Scacco al re

Maurensig

Gli scacchi sono “il gioco più violento che esista”, ha detto uno che se ne intende, Garry Kasparov. Anche Paolo Maurensig si intende di scacchi, di cui è quantomeno appassionato e su cui aveva già scritto un ottimo romanzo, il suo primo nel 1993, La variante di Lunenburg. Ventidue anni dopo pubblica invece questo “romanzo-indagine” (Teoria delle ombre – Adelphi 2015) incentrato sulla discussa figura e ancor più discussa vicenda della vita e della morte di Alexandre Alekhine: “La mattina del 24 marzo 1946 Alexandre Alekhine, detentore del titolo di campione del mondo di scacchi, venne trovato privo di vita nella sua stanza d’albergo a Estoril” in Portogallo. Tutto ha avuto origine dalla mia inveterata passione per gli scacchi. Posso infatti definirmi un dilettante entusiasta, anche se non ho mai partecipato a una qualificazione, né raggiunto un posto nella classifica ufficiale” scrive Maurensig nella prima pagina del libro. L’autore è convinto che Alekhine sia stato assassinato. Aveva infatti molti nemici: chi lo considerava un opportunista, una spia, un doppiogiochista, un traditore, un uomo senza ideali. “Ma l’infamia peggiore che gli veniva attribuita, la macchia indelebile che Alekhine si portò addosso negli ultimi anni di vita, fu la sua amicizia con il Reichsminister Hans Frank, governatore della Polonia” ai tempi del nazismo, anch’egli appassionato di scacchi.

Rispetto agli sviluppi della personale investigazione svolta sul “luogo del delitto” da parte dell’autore, invito ovviamente alla lettura diretta del testo.  Ma il libro merita di essere letto e meditato  anche solamente per le sue tormentate riflessioni sul tema dell’arte, (Alekhine era e si considerava un grande artista) come le seguenti.

Credo che l’arte abbia il potere di farci dimenticare ogni cosa, di allontanarci dagli affetti, dai doveri, di renderci egoisti oltre ogni limite, cancellando in noi ogni traccia di amore.” Si passò una mano sulla fronte”. Mi chiedo ” riprese “se il talento sia un dono o una maledizione. Mi chiedo perché non ci sia concesso di riunire l’arte alla vita, perché le due strade divergano a tal punto. Ma è l’arte e non la vita ad appagare i nostri desideri più profondi. E noi cediamo al suo richiamo. Per questo, a volte, temo che non ci sarà per noi alcuna redenzione.” (pag. 153).

“Non è possibile definire l’arte. La si può tuttavia riconoscere, e uno degli indicatori dell’arte è il rischio. Senza rischio non c’è alcuna creazione”. (pag. 162)

“Signori, non sono certo un santo, anzi, alcuni mi hanno definito un gran bastardo, e ho parecchie cose da rimproverarmi. Non ho dato molto affetto né alle mie mogli né ai miei figli, e forse nella mia vita non ho mai avuto il tempo di coltivare una vera amicizia. Ho amato solo mia madre e gli scacchi. E agli sacchi ho dedicato tutto me stesso, sin dalla mia prima infanzia. La scacchiera è stato il mio mezzo di espressione artistica: la tela su cui dipingere, il pentagrammma del musicista, la pagina bianca del poeta; e a quest’arte mi sono interamente votato, giocando a volte nelle condizioni più miserevoli. Mentre ero immobilizzato a letto dalla malattia, mi sono tenuto in vita ricreando nella mente intere partite; ho giocato nel buio di una cella, ho giocato nella carestia e nel freddo, con altri morti viventi quando gli imperiosi brontolii dei nostri stomaci vuoti ostacolavano non poco la concentrazione. Ho giocato persino alla vigilia della mia fucilazione. Gli scacchi sono stati, in ogni frangente della vita, la stella che mi ha guidato attraverso rari periodi di calma e in mezzo alle più spaventevoli tempeste. Senza di loro non sarei potuto sopravvivere. Ho praticato quest’arte rigorosa e difficile in completa solitudine, e con un incerto tornaconto finanziario, giacché è risaputo che le arti furono pensate da una divinità del tutto priva di senso pratico. Ho dedicato un’intera esistenza alla ricerca della perfezione artistica, ho creato opere di cui pochi al mondo possono apprezzare appieno la profondità, e a volte sono giunto così vicino alla vetta dell’Olimpo da poter sfiorare la punta delle dita agli dei che mi tendevano la mano. Ciò è quanto posso dire a mia discolpa. Se è per questo che debbo pagare, eccomi, sono pronto.” (pagg. 174-75).

Non mi sembra davvero poco, anche se il campione del mondo finisce poi per subire il proprio scacco matto. Ma questo lo sapevamo fin dall’inizio.

 

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