Pessimismo? No, realismo.

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 6 settembre 2021 spiega in che cosa consiste, a suo parere, il punto di vista del conservatore italiano. Egli comincia  osservando che «Un punto di vista conservatore è innanzi tutto un punto di vista pessimista. Il conservatore, infatti, è uno convinto che gli esseri umani non sono portati naturalmente al bene. Che anzi se possono fare qualcosa di male essendo sicuri dell’impunità, nel novantanove per cento dei casi scelgono di farlo. In sostanza, un conservatore, anche se non lo sa, è uno che crede nel peccato originale. Non vergognandosi, pertanto, di conservare sulla modernità e i suoi benefici una meditata riserva. […]»

Ci permettiamo di osservare che allora, almeno da questo punto di vista, dovremmo convincerci del fatto che tutto sommato “siamo un po’ tutti conservatori”. A nostro parere, però,  quello esposto non consiste affatto in “un punto di vista pessimista”, ma piuttosto di una banale, realistica constatazione; dove con realismo non si intende la corrente letteraria e artistica del XIX secolo, ma la pura e semplice aderenza alla realtà che circonda tutti noi, oggi come ieri.

Sarebbe sufficiente leggere anche solo Se questo è un uomo di Primo Levi o Arcipelago Gulag di Aleksàndr Solženicyn (per fare solo due esempi tra mille…) per togliersi ogni dubbio in proposito. Dopodiché però ci chiediamo: ma esiste davvero qualcuno in completo possesso delle sue facoltà mentali convinto che gli esseri umani siano portati naturalmente al bene…?! Quella povera stella si tolga quanto prima le fette di salame dagli occhi. Anche volendo tralasciare per un momento le infinite osservazioni storico-scientifiche che dimostrano esattamente il contrario, non è forse sufficiente osservare l’impostura perennemente in agguato nella nostra banale quotidianità?

Sono trascorsi quasi trentacinque anni da quando il Corriere della sera del 10 gennaio 1987 pubblicò I professionisti dell’antimafia, un articolo in cui Leonardo Sciascia denunciava l’aberrazione determinata dal fatto che alcuni politici e magistrati italiani traessero beneficio dal loro ruolo, più o meno reale, di esponenti della lotta contro la mafia.

«Fu una bomba: lo scrittore che aveva dissezionato come nessuno mai, in alcuni romanzi magistrali, la natura tossica e sfuggente di Cosa Nostra, diventò dalla sera alla mattina il nemico numero uno della lotta a Cosa Nostra, e l’Italia intera sembrò dividersi tra difensori e detrattori di Sciascia. Lui resistette saldamente alla tempesta, e il tempo gli diede ragione. O meglio, il tempo finì per dimostrare che la situazione era anche peggiore: ora sappiamo che non sono solamente politici e magistrati ad aver fatto carriera a spese della lotta alla mafia, ma anche imprenditori, giornalisti, funzionari o prelati; e che non hanno beneficiato solamente di dubbie promozioni o scudi politici, ma anche di vere e proprie mazzette. Non stupisce il fatto che con il tempo alcuni dei più accaniti avversari di Sciascia abbiano finito per riconoscere la sua «lucidità profetica». Amen.

Per quanto ne so, nessuno ha raccontato per intero la storia di quella polemica; è un peccato: sarebbe molto utile farlo. Voglio dire che la buona causa della lotta alla mafia non è l’unica a vantare i suoi impostori; in realtà tutte le buone cause ne hanno. [..] Giustissima è anche la causa delle vittime della Shoah, ma aveva assolutamente ragione Norman Finkelstein a denunciare, ne L’industria dell’Olocausto, la strumentalizzazione della sofferenza degli ebrei da parte dello stato di Israele allo scopo di blindare la propria politica spesso brutale. La lotta all’islamismo radicale e all’Eta basca è o è stata indispensabile, nel mondo e in Spagna, ma Guantánamo e i Gal (il gruppo paramilitare che tra il 1983 e il 1987 praticò il terrorismo di Stato contro l’organizzazione terroristica basca) sono o sono stati una canagliata. Fatta eccezione per la difesa del Pianeta, forse non esiste in questo momento al mondo una causa più giusta di quella che promuove l’uguaglianza tra uomini e donne, ma ci sono donne che se ne approfittano per usurpare posizioni di potere o privilegio. […]

Sono solamente alcuni esempi ma potrei andare avanti all’infinito, perché il numero delle buone cause è virtualmente infinito. Detto questo, non ci si può non chiedere perché nessuno o praticamente nessuno osi denunciare i propri impostori. […] Eppure è un dovere denunciare gli impostori delle buone cause, soprattutto per noi che crediamo che siano buone cause. La ragione è che, benché una causa possa continuare a essere buona nonostante ci siano degli impostori a difenderla, gli impostori delle buone cause possono finire per trasformare in cattiva una buona causa. La ragione è che una buona causa ben difesa è una buona causa, ma una buona causa difesa malamente corre il rischio di trasformarsi in una cattiva causa. La ragione è che, come accade nell’arte, nella politica e nella morale, forma e contenuto sono quasi la stessa cosa. Nessuno lo ha detto meglio di Albert Camus (che pagò a caro prezzo il fatto di aver denunciato gli impostori della buona causa della sinistra): «Non è il fine che giustifica i mezzi, ma sono i mezzi a giustificare il fine». (Javier Cercas, Etgar Keret e Heddi Goodrich – la Lettura, 14 novembre 2021)

Dal sottobosco dei nuovi “leader”, ai sodali arrampicatori entusiasti lobbisti consulenti mezze figure, ai giornalisti e personaggi della TV che fanno parte dello stesso circo mediatico di amici o nemici veri o presunti, ma comunque uniti in un matrimonio win win tanto miserabile quanto efficace, «l’unico dato certo che mi pare sia possibile estrarre è che la politica in Italia ha propri personali rapporti con l’etica sempre più lassi e vaghi: attorno ad essa la folla di saltimbanchi, nani e ballerine è andata aumentando in numero e potere». (Massimo Mantellini). Aggiungiamo: purtroppo non solo attorno alla politica.

Constatare con lucido realismo l’inevitabile convergenza di impostori interessati solo al proprio egocentrico tornaconto su qualsiasi meritevole iniziativa o contesto socio-familiare conduce dunque esclusivamente al sopra citato pessimismo conservatore? Ippolito Nievo ha scritto: «Per me chi perde la gioventù della mente non può che scadere dallo stato umano a qualche altra più bassa condizione animalesca. La parte di ragione che ci differenzia dai bruti non è quella che calcola il proprio utile e procaccia i commodi e fugge la fatica, ma l’altra che appoggia i propri giudizi alle belle fantasie e alle grandi speranze dell’anima». (Confessioni di un italiano – parte seconda, XIII).

Dopodiché si potrebbe affrontare ancora una volta la millenaria discussione su chi di solito esca vincente dal perenne conflitto tra i “bruti animaleschi” da una parte e le “speranze dell’anima” dall’altra. Ma questo è tutto un altro discorso; magari un’altra volta.

Nell’immagine in testata: Leonardo Sciascia (Illustrazione di Antonella Martino) – Il brano Un Angioletto Come Te di Francesco De Gregori è contenuto nell’album De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto (2015)

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