La presunzione di sapere

perché
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere, aumenta il dolore. (Ecclesiaste 1,18)

Era il 1996; nel quadro di un programma di miglioramento delle piazze cittadine, il comune di Bordeaux assegnava agli architetti Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal l’incarico di “abbellire” Place Léon Aucuc. «Dopo averla osservata a lungo in diversi momenti e avere  sentito alcuni suoi frequentatori, hanno ritenuto che fosse “già bella così”, nella sua autenticità priva di sofisticazioni. Il progetto da loro presentato ha così proposto di non fare nulla, a parte alcuni semplici e rapidi lavori di manutenzione, come sostituire la ghiaia, pulire la piazza più di frequente, curare i tigli, modificare leggermente il traffico. Il progetto è stato approvato e messo in opera.» (Marco Biraghi)

Nel 2021, molti anni e molti progetti dopo, Lacaton & Vassal vinceranno poi il Pritzker Architecture Prize, il più importante premio internazionale per l’architettura. Come affermò Alejandro Aravena, presidente della giuria, “Lacaton e Vassal sono radicali nella loro delicatezza e coraggiosi nella loro austerità, capaci di bilanciare un rispettoso ma allo stesso tempo diretto e incisivo approccio nella trasformazione dell’ambiente costruito”. In altre parole, è stato premiato un autentico modello di competenza e professionalità: di cultura virtuosa. E sottolineiamo virtuosa, perché non necessariamente il merito (e il premio) si accompagna alla virtù. Il mondo dell’edilizia e dell’architettura non fa certo eccezione a questa spiacevole realtà.

Osserva Salvatore Natoli: «Già a partire dal mondo classico fino al moderno – e anche presso altre civiltà – la virtù non necessita di premi perché è premio a se stessa. La virtù appartiene alla media quotidianità, il virtuoso, indipendentemente dall’essere o non essere riconosciuto, fa lo stesso quel che va fatto, tende a realizzare e non a farsi vedere. Capita, poi, che azioni e opere lo svelano e magari, senza neppur volerlo, viene elevato ad esempio. Ma la remunerazione più piena della virtù risiede nell’aver guadagnato qualcosa che nessuno può sottrarre e che accompagna l’individuo nell’intero svolgersi della sua vita. E per di più apporta beneficio agli altri quand’anche è ignorato: è la figura del giusto nascosto.

Sulla dottrina dei premi e delle punizioni sono state costruite intere teologie, capitoli del diritto a cui non faccio neppure cenno, ma mi limito a ribadire, come ormai evidente, che la virtù si merita, che suo premio è essa stessa e la generazione di beni che a essa conseguono. A fronte esistono i meriti in senso corrente, ossia relativi a prestazioni particolari e in domini ristretti che di per sé non esigono virtù; sicché se non si può essere virtuosi senza essere meritevoli, si può ben essere meritevoli senza essere virtuosi; per capirci si può essere abilissimi nell’amministrare i bilanci di una società, ma del pari abili nel truccarli: a parità di merito ci può essere un’opzione per il bene e per il male. L’aver acquisito competenze può perciò entrare in rotta di collisione con le virtù.»

«E se fosse vero che coltiviamo l’ignoranza, lo spettro più nefasto di questo nuovo secolo? È la tesi di Peter Burke: insegna Cultural History all’Università di Cambridge. Ha appena scritto una fenomenologia dell’ignoranza («Ignoranza», Raffaello Cortina) che mette i brividi. Nel corso della storia, ogni età ha creduto di disporre di maggiore conoscenza rispetto alla precedente: gli umanisti rinascimentali riprendevano i classici, gli illuministi cercavano di spazzare via la superstizione con la ragione. Poi è nata l’istruzione pubblica, sono arrivati i mezzi di comunicazione di massa e ora tutto il mondo è interconnesso in una sorta di eterno presente. Com’è possibile che ci siano ancora i negazionisti o chi frena il progresso a colpi di decreti? Che ne è della conoscenza sperimentata nel corso dei secoli? Una volta, chi non sapeva si rivolgeva a chi ne sapeva più di lui, magari con un po’ di umiltà; adesso, grazie ai social, vige solo la presunzione di sapere. La deriva bulimica del web produce un eccesso di informazione che crea solo pressapochismo, presunzione, intolleranza: siamo tutti di un’ignoranza wikipedica. Anneghiamo in un mare di «conoscenza negata», e ci rifiutiamo di saperlo.» (Aldo Grasso)

Nel suo L’arte del romanzo (1986), Milan Kundera già si lamentava dei mass media che «distribuiscono nel mondo intero le stesse semplificazioni e gli stessi luoghi comuni.» All’epoca sembrava ancora che tra mass media e intellettuali critici il duello fosse possibile. È triste constatare che forse non è più così.

«Cosa la colpisce di questo tempo?
«Che bisogna avere un’opinione su tutto, subito. Le competenze sono diventate un optional. Non c’è più differenza tra uno scienziato e uno che si improvvisa tale, si fa tutto da casa». (da un’intervista di Concetto Vecchio a Fabrizio Gifuni)

Se non l’unica, sicuramente la principale causa dell’ignoranza nei secoli dei secoli è sempre stata la presunzione. Ci sembra questo il senso dell’affermazione di Socrate riportata da Platone nella sua Apologia di Socrate: «Però, andandomene, ho pensato: “Sicuramente sono più sapiente io di quest’uomo; anche se forse nessuno dei due sa proprio un bel nulla, ma la differenza fra noi è che lui crede di essere sapiente anche se non sa proprio un bel niente, io, almeno, so di non sapere.”» Oggi come oggi, alla vigilia del 2024, la modesta e competente austerità di Lacaton & Vassal a Bordeaux sembra un’autentica utopia: senza dubbio qualcuno – che non sa un bel nulla ma crede di essere sapiente – si sarebbe opposto al loro progetto di “radicale delicatezza”.

Siamo tutti ignoranti. Bisogna solo vedere in quale materia. La presunzione, anzi l’arroganza peggiore è quella di chi giudica ciò di cui invece non sa un bel nulla. L’ignoranza di chi fa schifo e neanche lo sa.

Il brano di Enzo Jannacci Come gli Aeroplani è contenuto nell’album omonimo (2001) – Subito sopra: un disegno di Saul Steinberg

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