Lo spirito dei luoghi

 

Christian Norberg-Schulz ha scritto un libro dal titolo “Genius Loci. Paesaggio Ambiente Architettura”  (Electa, 1979), nella cui prefazione egli afferma: “Un luogo è uno spazio dotato di un carattere distintivo. Fin dall’antichità il genius loci, lo spirito del luogo, è stato considerato come quella realtà concreta che l’uomo affronta nella vita quotidiana.” I titoli dei primi tre capitoli sono, rispettivamente: 1) Luogo?; 2) Luogo naturale; 3) Luogo artificiale.

Su Garzantilinguistica.it troviamo che il Genius Loci sarebbe un “personaggio che è una specie di simbolo del luogo nel quale vive”. Il nome deriva  da  ‘spiritello (genius) del luogo (loci)’, con riferimento alle religioni del mondo antico che associavano ai luoghi e ai paesaggi naturali la presenza di una divinità minore che ne costituiva il nume tutelare. Gli anglosassoni parlano invece di “Sense of place”.

Comunque sia, è interessante notare il fatto che esiste una buona parte della letteratura (spesso della “grande letteratura”, soprattutto romanzesca) che rende co-protagonista o addirittura protagonista assoluto della trama non una persona bensì l’ambiente, naturale o artificiale, in cui si svolgono gli eventi della narrazione. Il luogo come personaggio, come se la trama e il racconto delle vicende non fossero che un sottile pretesto per tentare di descrivere ciò che davvero importa, il suo “genio”, il personaggio, l’atmosfera vacua che si vorrebbe descrivere come solida ma che non si cattura mai del tutto, non si raggiunge, solo si insegue, si richiama per allusioni, si tenta di adescare parlando d’altro. Inseguendo in realtà l’inafferrabile spirito dei luoghi. Il genius loci, appunto.

Simona Vinci ha pubblicato su La Repubblica  del 21 aprile scorso un bellissimo articolo (Tra i canneti e i fossi della mia Emilia dove Igor è diventato un fantasma)  L’articolo descrive il “viaggio” della scrittrice originaria di Budrio nelle terre che sono anche le sue, ma dove è ancora in corso al caccia al killer in fuga (la belva Igor, che nel frattempo si è scoperto non chiamarsi Igor bensì Norbert Feher):

“Acqua torbida, zanzare, uccelli palustri, nebbia, ghiaccio, afa a seconda della stagione. È, questa, anche la terra in cui nacque intorno al 1700 la leggenda della Borda (o Bùrda, nel ferrarese, o ancora, francesizzato, Bourda) una creatura mostruosa, mezza umana e mezza strega, col volto mostruoso coperto da una maschera di cartapesta, una creatura malefica che vive nell’acqua dei canali, dei pozzi, degli acquitrini e che appare solo con il buio o nelle giornate di nebbia. La Borda attrae a sé le sue vittime, preferibilmente bambine e bambini, non per cibarsene, come si potrebbe immaginare, ma per pura, maligna, distillata cattiveria, le immobilizza con una corda o un laccio di cuoio, le strangola e poi le affonda nelle acque melmose che sono la sua dimora. Difficile immaginare un luogo più suggestivo di questo per ambientarci una caccia all’uomo senza quartiere. Non a caso io, che sono di Budrio, più volte ho scelto quegli scenari per alcuni dei miei romanzi”.

(…) “La Belva Igor”, qualunque sia il suo vero nome e la sua vera storia e qualunque sarà il suo destino, nel giro di due settimane è entrato nella leggenda emiliano-romagnola: tutti quelli che sono oggi bambini, da adulti probabilmente lo ricorderanno. Tornerà forse a visitarli negli incubi questa creatura mezza Rambo, mezza Borda, che striscia sul fango, resiste sott’acqua respirando con una cannuccia, si nutre di galline rubate, gatti e amare radici, carote e zucchine, uova, ha il dono dell’ubiquità ma anche quello dell’invisibilità. In quasi mille tra le varie forze dell’ordine impiegate, carabinieri, polizia, paracadutisti, oltre all’elicottero con gli infrarossi, i droni, i cani molecolari e ora, pare, perfino un sensitivo. Una creatura tra l’umano e l’indicibile, una sorta di oscura, feroce divinità che gli umani tentano di placare con offerte di cibo, come si fa con i morti, per tenerlo lontano dalle proprie case. Una narrazione al passo con i tempi, ma con un’aura antica, quasi atemporale (il Male incarnato esiste in tutti i tempi, purtroppo) che per due settimane ha tenuto con il fiato sospeso, oltre che gli abitanti della bassa, anche quelli di mezza Italia, che forse non sanno niente di questi posti, oppure non se lo ricordano e non fanno collegamenti. Sembra davvero che i luoghi, per la loro conformazione geografica, ma anche per qualcosa di difficilmente spiegabile e assimilabile a una specie di atavica maledizione, attraggano certe storie, forse le generano, ma di sicuro lo sono essi stessi, storie.”

Ecco, in questo caso si tratta di uno “spirito (del luogo) cattivo”. Ma chi conosce e ha frequentato i luoghi meravigliosi descritti da Simona Vinci, può capire meglio degli altri quello che intende. Il genius loci non si lascia afferrare, vuole essere descritto ed essere magari evocato; per farlo devi andare sul posto, non si scappa. Sono convinto che questo sia uno delle principali motivazioni dei viaggi. Per poi raccontarli e tentare di descriverli, gli spiriti dei luoghi.

Come Gianni Celati, ad esempio, nel suo racconto “Esplorazioni sugli argini”, contenuto in  “Verso la foce” Feltrinelli, 1989), che inizia così: “20 maggio 1983. Svegli al mattino presto, fuori da Bologna in cerca di strade secondarie verso il Po.” A caccia del genius loci nei luoghi della Borda, a quanto pare. Di questa e altre ricerche, scriverò prossimamente.

Nell’ immagine in testa: “Genius Loci” — Gayley, 1893 – Source: Charles Mills Gayley, The Classic Myths in English Literature and in Art (Boston: Ginn and Company, 1893) 62.

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