Su Napoli bisogna tacere

 

Negli ultimi anni ripeto, a chiunque me lo chieda e pure a me stesso, che bisognerebbe tacere su Napoli e non parlarne più. Prendete un oggetto qualsiasi, d’uso comune. Una bottiglia, per esempio. Osservatela a lungo. Poi provate a descriverla più e più volte. Dopo le prime versioni vedrete le vostre parole ridursi, banalizzarsi. E con esse le caratteristiche uniche e peculiari dell’oggetto, lo stupore del suo esserci.
Bisognerebbe tacere su Napoli e non parlarne più: quasi ogni parola pronunciata su Napoli produce sulla città un abuso di lesa differenza. Ogni volta i discorsi si incrostano di stereotipi e falsi miti derivanti da certi complessi di inferiorità o di superiorità che l’idea di Napoli suscita in chiunque, immediati e istintivi non appena se ne parla.
Bisognerebbe tacere su Napoli e non parlarne più, per lasciare che essa viva e respiri al di fuori delle nostre parole e possa ritornare nel tempo.
Certo non esiste altra città nella quale il nesso tra l’individuo e la storia collettiva sia così stretto e condizionante come accade a Napoli. Quando si nasce a Napoli, si viene al mondo in quell’impasto di mentalità, linguaggio, mito, ideologia.
Napoli è una città che ha leggende, storie, decadenze, rivolte e dei che bastano per un intero continente. A un certo punto della sua storia, si è fatta Nazione e ha continuato per molto tempo a fingersi luogo privilegiato e universale, anche quando quell’innata armonia tra Natura e storia è andata perduta.
Da giovane scrittore, ho fatto più volte di Napoli lo specchio nel quale ho tentato di discernere la mia immagine. Provavo con la letteratura a cogliere i variabili moti della storia e dell’essenza mia e della città perché le potessi fissare, ben distinte l’una dall’altra, in un modo meno elusivo e precario.
A volte mi è parso di esservi riuscito. Ma poi quei cori di stereotipi, falsi miti e indulgenze riprendevano e Napoli scompariva in un rumore di voci indistinte, che tutte insieme erano una specie di silenzio al quale, dopo libri e parole, opposi silenzio. Mi sembrava l’unica strada, dopo aver rivoltato la bottiglia da ogni lato, cercando di coglierla e mostrarla per quello che è. Un diritto per me sacro e inalienabile di quella bottiglia e di chi, come me, vi fosse nato dentro. (Raffaele La Capria)

Dicitencello vuje (Diteglielo voi, qui nell’interpretazione di Alan Sorrenti del 1974) è una canzone napoletana scritta nel 1930 da Rodolfo Falvo (musica) ed Enzo Fusco (testo).

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