Non è colpa di nessuno

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Così come “David Copperfield“,  “La piccola Dorrit” è uno dei romanzi più autobiografici di Charles Dickens. Mentre però nel “Copperfield” l’autobiografismo è cercato soprattutto nella descrizione del protagonista-ragazzino in quanto “persona” (lo stesso David), in “Little Dorritt” invece i riferimenti  sembrano puntare di più sul contesto sociopolitico, nonché su quello architettonico e urbanistico londinese.

L’assoluto protagonista “ambientale” del romanzo è comunque senza dubbio la prigione di Marshalsea, la quale, come Dickens sapeva bene, è realmente esistita. In questa prigione venivano infatti reclusi coloro che non avevano assolto il dovere di pagare i debiti. Costoro rimanevano imprigionati fino a quando non fossero riusciti a saldare il dovuto. Oggi della prigione di Marshalsea rimane a Londra solamente la memoria “affidata al nome delle strade della zona, tra cui spiccano Marshalsea Road e Dorrit Street” (Carlo Pagetti), però esisteva fin dal XIV secolo, ed era situata nel quartiere di Southwark, a sud del Tamigi, finché nel 1842 ne fu decretata la chiusura.

John Dickens, padre dello scrittore allora dodicenne, vi venne rinchiuso nel 1824 per circa quattro mesi in quanto debitore insolvente. La famiglia lo seguì in carcere, con l’eccezione di Charles che venne mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe. La terribile esperienza familiare segnò per sempre il carattere di Charles Dickens, che poi ne proiettò la triste esperienza nella rappresentazione di molti suoi personaggi.

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E’ noto d’altra parte che non pochi detrattori del nostro autore considerano molti suoi personaggi eccessivamente caricaturali, a volte macchiettistici, eccessivi e quindi complessivamente  irreali. A queste osservazioni critiche ha però più volte risposto lo stesso Dickens, come ad esempio nella prefazione al “Martin Chuzzlewit“, dove scrive:

 “Ciò che è esagerazione per un certo tipo di mentalità e per una serie di percezioni , è pura verità per altre. Colui che è comunemente chiamato presbite percepisce in prospettiva innumerevoli particolari e punti di riferimento inesistenti per un miope. Io mi domando a volte se, in certi casi, non possa esservi una differenza di questo genere tra taluni scrittori e taluni lettori; se sia sempre lo scrittore a colorare troppo intensamente o se di tanto in tanto non sia il lettore ad avere un po’ offuscata la percezione dei colori.

Su questo argomento dell’esagerazione ho un’esperienza concreta più curiosa delle riflessioni appena esposte. eccola: non ho mai copiato esattamente dal vero un personaggio senza che qualche duplicato di quel personaggio mi domandasse incredulo: “Andiamo, mi è mai realmente accaduto di conoscere un individuo simile?”.

Se è vero che nello svolgimento degli avvenimenti romanzati “La piccola Dorrit” riflette alcune delle sue tristi esperienze giovanili, ritengo comunque che la rappresentazione tipologica del personaggio più geniale e interessante del romanzo non sia tanto quella di una persona, quanto di una fantomatica istituzione denominata “Ufficio delle Circonlocuzioni”. Il quale ufficio ovviamente non esiste, però al tempo stesso esiste. Eccome se esiste: si tratta infatti della rappresentazione parodistica dell’apparato burocratico statale: “…l’attacco più devastante condotto da Dickens contro il sistema legislativo vigente negli anni Cinquanta dell’ottocento riguarda la pubblica amministrazione, così come essa è rappresentata, nella inefficienza e in tutta la sua arroganza, nel Circomlocution Office.” (Carlo Pagetti)

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Ecco come questo ufficio viene descritto dall’autore:”Metteva il naso dappertutto, nelle grandi questioni come nelle piccole. Senza il placet di quel dicastero era impossibile provare il più evidente diritto o raddrizzare il torto più sfacciato. Se si fosse scoperta una nuova Congiura delle Polveri mezz’ora prima che appiccassero il fuoco alla miccia, nessuno avrebbe potuto salvare il Palazzo del Parlamento senza riunire almeno venti Consigli, riempire casse di verbali e sacchi di memoriali e un intero sotterraneo di corrispondenza sgrammaticata.

Codesto glorioso istituto era sorto quando gli uomini di Stato avevano scoperto quanto fosse difficile governare il paese; era stato il primo a studiare l’essenza di questa sublime rivelazione e a estenderne la brillante influenza su tutta la procedura ufficiale. Qualunque cosa ci fosse da fare, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era alla testa di tutti gli altri uffici pubblici nello scovare il modo di non farla.

Attraverso questa delicata percezione, il tatto con cui ne faceva uso invariabilmente, e la genialità che vi applicava, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era arrivato a superare tutti gli altri dicasteri, e la situazione pubblica era diventata… quella che era.”

Non sappiamo se qualche duplicato di burocrate circonlocutore abbia mai domandato incredulo:“Andiamo, mi è mai realmente accaduto di conoscere un istituto simile?”.  Scommetterei di sì. Tuttavia, come osserva Edmund Wilson, il bersaglio della denuncia di Dickens era “la borghesia piena di sé e moraleggiante che aveva fatto un progresso così rapido in Inghilterra ed era scesa come uno spegnitoio sui fuochi allegri della vita inglese: sulla spontaneità e allegria, sulla franchezza e sull’indipendenza, quelle istintive virtù che Dickens ammirava e nelle quali aveva fede. Il nuovo tempo aveva portato delle nuove specie di virtù per ricoprire i floridi vizi dell’avarizia gelida e dello sfruttamento feroce; e queste virtù Dickens le detestava.

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Come sempre è successo, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ieri come oggi, lo scopo dell’Ufficio era di confermare il più possibile lo status quo, perciò ancora una volta di tutelare “i vizi privati e le pubbliche virtù”. I vizi pubblici vanno tenuti ben nascosti; per questo preciso scopo strategico si creano e si proteggono tatticamente determinate rispettabilissime istituzioni a ciò funzionali. Che pian piano iniziano a tutelare sé stesse, divengono autoreferenziali, parassitarie e irriformabili mediante le normali procedure democratiche proprio per il fatto di conoscerle e padroneggiarle meglio di chiunque altro.

Tant’é, questa la sua denuncia. Purtroppo Dickens cambiò poi all’ultimo momento il titolo del romanzo, abbandonando la scelta precedente, che era “Nobody’s Fault”, cioè “Non è colpa di nessuno”. Forse questo sarebbe stato al tempo stesso un titolo più adatto, un modo più efficace per alludere al dovere di ciascuno di assumersi le proprie responsabilità, da un lato; di denunciare il dominio incontrastato della pubblica ipocrisia nei meccanismi sociali, dall’altro. Come dire: “Così fan tutti? Non per questo è meno sbagliato.”

(La trasposizione televisiva di “Little Dorrit” a cura della BBC ha vinto sette Emmy – immagini tratte dalla miniserie TV)

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