Lunga vita a Bob Dylan

«L’ha rifatto. Tre settimane dopo Murder Most Foul, Bob Dylan ha pubblicato un’altra canzone inedita sul suo sito — cioè ce l’ha regalata. S’intitola I Contain Multitudes, è lunga 4 minuti e 37 secondi ed è bellissima. L’ora stabilita per la pubblicazione era la mezzanotte americana, le 6 del mattino qui da noi — le 6 del mattino di un venerdì 17 di un anno bisestile appestato di febbre e di morte in ogni angolo del mondo. E io, che in questi giorni prendo sonno sempre più tardi, sono stato svegliato da una telefonata alle 6 e 5, e mi si è gelato il sangue, ovviamente, e ho risposto pieno di paura, Dio fa che non sia quello, e invece mi è stata annunciata la lieta novella, è appena uscita una nuova canzone di Dylan, e per ascoltarla sono scattato in piedi pieno di voglia e di emozione, e dunque ci sono ancora, voglia ed emozione, e dunque non le ho perdute.

Primo accordo, un Do maggiore aperto, luminoso, pizzicato alla chitarra. Primo giro, a vuoto: Do, La minore, Sol, Do. Primi due versi: «Today, tomorrow, and yesterday too/ The flowers are dyin’ like all things do». Stessa vecchia amatissima voce tagliente, stesso vecchio adorato odore di cuoio che si spande tutt’intorno. Per me, a 61 anni, è una vera madeleine, o se vogliamo mantenere le proporzioni, un morso alla ratatouille cucinata dal sorcio: un vortice, ed eccomi quattordicenne a strappare il cellofan di Pat Garrett and Billy the Kid, mettere il disco sul piatto e andare direttamente alla traccia 2 del lato 2: Sol, Re, La minore; Sol, Re, Do; «Mama, take this badge off of me/ I can’t use it anymore…».

Come Knocking on Heaven’s Door, anche I Contain Multitudes è una ballata classica, con strofe di 6 versi stretti a due a due da rime perfette, mesmeriche — ed è, sì, il secondo capitolo di un testamento.

Se Murder Most Foul era la mareggiata che riporta a riva i frammenti della nostra civiltà naufragata, I Contain Multitudes è una struggente appendice al discorso che Dylan ha consegnato all’accademia di Svezia nel luglio del 2017, 10 mesi dopo avere ricevuto il premio Nobel per la letteratura: una confessione («I’m a man of contraddictions/ I’m a man of many moods/ I contain multitudes»); un ringraziamento a chi lo ha ispirato (Walt Whitman, citato direttamente nel titolo, ma anche Edgar Allan Poe, William Blake, Jack London); ma soprattutto è un inno incoercibile alla musica e alla bellezza — di oggi, di ieri e anche di domani.

Poiché alle 6 e 6 minuti io sono il secondo, il terzo, il quarto al mondo a sentirla, e non c’è ancora il testo pubblicato da nessuna parte, né nessuno che mi ci guidi dentro, siamo davvero solo io e questa canzone: io che la metto e la rimetto di continuo, lei che si lascia capire ogni volta di più, e quei nomi che contiene, che Murder Most Foul trascinava in secco con la forza del mare formato, stavolta escono uno a uno, guizzanti, sorprendenti, come le palline dalla bocca del prestigiatore: Anne Frank. Indiana Jones. I Rolling Stones, Beethoven, Chopin. Il senso si compie, ascolto dopo ascolto, solo voce e orecchio, senza mediazione, come è raro, ormai, che succeda — mentre fuori dalla finestra monta la luce del giorno e fa sparire tutti i morti che nel frattempo si sono affollati attorno a me, attirati da questa meraviglia: mio padre e mia madre, Vincenzo, Vittorio, Enzo, Mimmo, Herman, Sergio P. e Sergio S., e i morti recenti, che ancora non ci abbiamo fatto l’abitudine, quelli celebri, Anastasi, Rensenbrink, Kobe Bryant, Natalini, Gregotti, Arbasino, Kirk Douglas, Flavio Bucci, Gianni Mura, Lucia Bosè, Sepúlveda, Nicky Fasquelle, e i morti anonimi, tutte le migliaia di persone che si erano immaginate cento volte il proprio funerale — semplice, sobrio, pochi fiori, mettete questa canzone di Nat King Cole, per favore, di Demis Roussos, di Mina, di Modugno, di Bob Dylan — e invece il funerale non l’hanno avuto…

Ecco: il sole è alto, sono di nuovo solo, smetto di piangere. È un luminoso giorno di aprile nel quale un miliardo di persone se ne staranno chiuse in casa e mi hanno dato un buon modo di cominciarlo, e di viverlo — dunque per oggi sto a posto, mentre i fiori stanno morendo, là fuori, come muore ogni cosa.» (Sandro Veronesi – il Corriere della Sera, 18 aprile 2020)

Bob Dylan (vero nome Robert Allen Zimmerman), compirà 79 anni il 24 maggio, è nato a Duluth, in Minnesota.

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