L’età dell’innocenza

… molte cose si trovano nella repubblica di Utopia, che desidererei pei nostri Stati, ma ho poca speranza di vederle attuate.
(Tommaso MoroL’Utopia, o la migliore forma di repubblica – 1516)

 

Padre Gabriele Malagrida (1689 – 1761, gesuita-missionario italiano con una certa influenza presso la corte reale di Lisbona) ha scritto una frase che poi Stendhal riporterà in epigrafe al ventiduesimo capitolo del suo “Il rosso e il nero” del 1830): «La parola è stata data all’uomo perché possa nascondere il suo pensiero.» Voltaire ha poi sviluppato il concetto scrivendo che: «Gli uomini si servono delle parole solo per nascondere i loro pensieri e si servono dei pensieri solo per giustificare le proprie ingiustizie.» Nemmeno Bertrand Russell (1872 – 1970, filosofo e logico britannico, premio Nobel per la letteratura nel 1950) nutriva grande fiducia sulla natura umana: «La vita non è altro che una lotta tra l’essere il criminale piuttosto che la vittima.» E ovviamente nessun criminale si definisce malfattore, ma tende alla difesa e anzi alla diffusione del proprio personale codice di comportamento (che spesso concepisce come il vero e unico “codice d’onore”).

Ha quindi ragione Susanna Tamaro quando racconta: «Una ventina di anni fa, su invito dell’allora direttore dell’Istituto di cultura italiano di Londra, Mario Fortunato, ho avuto il privilegio di fare un incontro con Ken Loach. Ero stata io a scegliere l’interlocutore e lo ricordo come un dialogo molto bello. Alla fine, una giornalista alza la mano e chiede: “Signor Loach, come mai, lei che è una persona di sinistra, ha accettato di incontrare la Tamaro che è… è…” quella parolina stentava ad uscire. “Lo dica pure” l’ho incoraggiata, ma Ken Loach è intervenuto prima: “Io non so cosa sia la signora Tamaro, ma sono convinto che il mondo sia diviso in due categorie, le persone di buona volontà e quello che non lo sono. E sicuramente la signora Tamaro è una persona di buona volontà, come me.” […]

«L’assenza di un’idea di bene che ci trascende, e verso la quale dovremmo muoverci con la forza della volontà, è la causa di ogni fascismo interiore perché, alla fine, le scelte di vita sono due: vivere secondo la buona volontà o vivere secondo la propria volontà; propria, o del proprio gruppo, della parte in cui si è caparbiamente convinti di aver ragione.» (Corriere della Sera, 28 febbraio 2024)

La verità è che a noi umani non piace – né siamo in grado per davvero di farlo – guardarci allo specchio. E quando ci proviamo non facciamo altro che descrivere e ripetere anche a noi stessi solamente quello che ci fa più comodo.

Il 7 febbraio scorso il Segretario Generale ONU António Guterres ha detto davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che il mondo sta andando verso il caos. Più precisamente ha detto: “Non è la prima volta che il Consiglio è diviso, ma la spaccatura odierna è più profonda e pericolosa. Durante la Guerra fredda, meccanismi consolidati aiutavano a gestire le relazioni tra le superpotenze. Nel mondo multipolare di oggi tali meccanismi mancano. E così il nostro mondo sta entrando in un’èra di caos”. Poi ha aggiunto: “Vediamo un gioco tutti contro tutti, pericoloso e imprevedibile, nella totale impunità. Dopo decenni di disarmo nucleare, gli stati sono in competizione per rendere i propri arsenali nucleari più veloci e più accurati. Nuovi potenziali ambiti di conflitto e armi da guerra vengono sviluppati senza barriere, creando nuovi modi per uccidersi a vicenda e per consentire all’umanità di annientarsi”.

«Ma su molti giornali, la mattina, poca cosa: una colonna, o una notizia fra le righe. Allora mi sono detta: forse Guterres queste cose le dice tutte le settimane. O forse le dice nelle sere di sconforto. I colleghi allora gli dicono: Antonio, sei stanco, vai a riposare. Per questo i media non ci fanno tanto caso. Però, se il segretario ONU è compos sui, quelle parole sono cemento armato. Al mattino ho chiesto in giro: Ma hai sentito Guterres? No, non l’avevano sentito. Il mio amico reduce bosniaco al bar cinese, pure uno bene informato: niente. Dalla tv al bar dilagava trionfante la fontana del nulla da Sanremo. Un certo ballo del qua qua spopolava. Io, sempre più perplessa: forse ho sognato. Chiamo un’amica giovane, vivace: “Scusa, ma l’hai sentito Guterres?” “Guterres? No, è uno bravo? Sai, ero stanca, dopo Mahmood ho spento”. (Marina Corradi)

Come ha scritto Romain Rolland:  «Quanto più un popolo è ingenuo, tanto più facile è cattivarselo.»

«Edith Wharton asseriva con fermezza e convinzione che “la felicità perfetta” e “la libertà perfetta” non erano altro che seducenti chimere che avrebbero condotto ineluttabilmente alla rovina. […] L’esperienza di Edith Wharton durante la Prima guerra mondiale l’aveva condotta a una conclusione imponente seppure paradossale: fra “rinuncia” e “soddisfazione” vi deve sempre essere un equilibrio; la felicità personale dipende dalla sopravvivenza della comunità e la sopravvivenza della comunità dipende dalla capacità dell’individuo di saper rinunciare, in parte, alla gratificazione personale a favore del benessere generale. Senza questo equilibrio, sia i diritti individuali che l’esistenza della comunità civilizzata andranno perduti. […]

L’età dell’innocenza è un romanzo dal tono mite e indulgente. La vecchia New York non viene presentata come un idillio a cui la società moderna e febbricitante dovrebbe far ritorno; al contrario, il romanzo mette a nudo le incrinature di quel vecchio mondo con estrema precisione, senza, tuttavia far assurgere a modello ideale la New York moderna. Il romanzo rappresenta un’esortazione alla crescita, all’equilibrio e alla tolleranza. […]

A differenza di ciò che noi moderni potremmo ingenuamente credere, sono stati in pochi, ed è nelle intenzioni del romanzo renderlo chiaro, a essere “innocenti”, anche nel “lontano passato”. Edith Wharton ha preso le mosse da un delicato calembour per chiarire questo concetto. L’età dell’innocenza è il titolo di una tela famosa di Sir Joshua Reynolds in cui è ritratta una fanciulla di quattro o cinque anni: è questa l’unica, vera “età dell’innocenza”, suggerisce astutamente Edith Wharton. Coloro che credono nell’esistenza di un sistema sociale  innocente, verranno inevitabilmente ghermiti nelle spire delle sue oscure complessità» (Cynthia Griffin Wolff)

Onestà intellettuale, “merce” preziosa quanto rara. Così come esistono due categorie di persone – quelle di buona volontà e quelle che non lo sono – esistono anche individui pieni di dubbi e altri che hanno solo certezze. Questi ultimi vivono sempre e solo “secondo la propria volontà” e alla domanda «Chi è che ha iniziato?» di solito rispondono: «Chi… io? Io non c’entro proprio niente! Adesso vi spiego perché…»

In testata: L’età dell’innocenza (The Age of Innocence, 1785) di Joshua Reynolds. Segue: La riproduzione vietata (1937) di René Magritte.

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