San Giorgio con lucertole

In una lettera aperta a D.H. Lawrence, con il quale stava litigando, Norman Douglas lamenta che Lawrence, nella biografia di un loro amico comune, ne abbia falsificato il ritratto usando “il tocco del romanziere” e prosegue definendo cosa sia questo tocco:

Esso consiste, direi, nel non riuscire a rendersi conto delle complessità della comune anima umana; il romanziere sceglie, a scopi letterari, due o tre sfaccetture di un uomo o di una donna, in genere gli ingredienti più spettacolari, e quindi più proficui, del loro personaggio, lasciando perdere tutti gli altri. Tutto ciò che non si adatta a quelle caratteristiche volutamente scelte viene eliminato: deve essere eliminato, altrimenti la descrizione non starebbe in piedi. I dati sono questi e questi: tutto ciò che è incompatibile con tali dati va buttato a mare. Ne consegue che il romanziere, con il suo tocco, ragiona spesso logicamente, ma partendo da una premessa sbagliata: ammette quello che gli piace e tralascia il rimanente. Uno per uno i fatti possono anche essere esattissimi, ma sono troppo pochi: le cose che l’autore dice possono essere vere, e tuttavia essere il contrario della verità. Questo è il tocco del romanziere. Esso falsifica la vita. (riportato da E.M. Forster in “Aspetti del romanzo”)

Confrontiamo ora questa spiegazione di Norman Douglas sulla “natura del romanziere” con quella che Milan Kundera riporta nel suo “L’arte del romanzo“:

La Verità totalitaria esclude la relatività, il dubbio, l’interrogativo, ed è quindi inconciliabile con quello che chiamerei lo spirito del romanzo. […]  Il romanziere non dà grande importanza alle proprie idee. È uno scopritore che, a tentoni, si sforza di svelare un aspetto sconosciuto dell’esistenza. Non è affascinato dalla propria voce, ma da una forma che insegue, e solo le forme che rispondono alle esigenze del suo sogno fanno parte della sua opera.

Kundera precisa inoltre che la “grafomania” «non è la mania di creare una forma, bensì quella di imporre il proprio io agli altri. La versione più grottesca della volontà di potenza.» Come si vede, Norman Douglas e Milan Kundera definiscono il romanzo (il suo spirito, il suo tocco…) da due prospettive diametralmente opposte e incompatibili l’una con l’altra. Com’è possibile che due romanzieri descrivano la loro arte in maniera così contrastanti?

Le indagini sociologiche dimostrano che siamo purtroppo circondati da complottisti che credono a qualsiasi panzana venga loro propinata; per esempio che il mondo è controllato da una élite di poteri forti, che il piano Kalergi prevede la “sostituzione etnica” in occidente, che Lady Diana è stata fatta uccidere dalla monarchia britannica, che il Covid e altri virus sono stati creati in laboratorio per favorire le case farmaceutiche, che l’attentato alle Torri gemelle è stato organizzato dagli Usa, che l’olocausto non è mai avvenuto, la terra è piatta e altre amenità del genere.

«Il complottismo è la reazione immediata alla complessità. È la scorciatoia, la via più semplice e rapida, per venire a capo di un mondo ormai illeggibile.» (Donatella Di Cesare).

Quello che Norman Douglas definisce “il tocco del romanziere” a noi sembra piuttosto corrispondere in modo preoccupante con quella forma di paranoica ossessione propria del complottista contemporaneo, sempre teso alla ricerca di fantasiose prove su presunte macchinazioni da attribuire all’azione di forze cospiratrici nascoste. Noi non sappiamo se Lawrence avesse descritto quella persona amica utilizzando solo “due o tre delle sue sfaccetture, cioè gli ingredienti più spettacolari e quindi più proficui, lasciando perdere tutti gli altri, eliminando volutamente tutto ciò che non si adattava a quelle caratteristiche” come afferma Douglas. Sappiamo però con certezza che l’autore di L’amante di Lady Chatterley era un grande romanziere e poeta; cioè un grande artista. Sappiamo anche che “il tocco del romanziere” consiste nell’esatto opposto di ciò che viene descritto da Douglas: “il tocco del complottista“- che con l’arte del romanzo non c’entra proprio niente. Anzi, ne è la perfetta antitesi.

Ciò che contraddistingue il discorso cospirazionista non è l’assenza di fatti verificabili, quanto piuttosto il salto di immaginazione che è sempre presente in qualche punto della narrazione. Ma chi vuol essere San Giorgio, diceva Nietzsche, deve lottare contro i draghi e non contro le lucertole. Il complottista è infatti quel soggetto convinto che se oggi ti si incarnisce  un’unghia del piede, ciò è certamente conseguenza del vaccino che ti sei fatto ieri. Un San Giorgio che combatte le lucertole.

Perfino la storia del rock è costellata di casi di fantasiosi messaggi subliminali. Basti citare la teoria secondo la quale una famosa canzone degli inoffensivi e mitissimi EaglesHotel California, sarebbe legata al satanismo: in questo caso tutto è nato da alcuni versi del testo in cui si parla di una “bestia” da uccidere, mentre l’hotel in questione sarebbe metaforicamente l’inferno, luogo dal quale “gli ospiti non possono fuggire”. Anche la copertina del singolo ha fatto molto discutere: secondo alcuni, la foto sarebbe stata scattata nei sotterranei della Chiesa di Satana fondata da Anton LaVey e sarebbe proprio lui la figura che si vede nell’immagine. La teoria è stata poi ovviamente smentita: la figura in questione è in realtà una modella e la location è il Beverly Hills Hotel. (da virginradio.it)

Ma non sarà certo né il senso del ridicolo nè l’autoironia ad arrestare questa patologia sociale – il complottismo di tutti i tempi – che continua ad agitarsi sterilmente mentre il drago continua indisturbato a fare la sua strada. I cospirazionisti, infatti, «per il terrore di essere “come gli altri” accetterebbero qualunque panzana, purché “controcorrente”, purché li faccia sentire scaltri in mezzo a un mare di sciocchi. Parlare con loro fa rivalutare il conformismo.» (Michele Serra)

In testata: San Giorgio e il drago di Raffaello Sanzio, 1505 circa – Parigi, museo del Louvre.

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