robert Hughes nel suo libro La cultura del piagnisteo (Adelphi, 1994)  Vediamo un pertinente esempio italiano.

«Le vicende di questi giorni dimostrano che la politica non si fa con gli aut aut, ma con una paziente opera di tessitura e dialogo». La frase è di Matteo Renzi, intervistato da Stefano Cappellini su Repubblica, il 4 febbraio scorso. Tale affermazione «in bocca al leader politico meno disposto, dopo Attila, alla tessitura e al dialogo (o si fa come dice lui, o non se ne fa nulla), suona fantastica. Quasi spiritosa. Poiché Renzi ha la parola veloce, si potrebbe pensare a una frase riuscita male. Oppure tocca prendere atto di una lettura della crisi (la “sua” crisi) più astuta e più occulta di quella che i comuni mortali hanno potuto intendere: lui si considera il vero artefice dell’avvento di Draghi (ecco la tessitura) e presume di essere il suo interlocutore politico più ascoltato (ecco il dialogo). (…) Nella classe deserta, solo un alunno rimane tranquillamente seduto al suo banco, spiegando a tutti gli altri dove hanno sbagliato.» (Michele Serra) Insomma: tutti dietro la lavagna tranne lui, il meglio fico del bigoncio. Peccato che la realtà dica un’altra cosa; cioè che Renzi ha resuscitato Salvini, lo ha rimesso in gioco dopo che quest’ultimo si era escluso da solo con l’autogol del Papeete e dei pieni poteri. Non si sa se con o senza patto preventivo fra omonimi, lo sta infatti riportando al governo. Questa sarebbe la realtà. Ma se i fatti contraddicono le chiacchiere, per quanto riguarda Renzi tanto peggio per i fatti.

Fortunatamente non tutti la pensano così.

Hans Rosling (1948-2017) è stato un medico, statistico e accademico svedese. Membro dell’Accademia di Svezia e del Karolinska Institutet, fondatore della sezione svedese di Medici senza frontiere e infine della fondazione Gapminder, ha vissuto vent’anni in Congo per studiare e combattere il Konzo, una malattia epidemica paralizzante. (dal risvolto di copertina del suo libro Factfulness, termine inglese traducibile come fattualità; cioè il contrario di quello che Orwell intendeva per “linguaggio politico“). Rosling scrive:

«Questo libro è l’ultimissima battaglia della mia incessante guerra contro l’ignoranza globale devastante, il mio ultimo tentativo di lasciare un segno nel mondo: cambiare la mentalità della gente, calmare le paure irrazionali e reindirizzare le energie verso attività costruttive. […]»

Nel 2015, 4000 rifugiati annegarono nel Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere l’Europa a bordo di gommoni. Le immagini dei bambini morti sospinti dalle onde sulle spiagge di famose mete turistiche evocarono orrore e compassione. Che tragedia. In Europa e altrove, nella nostra agiata vita al livello 4, iniziammo a pensare: “Com’è potuta succedere una cosa simile? Di chi è la colpa?”

Lo capimmo ben presto. I cattivi erano gli scafisti crudeli e avidi che, con l’inganno, inducevano famiglie disperate a pagare 1000 euro a testa per un posto sui gommoni della morte. Smettemmo di pensare e ci consolammo con l’immagine delle navi europee che salvavano le persone dalle acque impetuose.

Ma perché i rifugiati non venivano in Europa su aerei o traghetti confortevoli invece di viaggiare via terra fino alla Libia o alla Turchia, per poi affidare la propria vita a quei malandati gommoni? In fondo, tutti gli stati membri dell’Ue hanno firmato la Convenzione di Ginevra, ed era chiaro che i rifugiati provenienti dalla Siria – un Paese dilaniato dalla guerra – avrebbero avuto diritto di chiedere asilo, ma persino i più saggi e i più gentili diedero risposte molto curiose.

Forse i rifugiati non potevano permettersi di prendere l’aereo? Sapevamo tuttavia che pagavano 1000 euro ciascuno per un posto sul gommone. Ho controllato online e ho trovato molti biglietti dalla Turchia alla Svezia o dalla Libia a Londra a meno di 50 euro.

Forse non riuscivano a raggiungere l’aeroporto? Sbagliato. Molti erano già in Turchia o in Libano e potevano andare tranquillamente in aeroporto. Possono permettersi il biglietto e i voli non sono in overbooking. Al banco del check-in, però, il personale delle compagnie aeree impediscono loro di imbarcarsi. Perché? Per una direttiva emanata nel 2001 dal Consiglio europeo, che spiega agli Stati membri come combattere l’immigrazione clandestina. Secondo tale direttiva, qualunque compagnia aerea o marittima introduca in Europa una persona priva di documenti in regola deve sostenere tutti i costi del rimpatrio nel Paese d’origine.

Naturalmente, la direttiva precisa anche che queste regole non valgono per i rifugiati che vogliono entrare in Europa in base ai diritti d’asilo previsti dalla Convenzione di Ginevra, ma solo agli immigrati clandestini. Tale precisazione, tuttavia, è insensata. Come può, infatti, una hostess di terra capire in quarantacinque secondi se una persona sia o meno un rifugiato in conformità alla Convenzione di Ginevra? Un accertamento che richiederebbe almeno otto mesi persino a un’ambasciata? È impossibile. Così l’effetto pratico di questa direttiva apparentemente ragionevole è che le compagnie di linea non lasciano imbarcare nessuno senza visto, e ottenerlo è quasi impossibile perché le ambasciate europee in Turchia e in Libia non hanno le risorse per evadere le richieste. I rifugiati siriani, che in teoria avrebbero diritto di entrare in Europa secondo la Convenzione di Ginevra, sono dunque impossibilitati a viaggiare in aereo e devono affidarsi al mare.

Ma perché devono usare i gommoni? In realtà, la causa è ancora una volta la politica dell’Ue, che impone la confisca immediata delle barche all’arrivo. Perciò è possibile usarle per un solo viaggio. Gli scafisti non potrebbero permettersi di trasportare i rifugiati su imbarcazioni sicure – come i pescherecci che, nel giro di qualche giorno, portarono 7220 ebrei dalla Danimarca alla Svezia nel 1943 – nemmeno se lo volessero.

I governi europei si vantano di rispettare la Convenzione di Ginevra, secondo cui un rifugiato proveniente da un Paese in guerra ha diritto di chiedere e di ricevere asilo. Le loro politiche di immigrazione, però, trasformano questa affermazione in una beffa, creando direttamente il mercato dei trasporti in cui operano gli scafisti. Non c’è nulla di segreto in questo; anzi, bisogna avere la mente confusa o ottenebrata per non accorgersene.

Abbiamo l’istinto di trovare qualcuno da accusare, ma raramente ci guardiamo allo specchio. A mio parere, le persone intelligenti e gentili non arrivano quasi mai alla conclusione – terribile e carica di rimorso – che sono le nostre politiche d’immigrazione a provocare gli annegamenti dei rifugiati.» (Hans Rosling con Ola Rosling e Anna Rosling Rönnlund – Facfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo. Rizzoli, 2018)

«Il 5 febbraio 2016 i medici diagnosticarono ad Hans un cancro incurabile al pancreas. La prognosi era tutt’altro che ottimistica. Gli restavano due o tre mesi di vita o, se i trattamenti palliativi fossero stati molto efficaci, forse un anno. (…) La sera di giovedì 2 febbraio 2017, le condizioni di Hans si aggravarono all’improvviso. Chiamammo un’ambulanza e lui vi salì con le copie stampate di diversi capitoli dell’ultima bozza, le sue annotazioni scarabocchiate ovunque. Quattro giorni dopo, nelle prime ore di martedì 7 febbraio, Hans si spense.» (Anna Rosling Rönnlund e Ola Rosling. Stoccolma, 2018.)

In suo onore, concludiamo perciò nel rispetto della “factfulness” di Rosling: “far sembrare veritiere le menzogne e rispettabile ogni nefandezza, e dare una parvenza di solidità all’aria fritta” è il grande “talento” dei due Matteo sopracitati. Ma guardiamoci allo specchio: se costoro continuano a fare come se niente fosse, la colpa è tutta nostra; esattamente come è tutta nostra la responsabilità per le politiche d’immigrazione che continuano a provocare gli annegamenti dei rifugiati. Dovremmo proprio cambiare le nostre abitudini. Tutto il resto non sono altro che balle… pardon, parole.

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