La remissività è una colpa

 

Noi siamo soli. Soli, come il Beduino nel deserto. Bisogna che ci copriamo il viso, che ci stringiamo nei mantelli e che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano… (Gustave Flaubert)

 

UNO. «Era sopraffatto dall’ansia, dallo schifo, e dal presentimento della propria succube obbedienza. Aveva sentito il respiro caldo del “Grande Stato”, e non aveva la forza di tornare in una tenebra gelida. Non ce l’aveva proprio, la forza, quel giorno. Non era la paura a bloccarlo, ma un sentimento diverso e tremendo: la remissività. Com’è strano l’uomo; prima sarebbe stato capace di rinunciare alla sua stessa vita; ora non aveva la forza di dire no a qualche zuccherino… Sì, ma provateci voi a scansare la mano onnipotente che vi accarezza la testa e vi batte compiaciuta sulla spalla!» (Vasilij Grossman, Vita e destino – Adelphi, 2022)

Consultiamo il dizionario: Remissività /re·mis·si·vi·tà/ sostantivo femminile – Tendenza a cedere al volere o all’altrui opera di convinzione, che si traduce in atteggiamenti che vanno dalla semplice condiscendenza alla rassegnata o supina sottomissione. (dal Devoto-Oli, Vocabolario della lingua italiana)

Anche se Vasilij Grossmann nel brano citato sopra fa esplicito riferimento alle terribili e tragiche dittature (hitleriana e staliniana) del Novecento, la verità è che siamo tutti soggetti a influenze, imposizioni e condizionamenti a tutti i livelli. Fa parte del vivere quotidiano, e la nostra pigra remissività favorisce l’efficacia di questi fattori tutt’altro che innocenti. Nella pratica quotidiana dei nostri comportamenti: condiscendenza, arrendevolezza, supina sottomissione a finalità e interessi che ci sono del tutto indifferenti o addirittura nocivi, finiscono per apparire del tutto “naturali”, conformi alla “normalità delle cose”, quelle presunte, spesso ipocrite finalità di convivenza che vengono sempre prescritte dal cosiddetto senso comune.

DUE. Per fortuna non siamo tutti uguali. Il filosofo Leo Strauss, per esempio,  ha ipotizzato due categorie antropologiche: i «moderni» e gli «antichi»; i primi sarebbero impegnati a cercare come funzionano le cose senza porsi un fine; i secondi invece a capire perché queste stesse cose esistono. Secondo Strauss i «moderni» guardano la realtà razionalmente per come essa è, sono impegnati solo nella ricerca della propria realizzazione senza sentirsi vincolati da finalità prestabilite o valori di riferimento assoluti. Gli «antichi», invece, sono uomini per i quali lo scopo della società è la comprensione profonda delle cose, da perseguire non esclusivamente attraverso il realismo scientifico, ma anche grazie a riferimenti ideali di «virtù e saggezza». Una meta mai del tutto raggiungibile, ma che tuttavia offre una direzione chiara e condivisa verso cui tendere. È innegabile che la nostra epoca più recente sia evoluta nel segno della modernità (Gabriele Segre), mettendo così in secondo piano la  tensione verso il pensiero della «possibilità».

TRE. «Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o, quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o talaltra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diversa. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dar maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è.

Come si vede, le conseguenze di tale attitudine creativa possono essere notevoli, e purtroppo non di rado fanno apparire falso ciò che gli uomini ammirano, e lecito ciò che essi vietano, o magari indifferenti e l’uno e l’altro. Questi possibilisti vivono, si potrebbe dire, in una tessitura più sottile, una tessitura di fumo, immaginazioni, fantasticherie e congiuntivi; quando i bambini dimostrano simili tendenze si cerca energicamente di estirparle, e davanti a loro quegli individui vengon definiti sognatori, visionari, pusilli, e saccenti o sofistici. Chi vuol lodare questi poveri mentecatti li chiama anche idealisti, ma evidentemente con tutto ciò s’allude soltanto al tipo debole, che non sa capire la realtà o la fugge temendo di farsi male, per cui dunque l’assenza del senso della realtà è davvero una mancanza. Il possibile però non comprende soltanto i sogni delle persone nervose, ma anche le non ancor deste intenzioni di Dio. Un’esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a un’esperienza reale e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione.» (Robert Musil – L’uomo senza qualità)

QUATTRO. La grande letteratura ambisce a plasmare le coscienze e interpretare il mondo, compreso quello che non si vede. L’esperienza del bello vi è considerata la più favorevole alle vere conquiste culturali e morali, la più utile alla formazione di un’autentica coscienza politica, la più capace di aprirci a mondi o esperienze ancora ignote o inespresse. Il piacere di leggere fa parte  integrante di un processo di conoscenza, e non è separabile da esso. La letteratura popolare prima, quella di consumo poi, invece, puntano al divertimento. In quest’ambito non c’è niente da scoprire o da imparare; e infatti il divertimento può nascere e quasi sempre nasce, dalla ripetizione dell’uguale, o da qualche innocua variazione sul tema.

La società letteraria quale eravamo abituati si estingue, perché evapora la sua missione di formazione del gusto e guida intellettuale. Tra Otto e Novecento la buona letteratura si era immaginata soprattutto come esperienza conoscitiva, basata sui tempi lenti della riflessione e della pedagogia; dall’ultimo Novecento in poi tende a diventare esperienza emotiva, basata sul dinamismo incessante (e sui richiami all’attualità) dell’estetica del flusso. L’arte, dunque, non importa che scavi; importa che scivoli e permetta di evadere: se quello che conta è la capacità di un’opera di creare legami in orizzontale, è inevitabile che cada l’attenzione per quel lavoro in verticale che a lungo è stato prerogativa della letteratura. L’arte come mezzo, non più come fine. (da Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante – il Mulino, 2018)

CINQUE. Nella sua introduzione al Discorso della servitù volontaria di Étienne de La Boètie (Feltrinelli, 2016), Enrico Donaggio cataloga le cause estrinseche della nostra propensione  alla servitù volontaria, così come illustrata da La Boétie:

  1. l’abitudine impartita da famiglia, contesto e tradizione, che contribuisce in modo decisivo a cementare l’oblio della libertà, instillando una condiscendenza ovvia e acritica verso la subordinazione;
  2. le merci dell’industria culturale e gli slogan della propaganda pubblicitaria e politica: un’intuizione che anticipa di quasi cinquecento anni le analisi della società dello spettacolo;
  3. una certa forma di convenienza, illustrata con l’immagine omerica della “corda di Giove”: le briciole e la corruzione che cadono dal tavolo del padrone nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l’intero corpo sociale;
  4. il mistero, il velo o la maschera, dietro cui da sempre il potere nasconde il proprio volto, generando un’ingannevole fantasmagoria.

Quelle appena enumerate sono tutte forme di baratto della propria libertà con qualcosa che possiede un valore decisamente inferiore. Ma anche metamorfosi delle classiche astuzie del principe o del persuasore occulto di turno.

SEI. Nel Candido di Voltaire il protagonista è un giovane ingenuo e buono di cuore sottoposto alle cure del precettore Pangloss; quest’ultimo gli insegna una dottrina secondo cui tutte le cose del mondo reale sono sempre “nel migliore dei modi e nel migliore dei mondi possibili”. Per di più, secondo lui, in questo migliore dei mondi possibili, tutti i fatti son connessi fra loro. Candido, però, dopo un lungo viaggio che è stato occupato dal racconto di una vecchia su tutte le violenze ed i soprusi che ha sofferto nella sua vita, inizia a nutrire qualche dubbio sugli insegnamenti del suo maestro. Parte quindi per Venezia con Martino, un filosofo manicheo pessimista e dalla vita assai sfortunata, che rappresenta l’antitesi di Pangloss; per lui l’universo è diviso in Bene e Male, e la Terra è dominata dal secondo principio. La felicità umana sembra allora un’utopia che nessuno riesce concretamente a realizzare, mentre il male, fisico e morale, regna ovunque, tanto che “la storia è un seguito di inutili atrocità”. «A questo quadro sconfortante, l’illuminista Voltaire pare voler opporre due valori, tipici della cultura dei philosophes dell’Illuminismo: la tolleranza e la rivalutazione del sapere pratico e del lavoro concreto.»

Per concludere.

Come dice Giovanni in Il sole dell’avvenire di Moretti: «Nella vita due o tre princìpi bisogna pur averli, no?» Difendere questi valori anche quando si è in minoranza, oppure ci si sente controcorrente o addirittura in pericolo perché il mondo va in tutt’altra direzione: tutto questo significa rinunciare all’accomodante remissività del quieto vivere, che in quanto tale diventa sempre complicità. È necessario scegliere individualmente, in profonda e intima coscienza. Senti che la tua  missione non consiste tanto nell’evadere ogni giorno scivolando in orizzontale su agevoli sentieri, quanto perseguire con determinazione i tuoi fini, lavorando in verticale con tutte le difficoltà del caso? Allora forza, coraggio, e… don’t give up!

Nel video: Peter Gabriel – Don’t Give Up (con Paula Cole, dal Secret World Tour, 1994)

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