Spigoli e specchi

La mia apparizione è un racconto di David Foster Wallace contenuto nella raccolta La ragazza dai capelli strani, pubblicata nel 1989. La sintesi: “Un’attrice è ospite del Late Night with David Letterman, dopo che il suo marito, produttore televisivo, l’aveva addestrata per questo.” (Wikipedia) Il racconto inizia così:

«Sono una donna che è apparsa in pubblico al talk show di David Letterman il 22 marzo del 1989. Per dirla con mio marito Rudy, sono una donna la cui faccia e i cui modi sono noti a qualcosa come più della metà della popolazione misurabile degli Stati Uniti, il cui nome è su bocche copertine e schermi. E il cui profondo del cuore è invisibile, e nascosto in maniera irraggiungibile. Ed è questo che secondo Rudy mi avrebbe potuto salvare da tutto ciò che quell’apparizione comportava. La settimana del 22 marzo 1989 fu anche la settimana in cui il talk show-varietà di David Letterman presentò una serie di comiche videoriprese sulle attività e i passatempi dei dirigenti della NBC. Mio marito, il cui nome è noto più all’interno dell’industria dello spettacolo che fuori, era angosciato: conosceva e temeva Letterman; sosteneva di sapere per certo che Letterman adorava fare a pezzi le ospiti femminili, che era misogino. Fu la domenica precedente che mi disse che secondo lui, Ron e Charmian, la moglie di Ron, avrebbero dovuto prepararmi a gestire e farmi gestire da Letterman.»

Lo fanno, e la dotano anche di un auricolare per comunicare durante la diretta televisiva. Il racconto termina con il colloquio tra marito e moglie a trasmissione conclusa; lei premette che Letterman non era come diceva lui, che si era sentita l’orecchio “violentato” dall’auricolare e che se avesse potuto se lo sarebbe tolto; poi e aggiunge:

“Con David Letterman non stavo recitando; eravate più che altro tu e Ron, quelli che dovevo gestire. (…) Ero esattamente quello che sono” (…) Lui: “Il nocciolo della questione – capisci? – è tutto qui: che nessuno è veramente come deve farsi vedere”. Lo guardai. “E tu pensi che questa cosa sia vera. (…) Insomma, tu credi che nessuno sia veramente come lo vediamo!” Non ebbi risposta (…) “Perché se nessuno è veramente come lo vediamo, questo vale anche per me e per te.” (…) “Così come tu non eri davvero quella che eri, mentre ci gestivamo Letterman meglio di chiunque abbia visto fare a chiunque altro”, disse lui. Mi guardò ammirato. “Sei un’attrice versatile e piena di talento”, disse. (…) E quindi chiesi a mio marito, mentre la limousine offerta dalla produzione ci portava all’appuntamento che avevamo (…) “come pensava che fossimo veramente, io e lui, allora.”

E quello, si rivelò essere l’errore.»

«La mente di Vitaliano Trevisan era un groviglio di tensioni irrisolte, una specie di macchina che non smetteva mai di lavorare, o meglio di reagire alla pressione del mondo. I suoi occhi chiarissimi da extraterrestre lampeggiavano, letteralmente, dal varco delle palpebre socchiuse, rendendo una volta tanto credibile il modo di dire: sguardi come lampi dalle fessure di un altoforno. Anche quando sembrava distratto, o perso nei suoi pensieri, o intento a rollarsi una sigaretta, registrava un’infinità di dettagli. Era un uomo difficile, una specie di poliedro estraneo alla geometria euclidea, perché sembrava composto esclusivamente di spigoli.

Gli mancavano le due virtù (o i due vizi capitali) essenziali allo stare in società: l’ipocrisia e la condiscendenza. E gli mancava anche il supremo analgesico: la capacità di trasformare l’esperienza in abitudine. Ma quando diciamo che qualcosa mancava a un vero artista, dobbiamo sempre sottintendere che anche ciò che non aveva era importante per lui, come una fonte paradossale di energia, non un semplice vuoto ma un elemento della sua singolarità che agisce per negazione.» (Emanuele Trevi)

«Fin da ragazzo non riuscivo a comprendere gli scrittori e gli artisti della vecchia generazione che volevano farsi distinguere già per l’aspetto, mediante giacche di velluto e chiome spioventi o ciuffi vistosi sulla fronte, come per esempio i miei venerati amici Arthur Schnitzler e Hermann Bahr, o con baffi azzurri o abiti inconsueti. Sono convinto che, diventato conosciuto l’aspetto fisico di un uomo, questi è inconsciamente indotto, secondo la parola di Werfel, a vivere quale “uomo specchio” del proprio io, ad assumere  cioè un certo stile in ogni gesto, perdendo così di solito, con la trasformazione del contegno esteriore, un poco della cordialità, della libertà e della serenità della propria indole.» (Stephen Zweig, da Il mondo di ieri)

Music video by Elisa, Francesco De Gregori performing Quelli Che Restano. © 2018 Universal Music Italia Srl

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