La realtà uccide?

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“Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento molto bene”. Scherzava (ma non tanto) Woody Allen. E’ poi noto che anche il rock sarebbe morto da molto tempo. Il cinema è deceduto? Non si sa. E il romanzo? E’ morto oppure no? A tutte queste domande non so rispondere, e in fondo non mi importa. Mi pare invece interessante il recente (si fa per dire)  proliferare di letteratura e cinematografia basate sulla realtà piuttosto che sulla finzione. Ad esempio:

A sangue freddo (In Cold Blood) è un romanzo dello scrittore statunitense Truman Capote, pubblicato in volume nel 1966. È il resoconto dettagliato del quadruplice omicidio della famiglia Clutter. Per la sua costruzione narrativa Capote si pose come obiettivo esplicito di raccontare i fatti effettivamente avvenuti, coniando l’espressione di non-fiction novel, un genere del quale egli è considerato il fondatore nella narrativa USA. (da Wikipedia). L’editore Garzanti provvide immediatamente alla traduzione e pubblicazione in Italia. Da allora esso viene continuamente ristampato. Ricordo molto bene l’impressione che ne ebbi a lettura ultimata: bellissimo e agghiacciante. Agghiacciante soprattutto in quanto esso racconta una realtà ricostruita e in parte vissuta in modo diretto, analitico e quasi scientificamente oggettivo. Nel 2005 ne è stato tratto un film girato da Bennett Miller: Truman Capote: a sangue freddo.

Altrettanto belli e coinvolgenti, ricordo tre libri di Emmanuel Carrère, tutti basati sulla cosiddetta “realtà senza finzione”: L’avversario (ora in Adelphi – 2013: “Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo”);

Vite che non sono la mia (Einaudi – 2011: “A pochi mesi di distanza, sono stato testimone dei due eventi che più di ogni altro mi spaventano: la morte di un bambino per i suoi genitori, e quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito”);

Limonov (Adelphi – 2012: “Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro”).

Poi ci sono le serie televisive, tra cui:

SERIAL (Nella prima stagione la serie in podcast ha analizzato l’omicidio di Hae Min Lee. Fu accusato l’ex fidanzato Adnan Syed); 

THE JINX (La serie in sei puntate del 2015  ripercorre venti anni di vicende giudiziarie del milionario Robert Durst. Talmente realistico che determinerà l’arresto del protagonista prima della trasmissione dell’ultima puntata, proprio grazie ai suoi contenuti);

NARCOS: (La serie 2015 racconta la storia vera della dilagante diffusione della cocaina tra Stati Uniti ed Europa negli anni ’80, grazie al cartello di Medellín del boss della droga Pablo Escobar); 

MAKING A MURDERER ( Come si fabbrica un omicida), una serie-documentario televisiva in 10 puntate prodotta da Netflix nel 2015 e incentrata sul caso di Steven Avery, un uomo del Wisconsin, prima incarcerato per un errore giudiziario, poi di nuovo condannato nel 2007 all’ergastolo per lo stupro e la morte della fotografa Teresa Halbach;

AMERICAN CRIME STORY (Cuba Gooding Jr. diventa O. J. Simpson per ricostruire il caso. Andrà in onda a febbraio negli Usa).

Lo stesso Javier Cercas aveva già scritto due libri di successo basati su episodi reali, in Italia pubblicati entrambi da Guanda: Soldati di Salamina (2004:Storia di Rafael Sánchez Mazas durante la guerra civile spagnola) e Anatomia di un istante (2010: Storia del fallito colpo di Stato in Spagna del 23 febbraio 1981).

L’impostore (Guanda 2015) è invece la sua ultima importante opera: “I dilemmi etici di Cercas scaturiscono dal protagonista del racconto, un grandissimo impostore e un grande maledetto. Nel 2005 Enric Marco occupò le prime pagine dei giornali spagnoli: per quasi tre decenni s’era fatto passare per un deportato nella Germania hitleriana, celebrato in tutte le ricorrenze, applaudito in Parlamento, ascoltato da migliaia e migliaia di studenti. Stava per partecipare al sessantesimo anniversario per la liberazione dei campi, a Mauthausen, quando venne smascherato da uno studioso. Non era vero niente. O, meglio, la sua finzione era stata sapientemente impastata con brandelli di verità tanto da essere lungamente creduta da istituzioni e società civile”  (Simonetta Fiori – La Repubblica)  Al di là della minuziosa e coinvolgente ricostruzione storica effettuata, Cercas non sembra schierarsi tra coloro che buttano la croce addosso all’impostore. Sembra anzi a volte sul punto di immedesimarsi con lui, che tenti di spiegare e/o capire le sue azioni e la sua vita. Altrove passa invece ad accusarlo impietosamente. E così via. Il giudizio non tocca a noi, anche se un’opinione ce la siamo fatta. Cito quindi solo qualche passo tratto del testo, che trovo importanti, anzi fondamentali per i nostri tempi e per tutti noi.  Dopodiché, consiglio di leggere il libro e trarre da esso ognuno le proprie personali conclusioni. Ne vale la pena:

da pag. 101: “Perchè il passato non passa mai, non è neppure – lo ha detto Faulkner – passato; il passato è solamente una dimensione del presente.”

da pag 367: “Per ognuno arriva il giorno , scrive Kafavis, di pronunciare il Grande Sì o il Grande No. Di questo tratta la maggior parte dei miei libri: del giorno del Grande No (o del Grande Sì); vale a dire del giorno in cui uno sa per sempre chi è.”

da pag. 394: “Marco è questo: l’uomo della maggioranza, l’uomo della moltitudine, l’uomo che, sebbene sia un solitario o proprio perché lo é, si rifiuta per principio di stare da solo ed è sempre dove stanno tutti, che non dice mai No perché vuole stare simpatico  ed essere amato e rispettato e accettato, e di lì la sua medipatia e la sua feroce ansia di comparire nella foto, l’uomo che mente per nascondere ciò di cui prova vergogna (…) l’uomo del profondo delitto di dire sempre Sì”.

Ma il libro inizia così: “Io non volevo scrivere questo libro.” Leggendolo, si capisce quanto sia vero. Poi, a pag. 27: “La verità è che non ne posso più di realtà. Sono arrivato alla conclusione che la realtà uccide e la finzione salva. Adesso ho bisogno di un po’ di finzione.” E’ così anche per noi?

 

 

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