Meglio Montecarlo o la riviera romagnola?

Sul recente terremoto giudiziario in Liguria, il giornalista Giuliano Ferrara ha scritto un’articolo (Il coraggio dei politici che dicono: “Sì, grazie. Ho bisogno di tutti” – il Foglio Quotidiano del 14 maggio 2024) che inizia così:

«Michele Serra ha incantato gli auditori di Fabio Fazio (c’è un video su X) con un breve monologo ben congegnato negli effetti. Il politico che voglia evitare le ombre delle indagini e la fine della sua carriera dovrebbe avere buon gusto, innanzitutto, e rifiutare di andare per il weekend a spese altrui a Montecarlo, posto noioso, preferendo una pensioncina in Romagna, dove si mangia bene, insomma cose così. Tutto nasce dalla consapevolezza di quanto sia decisivo un profilo autonomo dalle lusinghe della ricchezza e del lusso, di tanto inferiori al mestiere del potere bene inteso, chic. Alla fine, dice Serra, il politico serio deve imparare a dire: “No, grazie, non mi serve niente”.

Suggestivo ma falso. L’uomo di potere ha sempre detto e sempre dirà: “Sì grazie, ho bisogno di tutti”. E di tutto. Con l’eleganza di tratto si perpetuano eleganti oligarchie di amici, non si fanno in democrazia dighe, ponti, strade, non si intermediano interessi leciti e borderline, non si ottiene il consenso della società civile, che bada al sodo anche in Romagna, anche in una pensioncina, non si realizza quel che c’è da fare entro certi tempi, in vista del rinnovo del mandato o di una progressione nella vita pubblica. Decisiva nella democrazia politica è la dipendenza dell’amministratore o in genere dell’uomo di potere dalla sua constituency, tanto il favore popolare, che si paga a caro prezzo talvolta, quanto l’appoggio dei ceti affluenti, degli imprenditori, dei funzionari autorizzati a certificare le procedure di appalto o a fornire altre autorizzazioni, dei professionisti interessati a un contratto o a un incarico, insomma di tutti i portatori di genuini ancorché ineleganti interessi personali e di gruppo. Non è così complicato da capire.»

Non avendo la minima idea di cosa sia questa famigerata constituency da lui considerata addirittura “decisiva nella democrazia politica” (italiana, si suppone) consultiamo la Treccani on line, dalla quale risulta: «Constituency: s. f. inv. Elettorato, insieme dei sostenitori di un partito o movimento politico.» Resta comunque il dubbio: perché dirlo in inglese e non in italiano?

Forse ci aiuta a capire meglio il suo “curiculum vitae“, che riassumiamo da Wikipedia:

Giuliano Ferrara (Roma, 7 gennaio 1952) è un giornalista, conduttore televisivo e  politico italiano. È stato europarlamentare per il Partito Socialista Italiano (1989-1994) e poi ministro per i rapporti con il Parlamento del primo Governo Berlusconi (1994-1995). È fondatore del quotidiano Il Foglio, che ha diretto dalla fondazione nel 1996 fino al 27 gennaio 2015 (dal giorno seguente la direzione è passata a Claudio Cerasa). È stato editorialista de Il Giornale.

Nel 1973 è responsabile, per il Partito Comunista Italiano di Torino, del coordinamento provinciale FIAT, e scrive sul quindicinale Nuova società. Nel 1977, sempre per il PCI torinese, è responsabile del settore scuola e cultura. Nel 1985 viene avvicinato dal Partito Socialista Italiano tramite Claudio Martelli. Nel 2003 Ferrara ha dichiarato di essere stato, a metà degli anni ottanta, confidente retribuito della CIA.

Con l’ascesa di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, Ferrara decide di lasciare, assieme a molti compagni di partito, un PSI ormai in disfacimento. Diviene Ministro per i rapporti con il Parlamento del primo governo Berlusconi.

Tutto questo potrebbe gettare un certa luce tra le pieghe del suo ragionamento, che infatti continua così:

«Scompare da ogni censura morale, sempre e sistematicamente, il tema dirimente della funzione della politica: fare, e con efficacia, nell’interesse comune. A favore o contro qualcuno che ostacola la procedura, mettendo insieme una coalizione di interessi che promuova l’opera, ma fare, e con efficacia.»

«Ecco, posto che non si deve violare la legge e si deve essere onesti, qualunque cosa onesti significhi ai vostri occhi, il dovere di ogni uomo di potere è esercitarlo, il potere, in una logica di scambio lecito, fatturabile, contabilizzabile, al riparo dalle vie tortuose e marce della corruzione personale.»

Quindi conclude:

«Dire: “No grazie, non ho bisogno di niente”, e ritirarsi al fine settimana in una pensioncina di Romagna è l’incubo della politica e il sogno degli ignavi.»

Evidentemente, e nonostante la sua lunga e multiforme carriera, a Ferrara non è mai capitato di incrociare nei corridoi e negli ambienti parlamentari e/o ministeriali e/o aziendali, dirigenti o politici (ma anche semplici impiegati o quadri di aziende municipalizzate) che intendono la cosa pubblica esclusivamente come cosa loro. Beato lui. Ora, però, resta il fatto (ahinoi) che il nostro concetto di ignavia è davvero molto lontano – e di intere galassie, lontano: il nostro modello è l’aristide – da quello dell’esperto Ferrara. Diciamo che la nostra idea di fondo si avvicina di più a quella descritta da William Morris nel 1884:

«Mi sono accorto che le cause degli aspetti volgari della civiltà presente erano più profonde di quel che pensassi, e poco a poco fui tratto alla conclusione che tutti questi mali non sono che l’espressione esterna di una intima mancanza di basi morali, in cui siamo spinti a forza dalla presente organizzazione sociale alla quale è futile tentar di porre rimedio dall’esterno.»

Infatti, come spiega Francesco Bei: «Ipotizziamo solo per un momento che non siano stati commessi reati. Che i braccialetti di Cartier, le gite a cinque stelle a Las Vegas e Montecarlo, i “massaggi” da mille euro a botta, fossero solo una dimostrazione di solidarietà disinteressata per degli “amici in difficoltà”. E che le decine di migliaia di euro in contributi elettorali, le pubblicità occulte, i voti promessi a pacchi e per caseggiati, fossero la pura testimonianza di una comunanza di ideali politici.
Ammettiamolo pure e accettiamo la parte che ci suggeriscono i commentatori e gli esponenti del centrodestra, ovvero quella di Alice nel Paese delle meraviglie. Il problema resta comunque grande come la diga del porto. Perché mai un’impresa privata dovrebbe finanziare un amministratore locale se non in cambio della promessa di un trattamento di favore in sede di appalti o concessioni pubbliche?»

Forse, a malincuore, dobbiamo ancora una volta concludere che aveva ragione E.M. Cioran quando scriveva: «Quante volte, nel loro intimo, debbono invidiare la disinvoltura dottrinale dei loro nemici! La disperazione dell’uomo di sinistra è di combattere in nome di princìpi  che gli vietano il cinismo.» Proprio vero: la vita non ha abbastanza senso perché si possa  sopravvivere senza ironia.

Il brano Sempre e per sempre di Francesco De Gregori, qui interpretato da Fiorella Mannoia, è contenuto nell’album Amore nel pomeriggio (2000)

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