Il rock è morto, anzi è moribondo

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Se al celebre aforisma di Woody Allen “Dio è morto, Marx è morto… e anch’io oggi non mi sento molto bene” aggiungiamo che anche il rock a quanto pare sarebbe morto da molto tempo (secondo il critico Richard Meltzer addirittura dal lontano 1968) il rischio di precipitare in una profonda e irreversibile depressione aumenta di parecchio. Ma un conto è prendere atto di un bollettino medico che tanti medici anche improvvisati ci propinano ormai da tanti anni, un’altro è prendere diretta visione della cartella clinica del moribondo ( del cadavere? del malato immaginario?). Chuck Klosterman, giornalista statunitense, con un articolo uscito sul New York Times con il titolo Which rock star will historians of the future remember?” tradotto e pubblicato su Internazionale n. 1158 con il titolo “L’uomo che riassume il rock”, ci fornisce la sua personale, molto attendibile versione dei fatti. La sua lucida diagnosi su un paziente a quanto pare malato dalla nascita, ma che ciononostante, finché ce la faceva ha fatto un bellissimo e salutare casino. Almeno dalle nostre parti. Mi sento modestamente di condividere la diagnosi di Klosterman. Ecco quindi di seguito un breve estratto dall’articolo.

(…) “La musica che ha definito la prima metà del novecento è il jazz; quella che ha definito la seconda metà è il rock, ma con un’ideologia e una saturazione assai più pervasive. Solo la televisione la supera in influenza.” (…)

“Il valore simbolico del rock si basa sul conflitto: emerso come sottoprodotto dell’invenzione postbellica dell’adolescente, è stato la colonna sonora di venticinque anni durante i quali il divario tra le generazioni era assolutamente reale e insolitamente vasto. Questa dissonanza ha a lungo conferito al rock una particolare rilevanza extramusicale. Ma quel periodo si è concluso. Il rock è diventato più socialmente accessibile ma meno socialmente essenziale, e al tempo stesso è ostacolato dai suoi stessi limiti formali. Il suo indietreggiamento nella cultura va di pari passo con il suo assorbimento nella cultura stessa. Di conseguenza, quel che ci rimane è un genere musicale orientato verso ii giovani che a) non ha più un’importanza simbolica; b) manca di potenziale creativo; c) non ha un legame specifico con i giovani. ha completato la sua traiettoria storica. Il che significa che prima o poi esisterà principalmente come interessa accademico, una cosa che va insegnata alle persone perché possano provarla e capirla.” (…)

Nell’immagine: foto di copertina utilizzata per l’album The Clash, London Calling”, copertina che è considerata una delle migliori di tutti i tempi nella storia del rock. E’ un’immagine sfuocata di Paul Simonon che distrugge i suo basso sul palco del  Palladium di New York City, (21 Settembre 1979) nel corso del loro tour americano“The Clash Take the Fifth”.

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