Sciacquine e sciacquoni

«La sinistra gioisce e festeggia, lo fa persino Avvenire, cioè il giornale dei vescovi: che bello che Silvia Romano, tenuta in catene per diciotto mesi da una banda di fanatici macellai, s’è convertita all’islam. E allora la Lega che fa? Risponde, ovviamente. Uguale e contraria, speculare, alimentando tutto un linguaggio malato che si rispecchia nei suoi giornali d’area, nella sua comunicazione da bestioline social, nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche. Quindi ecco che Silvia Romano, una ragazza di venticinque anni che deve aver vissuto sofferenze inimmaginabili, diventa una “sciacquina” e nelle parole dei deputati leghisti, persino ieri, a Montecitorio, nell’Aula del Parlamento: “Una terrorista”, tra le urla televisive di Mario Giordano e i tweet di Lorenzo Fontana.

Ecco. Per prima cosa occorre superare l’impressione immediata di essere in presenza di un paese intellettualmente e collettivamente giunto alle frontiere del Cottolengo. Bisogna cercare di capire che cosa ci sia dietro. Il solito, vecchio, banalizzante politicamente corretto dei ceti liberal e progressisti, e persino di una parte della chiesa, verrebbe da dire. Cui però adesso si contrappone un nuovo equivoco (sub)culturale, l’idea cioè che il politicamente scorretto, ovvero la faticosa ginnastica di andare contro ai conformismi del linguaggio e delle opere, significhi indulgere in tutto ciò che è sbracato, scemo, brutto, fuori misura, rozzo e superficiale. Com’è diventata possibile in Italia l’equazione tra destra e volgarità senza briglia e senza cervello? Bella domanda. Giuseppe Prezzolini, che all’argomento dedicò un famoso libriccino, scriveva che la destra è il posto dove generalmente siedono i conservatori, e che dunque la destra non è un partito ma una struttura della mente umana la cui prima funzione è quella di freno ai desideri impulsivi e ai sobbalzi.

La destra, insomma, che in Italia, in epoca prefascista, furono Cavour e Minghetti, non si fa guidare dagli istinti ma sente la necessità di forgiare il popolo e la nazione secondo principi di temperanza e modestia nella vita sociale, al punto che negli anni della destra storica questi grandi uomini oggi divenuti dei busti di marmo si affidarono completamente a un edificio: non alla caserma o alla bettola, non al Papeete beach, ma alla scuola elementare. Ed era infatti il “signor maestro” la figura che avrebbe dovuto plasmare gli italiani, tanto che il romanzo più significativo di quegli anni fu, appunto, il libro “Cuore”, una di quelle rare opere di pedagogia nazionale nelle quali si specchia la nostra travagliata e controversa identità.

Anche nella destra fascista e post fascista, cui appartenevano, ciascuno a suo modo, e con biografie diversissime, tanto Montanelli (che fu fascista da ragazzo e poi non lo fu più) quanto Giorgio Almirante e Pino Romualdi, esisteva un’idea della bellezza occultata nell’inattualità dell’aristocrazia, nel senso ottocentesco e tutto romantico dell’onore e della misura espressiva, con una buona disposizione d’animo verso il genere umano che si rispecchiava in figure di parlamentari del Msi come Beppe Niccolai, Ernesto De Marzio, Tomaso Staiti di Cuddia e in una tradizione pubblicistica e giornalistica di efficacia e indubbia raffinatezza, da Candido al primo Borghese, insomma Longanesi e Guareschi.

Alla fine degli anni Ottanta, il Secolo d’Italia, con la direzione di Giano Accame, pubblicò una foto di Gianfranco Fini che teneva in braccio una bambina di colore sotto il titolo: “Ecco l’Italia che ci piace”. E allora forse non deve stupire affatto che solo Francesco Storace e Fabio Rampelli, che vengono da quella storia, ieri si siano dissociati dalla stupidità rozza e truculenta di chi prima si puliva le terga col tricolore e ora parla a nome degli italiani invitando al linciaggio pubblico di una ragazza di venticinque anni. Ma il problema rimane: com’è successo che la destra sia precipitata nelle mani di Matteo Salvini, un deejay di Radio Padania?» (Salvatore Merlo – il Foglio Quotidiano, 14 maggio 2020)

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