Pregiudizi e palle di cannone

È noto che il Barone di Münchhausen riuscì da solo a tirarsi fuori dalle sabbie mobili – assieme al suo cavallo – tirandosi per i capelli. Il personaggio reale a cui si è ispirato Rudolf Erich Raspe per il suo romanzo del 1785 scritto in lingua inglese (Baron Munchhausen’s Narrative of his Marvellous Travels and Campaigns in Russia) è Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen, conosciuto come il Barone di Münchhausen (1720 –  1797). Il Barone era infatti un militare tedesco divenuto famoso per i suoi inverosimili racconti: raccontava ad esempio di un viaggio sulla Luna, di un altro viaggio a cavallo di una palla di cannone, ecc. Un personaggio molto moderno quindi, che oggi definiremmo molto social. Egli godeva sicuramente di un carattere davvero estroverso; e ai suoi tempi risultava perciò simpatico e credibile come i tanti tragici ciarlatani di successo contemporanei. Ieri come oggi – ci insegna Baricco –  l’essenziale rimane sempre il fatto che le palle (pardon, lo storytelling) siano “aerodinamiche”. La prima preoccupazione del potere di ogni tipo, infatti, consiste sempre nel “controllo della narrazione””- con buona pace dell’onestà intellettuale. Ma: «È storytelling tutto ciò che dà aerodinamicità ai fatti.» (cit.) Se poi i fatti sono falsi, pazienza; l’importante è divertirsi. Mica come fanno quei musoni silenziosi degli introversi…

Paulo Barone (psichiatra e didatta dell’Associazione italiana di psicologia analitica AIPA) ha scritto Il bisogno di introversione – La vocazione segreta del mondo contemporaneo  (Raffaello Cortina Editore, 2023) da cui risulta che  sulla vocazione all’introversione pesino forti sospetti e pregiudizi. «Per noi moderni, “la società è sacra”, e lo stesso sguardo psicoanalitico, da sempre attento al “principio di realtà”, non concede molta indulgenza al ripiegamento all’interno di sé stessi. Secondo Carl Gustav Jung, autore nel 1916 di un saggio dal titolo più che eloquente, Adattamento, guai al carattere introverso, centrato sul riflesso interiore che gli stimoli esterni provocano in lui, se non ha poi nulla da offrire ai suoi simili in cambio! Come a dire: solo al genio artistico, o al grande inventore, forse al mistico visionario, è concesso di volgere le spalle al mondo. Altrimenti, in questa economia della partecipazione, non si è che “un parassita pieno di boria”.

Ma c’è di più: come nota sottilmente Barone, nella cultura dell’estroversione che domina l’Occidente moderno, l’introverso si identifica con l’”immagine prevenuta e scadente” che gli altri si fanno di lui, mancando, appunto, di un’adeguata immagine di sé e del suo destino. È un tema, questo accennato da Barone, declinato in innumerevoli variazioni dal romanzo moderno.» (Emanuele Trevi)

Insomma: gira che ti rigira si finisce sempre lì: «Ognuno — diceva un grande artista come Paul Klee — si muoverà nella direzione designata dal battito del proprio cuore». Infatti il bambino, che non è ancora «adattato», e l’artista, che non finisce mai per adattarsi, rimangono sempre gli emblemi più evidenti, quasi le incarnazioni allegoriche, dell’introversione. Abbiamo provato anche noi a tirarci fuori da soli per i capelli, e abbiamo verificato che non funziona. D’altra parte le facili consolazioni non servono e le  strade spianate non esistono. L’unica altra possibilità sarebbe quella di arrendersi al narcisistico modello sovrastante (che però è improduttivo e alla lunga fallimentare) dei tempi brevi, della velocità, dell’apparenza e del rumore; questa possibilità l’abbiamo però scartata da tempo e a prescindere. Per forza. Perciò surrender? Certo che no. Mai. Sempre e solo no surrender!

Il brano “I Surrender” di  David Sylvian è contenuto nell’album Dead Bees on a Cake (1999) – Il dipinto: Sera d’estate (1947) di Edward Hopper

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