Maledetti urbanisti

UNO. Nel 1981 lo scrittore americano Tom Wolfe pubblicò Maledetti architetti (titolo originale From Bauhaus To Our House: Dal Bauhaus a casa nostra). Non è certo una delle sue cose migliori; molto meglio il Tom Wolfe che scrisse Il falò delle vanitàUna grande “commedia umana” che ha fatto tremare l’America dei potenti e dei pavidi, degli ipocriti e degli arrivisti»); meglio anche il Wolfe che coniò la velenosa ma azzeccata definizione “radical chic” («Attraverso Radical Chic descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la “gauche caviar” o il “progressismo da limousine”); e meglio soprattutto quello che scrisse: «Il successo dipende da tre cose: da chi parla, da cosa dice e da come la dice. E di queste tre, il cosa dice è la meno importante.» Come ha scritto Baudelaire, si può essere molto celebri e al tempo stesso molto sciocchi.

Essendo architetto, personalmente mi sento – almeno in parte – chiamato in causa dal titolo di quel libro; la mia opinione in proposito quindi è la seguente: «Tom Wolfe non aveva tutti i torti a maledirci; però le sue critiche non sono granché condivisibili, soprattutto nello specifico contesto storico: non possiamo infatti dimenticare che Gropius e Le Corbusier furono veri e geniali Maestri; che il Bauhaus fu chiuso dai nazisti perché era il più importante punto di riferimento e d’innovazione culturale  di tutto il Novecento, ecc. ecc. D’altro canto, ci sarebbero molte altre critiche serie  e motivate per la nostra categoria, alcune delle quali molto gravi. Aggiungo che, almeno per coerenza alle suddette sue convinzioni,  egli avrebbe dovuto maledire anche – anzi soprattutto – quegli strani personaggi denominati urbanisti. Quei misteriosi, inafferrabili, fantomatici, proteiformi soggetti (tra cui gli architetti, ma non solo) che qualcuno dubita esistano ancora. O addirittura che siano mai esistiti.»

DUE.  Io, Daniel Blake è un film del 2016 diretto da Ken Loach vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2016: «Newcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant’anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell’assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un’occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell’invalidità con il relativo sussidio, ma questa viene respinta.» (da mymovies.it)

Daniel si trova perciò bloccato dalla burocrazia e senza alcuna fonte di reddito: incastrato fra il medico che gli vieta di tornare a lavorare, l’attesa di indennità per malattia in seguito all’infarto e la ricerca di un lavoro per avere il sussidio di disoccupazione. Poi riceve una telefonata dove lo si informa che è stato dichiarato abile al lavoro, e che quindi non ha diritto al sussidio di disoccupazione. Deve però rinunciare a un lavoro per cui aveva lasciato il curriculum, visto il divieto del medico a lavorare. È anche obbligato a seguire un corso dove un docente insegna ai disoccupati il “modo giusto” per redigere il proprio curriculum vitae. Ecco come l’insegnante introduce la propria “lezione”:

«… La Costa Coffee ha offerto otto posti di lavoro. Sapete quante sono le domande ricevute per quei posti? Sono più di 1.300. È un fatto. E allora, cosa ci dice questo? […] Per noi che viviamo nel mondo reale, quello che ci dice è: “Devi riuscire sempre a distinguerti dalla massa. Farti notare. Essere furbo. Di questi tempi non basta più far vedere le tue capacità. Devi saper comunicare tutto il tuo entusiasmo, la tua dedizione…». Riassumendo, secondo questo professore l’importante, molto più che “l’essere”, sarebbe “l’apparire”. È una convinzione molto diffusa.

TRE. Se cercate il termine “urbanistica” in 100 – o anche 1000 – dizionari o manuali diversi otterrete 100 – o anche 1000 – definizioni diverse. Da  Treccani.it, ad esempio, essa viene definita come «L’insieme delle misure tecniche, amministrative, economiche finalizzate al controllo e all’organizzazione dell’habitat urbano. […]»

La voce «Urbanistica » per l’ Enciclopedia Universale dell’Arte, Vol. XIV, (Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma, 1966), redatta da Giovanni Astengo invece inizia così: «L’urbanistica è la scienza che studia i fenomeni urbani in tutti i loro aspetti avendo come proprio fine la pianificazione del loro sviluppo storico, sia attraverso l’interpretazione, il riordinamento, il risanamento, l’adattamento funzionale di aggregati urbani già esistenti e la disciplina della loro crescita, sia attraverso l’eventuale progettazione di nuovi aggregati, sia infine attraverso la riforma e l’organizzazione ex novo dei sistemi di raccordo degli aggregati tra loro e con l’ambiente naturale. In questo senso il significato del termine urbanistica è profondamente diverso da altri, di analoga radice, con i quali è talvolta confuso. […]» Seguono altre 99 pagine. In caratteri molto piccoli.

Se poi volete davvero farvi del male, provate ad affrontare un qualsiasi manuale di legislazione urbanistica; per esempio il “Caringella – De Luca, Manuale operativo dell’edilizia e dell’urbanistica” – Dike Giuridica Editrice, 2017 (ehm… 1.540 pagine più introduzione; la normativa di competenza regionale e comunale non è inclusa). Chiunque (compreso i tecnici comunali addetti al rilascio delle autorizzazioni urbanistico-edilizie) affermi di padroneggiare il contenuto di una simile giungla normativa, mente spudoratamente, sapendo di mentire. Resta il dato di fatto che non pochi professionisti, da una parte e dall’altra della barricata, cavalcano con ottuso ma compiaciuto cinismo tale inestricabile groviglio burocratico.

QUATTRO. Scrive Gianrico Carofiglio: «Dobbiamo riconoscere che la sfiducia verso gli esperti, la crisi della (legittimazione della) competenza trovano parte delle loro cause in responsabilità non lievi proprio del ceto degli esperti. In primo luogo bisogna considerare l’autoreferenzialità che spesso si riscontra nel lessico, nei contenuti, nelle stesse liturgie che caratterizzano il comportamento degli specialisti nei vari campi.

Non di rado gli esperti, nella partecipazione al dibattito pubblico, fanno riferimento solo a se stessi, alla propria categoria, alla propria disciplina, parlando una lingua gergale, spesso incomprensibile, spesso vuota di senso, trascurando ogni autentico rapporto con la realtà esterna e la sua complessità. Ciò genera nel pubblico la sensazione di élite culturali – o meglio, tecnocratiche – come circoli chiusi, composti da soggetti arroganti che fanno uso di linguaggi deliberatamente oscuri, indisponibili a mettersi in discussione e ad accettare interrogazioni critiche. Ciò non favorisce il senso di fiducia in un sapere condiviso o comunque condivisibile. (da Della gentilezza e del coraggio – Feltrinelli, 2020)

Daniel Blake – e moltissimi altri cittadini come lui – ne affrontano le conseguenze ogni giorno che Dio manda in terra.

CINQUE. Tempi difficili è un romanzo di critica sociale scritto da Charles Dickens. Apparso a puntate su una rivista di proprietà dello stesso Dickens, il romanzo racconta alcuni aspetti della realtà socioeconomica che si poteva osservare nella seconda parte dell’800 nelle aree industriali dell’Inghilterra. Eccone un estratto:

«Coketown era una città di macchine e di alte ciminiere dalle quali uscivano senza tregua interminabili serpenti di fumo, che si strascicavano nell’aria senza mai riuscire a svolgersi. Aveva un canale nerissimo e un fiume che portava delle acque di un color torbo, d’una tinta nauseante, e vaste masse di fabbricati forati da un’infinità di finestre di dove proveniva un rumore e un battito che durava tutto il giorno, e dove gli stantuffi delle macchine a vapore s’alzavano e si abbassavano con monotonia come teste di malinconici elefanti. […]

Nel quartiere più laborioso di Coketown, dietro le fortificazioni più interne dell’odiosa cittadella dove la natura era stata inesorabilmente scacciata dai mattoni, che tenevano prigioniera un’atmosfera piena di miasmi e di gas; al centro di quel labirinto di corti strette l’una accanto all’altra e di viuzze ammassate l’una contro l’altra, dopo essere venute al mondo pezzo a pezzo, stimolate com’erano a rispondere ai bisogni di un qualunque individuo, componente con altri a comporre una famiglia snaturata che si spinge, si schiaccia e si urta a morte; nel fondo e nelle parti più malsane di quel vasto recipiente insalubre, ove i camini spenti per mancanza d’aria, avevano dovuto prendere una quantità di forme imbozzacchiate e adunche, come se ogni casa volesse annunciare, a mezzo di queste insegne, che razza di gente ci si poteva aspettare di veder nascere nell’interno; fra la folla di Coketown, che si chiama in genere le “mani d’opera”. […]

Vista ad una certa distanza, con un tempo così, Coketown giaceva avvolta da un alone di nebbia  che pareva impenetrabile ai raggi solari. S’indovinava solo che la città era lì, perché si sapeva che  la presenza d’una città poteva solo spiegare l’imbronciata macchia che guastava il paesaggio. Un  vapore di fuliggine e di fumo che si muoveva confusamente, tanto in una direzione che in un’altra,  sembrava volersi innalzare fino alla volta celeste, oppure si trascinava tenebroso a fior di terra,  secondo che il vento cadeva, s’alzava o cambiava direzione: un denso caos senza forma,  attraversato da qualche striscia luminosa che non mostrava altro che masse di tenebre; Coketown,  a distanza, si annunciava già per quello che era, prima che si potesse scorgerne un sol mattone. […] (da C. Dickens, Tempi difficili – trad. di L. Berti, Rizzoli, Milano 1949)

Analoghe fosche descrizioni dei tuguri delle prime città industriali s’incontrano nei romanzi di  Mary Kingsley, di Elizabet Gaskell, di Eugène Sue.

SEI. «L’urbanistica moderna non nasce contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città industriale, ma si forma in un tempo successivo, quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto fra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore. Anche oggi la tecnica urbanistica si trova regolarmente in ritardo, rispetto agli avvenimenti che dovrebbe controllare, e conserva il carattere d’un rimedio applicato a posteriori […] La città antica cambiava così lentamente  che poteva in ogni momento considerarsi immobile per un tempo indefinito. […]

La trama delle connessioni urbanistiche create dallo sviluppo industriale venne in luce necessariamente attraverso la constatazione degli inconvenienti igienici, prodotti dal disordine e dall’affollamento delle nuove periferie. Quando questi inconvenienti diventarono intollerabili – per le epidemie di colera diffuse dopo il 1830 – e si studiarono i primi provvedimenti per eliminarli, venne in chiaro la pluralità delle cause determinanti e i provvedimenti acquistarono necessariamente un carattere molteplice e coordinato. Così la legislazione sanitaria divenne il diretto precedente della moderna legislazione urbanistica e arrivò presto a generalizzare la nozione dell’esproprio, estendendolo dalle opere pubbliche a tutto il corpo della città. […]

In urbanistica, il risultato immediato è un rafforzamento dell’abito tecnico puro; infatti nei vent’anni che seguono la  rivoluzione del ’48 si realizzano primi grandi interventi urbanistici nelle città europee […] Sono l’opera d’una nuova classe di progettisti e di funzionari, scientifici, competenti e soddisfatti delle loro responsabilità settoriali. Ma questa indipendenza della tecnica è solo un’apparenza o una convenzione. In realtà l’urbanistica cade largamente nell’ambito del nuovo conservatorismo europeo; Napoleone III in Francia, i giovani Tories guidati da Disraeli in Inghilterra, Bismarck in Germania si rendono presto conto dell’importanza che una politica organica di lavori pubblici può avere per la stabilità politica dei loro paesi. […]

Così Haussmann stabilisce il prototipo dell’urbanista come operatore specializzato, che declina ogni responsabilità sulle scelte pregiudiziali, quindi in pratica dell’urbanistica disponibile per la nuova classe dirigente.» Leonardo Benevolo – Le origini dell’urbanistica moderna (ultima ristampa: Laterza, 2018)

SETTE. Dal racconto-intervista di Renzo Piano con il giornalista Renzo Cassigoli:

CASSIGOLI – Da architetto, come immagini la città?

PIANO – Come architetto può essere ancor più difficile dirlo perché se costruisci una cosa brutta resta lì, non solo alla tua vista, ma alla vista di tutti. Come architetto devi stare molto attento. L’architettura è pericolosa. Anzi, è un’arte socialmente pericolosa, perché l’architettura è imposta a tutti. L’architettura impone una immersione totale. Non sei uno che scrive musica, o una commedia. […] Una brutta musica, insomma si può non ascoltare o un brutto quadro si può anche non guardarlo, ma un brutto palazzo è lì, di fronte a noi e lo vediamo per forza. E questa è una responsabilità pesante anche per le generazioni future, resta fisicamente. […] Non si fabbrica un pezzo di città in cinque anni, è come fare un  bambino in nove settimane, invece che in nove mesi. Ci sono dei passaggi fisiologici ineliminabili. Una città è per definizione ‘lenta’, cresce omeopaticamente, non chirurgicamente, ha dei tempi fisiologici lunghi. Una città non è disegnata, semplicemente si fa da sola. […]

CASSIGOLI – Alla fine è emersa una nuova figura che riassume i due ruoli: l’architetto-urbanista?

PIANO –  È un tutt’uno. È sempre stato così. Ogni tanto ci sono le mode e ogni tanto c’è qualcuno che pensa addirittura a una deregulation. Una definizione elegante per indicare una realtà terribile: l’idea che sia possibile fare urbanistica costruendo edifici e pensando poi successivamente al territorio. Deregulation, secondo me, è una parola inventata  dagli speculatori dell’edilizia. Dopo cinquant’anni di cultura urbanistica, una certa critica è arrivata alla conclusione che questa scienza non sarebbe servita più a nulla. O meglio, sarebbe servita solo a riempire di macchie gialle, rosse, verdi, marrone dei pezzi di carta lucida. Una critica ingiusta e pelosa, perché l’alternativa sarebbe non fare urbanistica. Il fatto è che, in realtà architettura e urbanistica sono un continuo ping-pong tra una scala e l’altra. […] Non è vero, quindi, e non credo sia mai stato vero che uno possa essere solo architetto o solo urbanista. Bisogna accettare questo livello di complessità… (Renzo Piano, La responsabilità dell’architetto. Conversazione con Renzo Cassigoli. Passigli Editori, 2014)

E OTTO: Come suggerisce Renzo Piano, gli urbanisti non esistono e non sono mai esistiti. Ripetiamolo: «L’architettura è pericolosa. Anzi, è un’arte socialmente pericolosa, perché l’architettura è imposta a tutti.» Parliamo quindi di responsabilità personale. Torniamo allora alla frase di Tom Wolfe citata all’inizio: «Il successo dipende da tre cose: da chi parla, da cosa dice e da come la dice. E di queste tre, il cosa dice è la meno importante.» E ricordiamo anche l’affermazione di Carofiglio: «Non di rado gli esperti, nella partecipazione al dibattito pubblico, fanno riferimento solo a se stessi, alla propria categoria, alla propria disciplina, parlando una lingua gergale, spesso incomprensibile, spesso vuota di senso, trascurando ogni autentico rapporto con la realtà esterna e la sua complessità.»

Per concludere, la mia completa opinione in proposito è la seguente: «L’eccessiva importanza acquisita o attribuita nel tempo al ruolo di certi “operatori dell’urbanistica” dipende troppo spesso proprio da questo: dalla loro miope autoreferenzialità, tesa soprattutto a sfruttare vantaggi di posizione decisionale; dalla loro lingua gergale vuota di senso, tesa al rinforzo del punto precedente; e dagli speculatori edilizi di tutti i tempi, i quali – proprio come vampiri – sanno bene come procedere alla loro cooptazione nell’affollato club dei faccendieri.» Per il resto, come dicono a Roma, le chiacchiere stanno a zero.

Bela Lugosi’s Dead è il primo singolo del gruppo musicale britannico Bauhaus, pubblicato nel settembre del 1979. (da Wikipedia). Il brano fu poi inserito nell’album  Press the Eject and Give Me the Tape (1982). Inizialmente il gruppo si chiamava Bauhaus 1919, in onore dell’omonima scuola d’arte tedesca fondata, appunto, nel 1919.

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