Nuovi miti

Il 21 febbraio 2021 sul Corriere della Sera è uscito il seguente articolo di Alessia Rastelli. Titolo: «Baricco, il mito è adesso.»

Un «appuntamento con noi stessi». È anche questo il saggio di Alessandro Baricco Quel che stavamo cercando, arrivato in libreria per Feltrinelli pochi mesi dopo la prima edizione digitale per lo smartphone, realizzata con l’agenzia web dieci04 e uscita lo scorso 22 ottobre (libroprivato.it). Un appuntamento coraggioso e scomodo per certi versi, come lascia intendere lo stesso autore nel Frammento 20: «Se la pandemia è un urlo, cosa stiamo urlando? Lo vogliamo veramente sapere?».

Probabilmente in molti, al netto delle crisi sanitaria ed economica, sulle quali naturalmente si è concentrata e si concentra la maggior parte dell’energia, intuirono da subito che il Covid-19 avrebbe avuto un significato anche simbolico senza precedenti. Almeno dagli anni post-bellici. E che poteva essere un irripetibile momento di trasformazione. «Il mondo non sarà più lo stesso», si diceva. «Il 2020, l’anno in cui tutto cambiò». Poi però è come se quell’intuizione si fosse via via sbiadita, insieme con lo sforzo di decifrare i messaggi che la pandemia ci sta mandando — che noi stessi, nella chiave di Baricco, attraverso questa esperienza stiamo mandando. E dunque si è affievolita la speranza di cambiare davvero ciò che non funziona e che ci ha portato fino a qui. Baricco è tra chi non molla.

E in Quel che stavamo cercando entra nel campo da gioco nel suo ruolo: cerca un senso, scava nella pandemia, prova a individuare un paradigma, a costruire una mappa. E lo fa in un linguaggio che non è quello tradizionale, novecentesco, ma più vicino all’intelligenza del Game, la civiltà digitale, che lui stesso ha descritto nell’omonimo libro del 2018 (Einaudi Stile libero). Così, complice la struttura — 33 frammenti fatti di immagini autonome e insieme collegate, da potere leggere in sequenza ma non per forza —, il nuovo saggio, intimo, essenziale, ci fa tornare a quelle prime domande. Le fa emergere nitide sullo schermo dello smartphone o sulla pagina, riportandole in superficie. Ricordandoci che non sono rinviabili.

La proposta di Baricco è innanzitutto provare a comprendere la pandemia come una creatura mitica: «Molto più complessa di una semplice emergenza sanitaria, essa sembra essere piuttosto una costruzione collettiva, in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno lavorato nell’apparente condivisione di un unico scopo», osserva, e più avanti (Frammento 12) evocherà esplicitamente l’inconscio collettivo di Jung. Primo promemoria: il nostro ruolo condiviso. Le creature mitiche, scrive l’autore, «sono prodotti artificiali con cui gli umani pronunciano a se stessi qualcosa di urgente e vitale. Sono figure in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni». La pandemia dunque è una creatura artificiale, prodotta dall’uomo e proprio per questo, chiarisce Baricco, tutt’altro che irreale: «Il mito è forse la creatura più reale che c’è».

Si può dire, sottolinea più avanti nel Frammento 16, che «quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant’anni, sembrano fatte apposta per creare le condizioni di una pandemia». E nel Frammento 31 entra in gioco il rapporto con il Pianeta: «Sarebbe idiota non ammettere che abbiamo esercitato ogni nostro potere con astuzia più che con intelligenza. Sarebbe tragico considerare un castigo la malattia che uccide, ma sarà imperdonabile pensare, da ora in poi, che una sorta di immunità ci tiene al riparo dalle conseguenze di ciò che facciamo».

Il paradigma della creatura mitica si rivela coerente anche con l’andirivieni tra epifanie e marce indietro: «La cosa più sconcertante, quando si inizia a leggere dentro la figura mitica della Pandemia, è il groviglio che vi si trova di audacia e paura, di propensione al cambiamento e nostalgia per il passato, di dolcezza e cinismo, di meraviglia e orrore (…). Il Mito restituisce, degli umani, la sostanza irrisolvibile». Dovremo farci i conti. «Entrare nelle figure mitiche per capirne il messaggio — prosegue Baricco — è spesso un viaggio di voci disarticolate dove sarebbe una forzatura ricostruire un canto, o anche solo un eloquio. Ascoltare urla, è la regola. Non spaventarsi, l’obiettivo». Entriamo.

Il primo urlo è «di fatica. Di ribellione». Forse, ipotizza l’autore, «tra le correnti di desiderio che hanno spinto quella figura mitica fino alla superficie del mondo con tanta violenza improvvisa, una delle più forti è stata proprio questa: il bisogno spasmodico di fermarsi». E ricorda quella prima rivelazione, che non risparmiò nessuno, spesso oggi rischiosamente dimenticata: «Ma che follia di vita facevamo, prima?».

Tra le urla, visto che la pandemia è «la prima creatura mitica assemblata in era digitale», vale la pena registrare almeno un altro grido: «La necessità di sottoporre l’intelligenza novecentesca a un definitivo stress test, che ne scoperchi l’obsolescenza». Intelligenza, saperi, in primo luogo quello scientifico. «Saperi immensi, con accesso a quantità vertiginose di dati — dice Baricco — riescono nell’incredibile risultato di essere scarsamente utili, o di produrre soluzioni con troppa lentezza, o di porsi le domande sbagliate». Le ragioni individuate sono processi superati e schematismi ormai inadatti all’era del Game.

Infine, sottolinea l’autore, il virus non è democratico. «Rafforza i potenti, disfa i poveri (…). Decine di milioni di persone stanno regredendo alla condizione di assistiti, il potere politico è tornato al centro del campo in una restaurazione fulminea che l’ha recuperato da un’agonia irreversibile. Tutta un’élite intellettuale è tornata a farsi ascoltare invece di essere archiviata», scrive Baricco appunto nell’ottobre 2020, data dell’uscita digitale. Ma non tutto è perduto. Perché, nota, c’è un’altra forza. Contraria. La pandemia «spezza la catena dell’inevitabile e, inserendo esperienze inaudite, restituisce agli umani la capacità di pensare l’impensabile».

Un’espressione usata anche da Paolo Giordano, lo scorso marzo sul «Corriere», a proposito dello sforzo mentale che la pandemia ci impone. E una categoria adottata, a proposito della crisi ambientale, da Amitav Ghosh nel suo La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile (Neri Pozza, 2017). Mario Draghi il 17 febbraio, chiedendo in Senato la fiducia per il suo governo, ha sottolineato che «nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili». (di Alessia Rastelli. Bariccco: il mito è adesso. La pandemia non è solo un’emergenza: è una figura che sfida l’intelligenza – Corriere della Sera, 21 febbraio 2021)

Giudizio critico.

Più irritante e deleterio di un inoffensivo scrittore populista “de sinistra” che diffonde banalità, luoghi comuni e oscure insensatezze spacciandole per innovative teorie filosofiche e culturali di derivazione tecnologica, c’è solo un’editoria e un “giornalismo” collaterale (in questo caso: di evidente derivazione “scrittura creativa”) che non solo si sforza di amplificare e diffonderne l’inesistente significato, ma addirittura ne esalta le presunte capacità profetiche. Ne risulta – sarà un caso? – che essere impegnati a decifrare irrilevanti astrusità indecifrabili impedisce di ragionare su temi davvero critici. La nuova figura mitica è piuttosto quella del ridicolo e sterile narcisismo intellettualistico, la cui soglia è stata da tempo ampiamente superata. 

Ma c’è tempo…

Il brano C’è tempo di Ivano Fossati è contenuto nell’album Lampo viaggiatore (2003)

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