La Repubblica dei narcisi

 

Otto e mezzo è un programma di approfondimento quotidiano di La7, condotto da Lilli Gruber con ospiti in studio. Nella puntata del 29 giugno 2019, forse l’ultima prima delle vacanze estive, gli ospiti in studio erano Eugenio Scalfari e Paolo Mieli. La trasmissione si concluse con  questa domanda: «Eugenio Scalfari, che cosa leggerà lei quest’estate quando sarà in vacanza?» La risposta di Scalfari fu davvero imbarazzante: «Io ho scritto ventidue anni fa un libro che si chiama Per l’alto mare aperto. E parte da Odisseo (Ulisse) e finisce con i tempi nostri. Allora, questo qui è un libro che io voglio rileggere, perché credo che verrà ristampato, perché ormai è esaurito, ma vale la pena di ristamparlo. Ma arriva addirittura – ripeto – da Ulisse che fa il cavallo di Troia fino ai nostri giorni. Termina con una citazione, perché ieri l’ho sfogliato, una citazione delle poesie (io cito una di queste, un brano delle poesie) di Quasimodo. Pensa un po’, da Odisseo arriva a Quasimodo. Eh, e quindi me lo rileggo, ecco.» Letterale.

Veniamo a tempi più recenti. Domenica 8 novembre 2020, Scalfari scrive per la Repubblica il solito pezzo (qualcuno lo definisce “il sermone”) domenicale: I libri che hanno fatto la nostra Storia. Eccone un estratto: «Mi è capitato in questi giorni di ripassare i libri che stanno nei miei scaffali. Non sono libri moderni nel senso cronologico della parola e neppure libri antichi. Quelli di cui parlo hanno accompagnato la mia lettura insieme ai miei anni fino ad arrivare ai tempi di oggi. Mi è venuta la voglia di fare un elenco che sviluppi pensieri e sentimenti. In fondo sono i libri che più mi hanno influenzato. Li nomino un po’ in disordine ma l’essenziale è la loro importanza personale.

Incomincio con Lev Tolstoj del quale ho letto Guerra e pace, Anna Karenina, Sonata a Kreutzer e Resurrezione. Tolstoj ne ha scritti molti di più ma questi sono i più importanti e spesso torno a rileggerli. Un tempo, quando la mia età personale era assai più giovanile, non mi capitava di rileggere: saltavo da un’epoca ad un’altra, da un paese ad un altro. Insomma cercavo quello che per me era il nuovo di ogni tipo: non soltanto letterario o filosofico o politico o storico. Niente di tutto questo ma la ricerca di una cultura incognita, comoda, bella, storica. Dopo Tolstoj la mia seconda importante lettura è stata quella di Marcel Proust. Un russo e un francese: due civiltà, due letterature molto diverse l’una dall’altra e proprio per questo del massimo interesse.

Ma più o meno col passar degli anni le mie propensioni culturali sono nettamente cambiate. Una delle letture più importanti è stata la Recherche che porta con sé l’autore: una vita molto mossa, almeno nei primi anni dove Proust frequentava con vivace mondanità i salotti. Dopo un periodo di vivaci divertimenti Proust si ritirò in casa propria, chiuse la porta a chiave salvo che per i servizi casalinghi che gli venivano propinati, e arrivò al finale che avvenne nel 1922. La Recherche, infatti, la cui scrittura era cominciata nel 1909, era terminata nel 1922 con la morte dell’autore. Il libro fu reso interamente pubblico nel 1927.

Ho continuato ad avere una familiarità con i libri culturalmente importanti ma, per quanto mi ha riguardato, ho dato la prevalenza alla conoscenza dei territori, dei circoli culturali stranieri e di civiltà che sono state al tempo stesso le più antiche e le più moderne. I giornali non sono molto orientati verso notizie che evadono i territori in cui lavorano. Naturalmente, le informazioni sono sufficientemente vaste ma l’approfondimento li interessa ben poco, salvo alcuni che non vendono soltanto sul proprio territorio, ma anche in tutte le altre regioni e perfino in quelle straniere, come accade anche per noi. […]

Avevamo cominciato citando personaggi di notevole importanza culturale ma scelti tenendo presente una modernità assai prossima alla nostra personale esistenza. Vogliamo riprendere questo tema? Tra i nomi culturalmente importanti ci siamo limitati. Per esempio non abbiamo citato Thomas Mann, Yourcenar, Victor Hugo, Stendhal. E se andiamo ancora più all’indietro ma sempre in una modernità che ci è ben conosciuta storicamente, dovremmo dire che il Nord America è inizialmente il più avanzato da un punto di vista culturale e militare; ma poi questo movimento si diffonde fino a comprendere l’intero globo terracqueo. È sufficiente? No: il globo terracqueo è una frazione piccolissima del nostro universo.

Le particelle elementari sono molto lontane dalla nostra storia personale ma possiamo limitarci — particelle a parte — a personalità infinitamente più vicine a noi. Quello che più mi ha conquistato l’anima è stato Edgar Allan Poe soprattutto con tre sue poesie: quella intitolata Il corvo , un’altra intitolata Le campane e una terza dal titolo Ulalume . Tre saggi poetici che cambiano te stesso o quantomeno ti conferiscono una capacità di pensiero e di sentimenti che personalmente non avrei avuto senza l’apporto di questi testi.»

Si dovrà convenire che l’articolo in questione si presta purtroppo a un impietoso, ma forse giusto e necessario, intervento satirico. Che puntualmente arriva:

Ma su Repubblica scrive anche un altro decano del giornalismo (in questo caso sportivo-tennistico): Gianni Clerici, che nei suoi pezzi si autonomina “il vostro scriba” e su Wikipedia viene così definito: «Ex tennista, giornalista e scrittore italiano. È considerato uno dei maggiori esperti di tennis del mondo, tanto che per il numero e la qualità delle sue pubblicazioni è stato inserito nel 2006 nella International Tennis Hall of Fame, secondo italiano presente dopo Nicola Pietrangeli (insignito del riconoscimento nel 1986).»

Questo suo articolo (dal titolo Un ragazzo che rende felici), è uscito il 15 novembre scorso. La notizia da trasmettere ai lettori sarebbe che l’italiano Jannik Sinner a soli 19 anni ha vinto il suo primo torneo ATP. Clerici a questo scopo scrive:

«Scusate se parlo di me stesso, in un momento di gioia per il tennis italiano e per Jannik Sinner. Parlo di me stesso, e di tre momenti della mia vita che ritengo molto importanti.

Uno riguarda la vittoria in Coppa Davis, l’unica, quella del 1976, e una volta che, telefonando al giornale per informarli che avevamo vinto l’Insalatiera in Cile (dove in tanti volevano che non si andasse, e tanto merito va a Nicola Pietrangeli) dopo alcuni tentativi passati e sfortunati di farcela, e qualcuno mi rispose che una fila di aggettivi così interminabili non si poteva pubblicare, per quanto in quel tempo non c’erano né le televisioni, né internet e né i social. Un altro momento, giusto per ‘medicare’ me stesso tennista fallito, fu quello in cui mi permisi di battere un Nicola Pietrangeli che non era ancora diventato il Pietrangeli capace di vincere due Roland Garros come poi fece, ma prometteva però già quanto il Jannik Sinner di oggi, perché ora hanno capito tutti cosa vale Sinner, anche se che vinca un Roland Garros o nessuno nel futuro non è dato sapere. Ma, in una simile autocelebrazione, non posso dimenticare di aver insegnato il tennis a Riccardo Piatti. Che mi ha ringraziato il giorno del mio compleanno su Facebook (“Ti conosco da quando ero bambino e ancora una volta ti vorrei ringraziare per tutti i preziosi consigli che mi hai sempre dato”).

Riccardo, mio antico figlioccio. Comasco come me e amico di famiglia, gli consigliai di recarsi a lavorare al campus di Bollettieri negli Stati Uniti, e lo fece e ci rimase per circa due mesi, non prima di aver letto Match Play and the Spin of the Ball, libro che aveva scritto, nel 1925, un signore di nome Bill Tilden e che io gli avevo prestato. Ma prima di tutte queste cose venne il giorno in cui il mio papà acquistò due palloni pressostatici a Como, affinché io vi dirigessi gratuitamente una scuola di tennis che il presidente del club non voleva. Lì trovai i fratelli Piatti, che furono tra gli allievi maggiormente entusiasti, pur senza diventare grandi giocatori. Ho letto cose di Sinner che fanno prevedere un grande futuro per lui. Io spero che le cose che leggo si verificheranno, come quelle di Nicola Pietrangeli e la Davis. Io ormai ho novant’anni, e questa di Sinner rimane tra le giornate migliori che abbia passato.»

Invece nel seguente articolo pubblicato oggi, 18 novembre 2020, la notizia riguarderebbe Nadal. Riproduciamo anche questo integralmente:

« Ho un buon amico, talmente appassionato di tennis, da ricordare tutto. Parlando del Masters in corso a Londra, lui mi ha risposto: «Tu hai i tuoi meriti al riguardo. Guarda tra la tua collezione e troverai l’articolo». Ho cercato, visto che il primo Masters fu a Tokyo, nel 1970, e mi è venuta in mente una colazione con Carlo Della Vida, l’organizzatore al quale si deve la ripresa degli Internazionali d’Italia, e l’ex campione Jack Kramer. I due discutevano su una gara di fine anno che potesse definire il campione del mondo della stagione, in concorrenza con Wimbledon, Forest Hills, Roland Garros e Melbourne, i quattro tornei del cosiddetto Grande Slam. Indicai anche un mio articolo, che parlava di uno slalom parallelo. Eh sì, allora scrivevo di sci, football e basket oltre che di tennis e, così, da una mia distratta citazione ebbe origine il Masters. La prima prova venne disputata a Tokyo, la volevano i reali giapponesi, e fu vinta da Stan Smith, quello diventato famoso per le scarpe a lui intitolate. Dall’anno prossimo sarà a Torino. Io sono felice di aver partecipato involontariamente a qualcosa di storico.

Certo è che non sarà Rafa Nadal a scrivere la storia, in quest’ultima apparizione londinese. Almeno a giudicare dalla sua prestazione di ieri. Impegnato con l’austriaco Thiem, che al Roland Garros in finale ha sempre battuto, lo spagnolo ha dovuto cedere le armi dopo due tie-break. E forse anche l’idea di potersi aggiudicare il Masters, lui che non lo ha mai vinto. L’unica grande pecca della sua carriera. Nadal ci ha insegnato che non bisogna mai darlo per spacciato, però il suo prossimo passo sarà contro il Maestro uscente, quel Tsitsipas che ha un gioco insidioso. Ed è un ragazzo orgoglioso, come il maiorchino. Ma uno solo ne resterà.»

Clerici parla quasi solo di se stesso; poi sembra ricordarsi che ci sarebbe una notizia da comunicare, quindi per concludere cita come di straforo anche Nadal. Serve commentare? Forse sì. Facciamolo indirettamente, chiamando in causa il compianto Philip Roth.

Il 2 marzo 2014, il quotidiano svedese “Svenska Dagbladet” pubblica una sua intervista, successivamente comparsa anche sulla “New York Times Book Review“. Riportiamo di seguito la prima domanda e la prima risposta di questa intervista :

«So che di recente lei ha riletto tutti i suoi libri. Qual è il suo verdetto?»

«Quando cinque anni fa ho deciso di smettere di scrivere, ho cominciato, come lei dice, a rileggere i trentuno libri che ho pubblicato fra il 1959 e il 2010. Volevo sapere se avevo sprecato il mio tempo. Non si può mai sapere. Ora che ho finito, la mia conclusione echeggia le parole pronunciate da un mio eroe della boxe americana, Joe Louis. È stato campione dei pesi massimi da quando avevo quattro anni a quando ne avevo sedici. Era nato nel profondo Sud, un ragazzino nero povero che non aveva studiato, e anche durante i dodici anni di gloria in cui restò imbattuto, quando incredibilmente riuscì a difendere il suo titolo ventisei volte, preferiva non rilasciare dichiarazioni. Così, quando al termine della sua lunga carriera gli chiesero di dire qualcosa sul suo ritiro, Joe riassunse con grazia la faccenda in dieci parole. “Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo.”»

Come ha scritto Paul Brulat: «Per scrivere bene, in versi come in prosa, niente eguaglia l’avere davvero qualcosa da dire.» (Attenzione: non vale solo per i giornalisti!)

Al contrario, scrivere quasi sempre e quasi solo di se stessi non significa affatto “avere davvero qualcosa da dire”. Significa soltanto non aver capito il momento di ritirarsi nei propri spazi; nel nostro caso significa anche abusare del rispetto dovuto alle persone anziane. Questo non è affatto giusto né dignitoso, poiché vale sempre e prima di tutto il principio del rispetto per il prossimo. Ci auguriamo quindi che da Philip Roth e Joe Louis giunga prima o poi, forte e chiara, una lezione di stile a tutti i narcisi di Repubblica (e non solo).  Sarebbe molto meglio se questo succedesse prima che i giornalisti perdano la loro già vacillante reputazione; ma anche prima che i residui lettori perdano – ahimè per sempre – la loro residua pazienza.

Il brano “Losing My Religion” dei R.E.M. è contenuto nell’album “Out of Time” (1991). Il titolo della canzone riprende un modo di dire usato nella zona meridionale degli Stati Uniti e significa “perdere la pazienza” o “perdere la ragione“.

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