Populista sarà lei!

Ormai da molto tempo, nel nostro Paese il pubblico dibattito sembra ruotare attorno a un termine preciso e fin troppo ricorrente: “populismo”. I molteplici frammenti in cui si è disintegrato il corpo politico e sociale italiano si accusano a vicenda di essere “populisti”. Il termine in oggetto viene buttato con risentimento sulla parte avversa con accezione ovviamente dispregiativa. Senonché i medesimi soggetti non esitano poi subito dopo a ricorrere alla (presunta) “volontà popolare” ogni volta che intendono giustificare il proprio pensiero e le proprie azioni. Il che costituisce un bel paradosso. Ci domandiamo allora se non esista una forte ambiguità di fondo: qual’è il vero significato del termine “populismo”? Leggiamo da un dizionario politico:

«Possono essere populiste quelle forme politiche per le quali fonte precipua d’ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti. Si è detto che il populismo non è una dottrina precisa ma una “sindrome”. In effetti al populismo non corrisponde un’elaborazione teorica organica e sistematica. Sovente il populismo è più latente che teoricamente esplicito. Come denominazione si attaglia agevolmente, peraltro, a dottrine e a formule diversamente articolate e apparentemente divergenti ma accomunate nel proprio nucleo essenziale al riferimento ricorrente al tema centrale e dalla contrapposizione accanita a dottrine e formule di derivazione distinta. Le definizioni del populismo risentono dell’ambiguità che il termine medesimo sottintende.» (dal “Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino – TEA. I Dizionari. UTET, 1990)

In altre parole, come sospettavamo, il populismo si presta ottimamente alla strumentalizzazione e alla semplificazione, cioè al contrario della descrizione della realtà contemporanea; il che a nostro parere spiega già molte cose. Cose che diventano ancor più chiare quando poi leggiamo la definizione che dello stesso termine viene fornita dal Vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli: «Populismo. Qualsiasi movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.» Più chiaro di così…! Nel caso però ciò non bastasse o qualcuno ancora non fosse convinto, facciamo un esempio pratico, che traiamo a caso tra innumerevoli altri dalla disgraziata realtà storica della nostra indegna classe politica.

Il 20 aprile 2013 si è svolta la dodicesima elezione del Capo dello Stato italiano. Fu rieletto Giorgio Napolitano con 738 voti contro i 217 di Stefano Rodotà. «Napolitano, quel giorno, per quaranta minuti disse all’aula parole mai ascoltate prima: siete stati indecenti, imperdonabili, sordi e ciechi. Loro applaudirono. Avevate un solo compito: amministrare, governare. Avete fallito. Loro batterono le mani più forte. Siete colpevoli, avete sbagliato tutto. Loro si alzarono in piedi e gli gridarono bravo. Che i destinatari di una simile requisitoria tributassero un’ovazione a chi li stava trattando a quel modo sembrò a molti, in quel momento, a incomprensibile e persino ridicolo, grottesco. E invece è questa la grammatica del potere: una messa in scena per il pubblico a casa, gli elettori sudditi, una distrazione, un piccolo pegno umiliante da pagare per rallegrarsi, intanto, di restare tutti saldi al propri posti.» (Concita De Gregorio – la Repubblica, 4 ottobre 2019)

Ecco, in questo consiste a nostro parere il populismo. Come sottolineava il Censis già negli anni ottanta: il rapporto fra la tendenza ad «usare il pubblico come strumento di interessi privati», la «ossidazione e corrosione delle istituzioni» e l’affermarsi di culture intrise di egoismi sociali. «I soldi hanno mangiato tutto. Competizione è diventata la parola chiave, purtroppo anche a sinistra. Non insieme, ma uno contro l’altro. Isole, recinti. Disponibilità di denaro e povertà di cultura.» (Concita De Gregorio) Fenomeno super partes, purtroppo. Come ha scritto Brodskij «Non c’è niente di più facile di simulare nobili principi.»

Da questa situazione degradata e degradante non si potrà uscire facilmente e in tempi brevi; questo almeno finché continueranno a persistere due tragici errori nel pensiero e nella cultura di noi cittadini italiani.

Il primo errore consiste nel considerare la situazione attuale, le ipocrisie e i trasformismi attuali, come fossero assolute novità della storia e le cui gravi conseguenze non avrebbero mai avuto precedenti. Che ciò sia falso è dimostrato da grandi esempi letterari del passato, gli scritti di Leopardi, Carducci, Tomasi di Lampedusa ecc. Esemplare il personaggio di Consalvo, prototipo del populista contemporaneo descritto nel grande romanzo di Federico De Roberto, I Vicerèpubblicato per la prima volta nel 1894 (ben prima quindi del Gattopardo, che fu stampato solo nel 1958). «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» La frase è contenuta nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (palermitano) ed è pronunciata da Tancredi, nipote del principe Fabrizio Corbera di Salina; ma il concetto che vi viene espresso fu “rubato” a De Roberto (nato a Napoli, catanese di adozione).

«…la baracca cominciava a scricchiolare. Le spese pazze da lui fatte avevano svuotato le casse, l’ultimo bilancio s’era chiuso con un deficit considerevole, che egli aveva potuto dissimulare a furia d’artificii; ma la situazione non era più sostenibile; bisognava o imporre tasse o contrarre un debito, ed egli non voleva affrontare l’impopolarità di simili provvedimenti.» (I Vicerè, cap. VIII parte terza) Vi ricorda qualcuno?

Quanto al personaggio Consalvo, la sua strategia, la sua cinica ma moderna mentalità viene spiegata nella terza parte del romanzo. La quale infatti «…è dominata dalle vicende di Consalvo e Teresa, figli di Giacomo. Dopo un viaggio sul continente e all’estero, Consalvo decide di intraprendere la carriera politica, aiutato dalle sue doti di oratore e dall’influenza dello zio Gaspare. (…) Giacomo, gravemente malato e in pessimi rapporti con Consalvo, lo disereda poco prima di morire, ma questo non ostacola i progetti del giovane, che si rende popolare come assessore e poi sindaco. Il romanzo si conclude con le prime elezioni a suffragio allargato del 1882 in cui Consalvo, di fede reazionaria e borbonica, finge idee di sinistra e viene eletto trionfalmente, convinto che – al di là di ogni rivolgimento storico – nulla possa veramente cambiare e che i privilegiati debbano adattarsi alle nuove situazioni politiche, come quella successiva all’unità, potendo solo così mantenere intatti dominio e potere.» (da Wikipedia)

Il secondo tragico errore, forse il più grave, consiste nel dare per scontato che il ramificato e corrotto predominio dei Consalvo di oggi sia sempre colpa degli altri. E che non ci sia più speranza di miglioramento. «Anche quando siamo stanchi e vicini alla sfiducia non c’è altro se non la lotta su cui fare affidamento. Rimettersi all’alto è capitolazione, sempre.» (Emilio Lussu) Situazione disperata? Non è così, al contrario; però la speranza e l’ottimismo della volontà hanno sempre un prezzo che – a quanto sembra – pochi per non dire sempre meno sono disposti a pagare: la consapevolezza delle proprie responsabilità.

«Non sarò mai abbastanza cinico
Da smettere di credere
Che il mondo possa essere
Migliore di com’è
Ma non sarò neanche tanto stupido
Da credere
Che il mondo possa crescere
Se non parto da me»
Prima ce ne renderemo conto, meglio sarà per tutti.

Il brano Costume da torero di Brunori Sas è contenuto nell’album A casa tutto bene (2017)

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