Sul bello, il brutto e il buono

Repubblica dell’8 settembre scorso ha pubblicata un’intervista di Michele Smargiassi a Gianni Berengo Gardin. “La fotografia dei miei 90 anni. L’ostinata resistenza al digitale. Confessioni di un maestro che è ancora a caccia di immagini.”

«[…] Il fatto è che, a novant’anni da compiere il 10 ottobre, questo patriarca del bianco-e-nero non ha nessuna intenzione di togliere il dito dal bottone della Leica.

Nessuno è mai stato capace di imporglielo. Neanche i tedeschi.

«Bastian contrario tutta la vita», dice, ma si contraddice con quel modo mite di parlare, arrotando le R come sa solo lui. Non ama le interviste, «sono il contrario di un chiacchierone, sono troppo orso», si scusa, eppure alla figlia Susanna ha appena dettato un’autobiografia piena di rivelazioni e sorprese. Ma l’ha intitolata In parole povere (Contrasto editore) perché lui ha sempre preferito la ricchezza delle immagini. […]

«I miei volevano che studiassi ma studiare non mi piaceva, volevo fare cose con le mani, la macchina fotografica è anche una cosa manuale, non è solo intellettuale, è uno strumento da artigiano, da contadino, per questo non mi piace sentirmi dire artista».

Come posso definirla allora?

«Fotografo non basta? Dica narratore. Ho raccontato quel che ho visto. Non mi piaceva studiare ma leggere sì, ho amato i grandi americani, Faulkner, Steinbeck, Dos Passos, nel dopoguerra la mia generazione amava tutto quel che era americano, il cinema, i gesti, la gomma da masticare, e naturalmente la fotografia». […]

Perché ha preferito i libri ai giornali?

«Ma è il viceversa! Sono un fotografo da libri perché i giornali non mi hanno fatto lavorare! Anche se risulto fra i primi tre fornitori di immagini del Mondo di Pannunzio… Io nasco nel mondo dei fotoamatori, dove la fotografia singola, iconica, alla Cartier-Bresson, era il miraggio di tutti».

Anche il suo… L’automobile sul lago… Il bacio sotto il portico… Il vaporetto…

«Sì, ne ho fatte anche io. Ma quando comincio a scattare in una situazione, penso sempre: chissà se me ne vengono una quarantina di buone per farci un libro…».

Buone o belle?

«Buone! Quando Ugo Mulas mi mostrò le sue foto io ebbi la cattiva idea di commentare: come sono belle! Lui mi trattò malissimo: se dici ancora bello, ti caccio a pedate».

Come si riconosce una fotografia buona?

«Quando racconta bene, ma senza inventare. Io cerco di fotografare sempre con lo spirito e l’entusiasmo del fotoamatore, ma di quel mondo non mi piacevano due cose: la prima, quell’atteggiamento da mammoni che si rifugiano sotto le gonne dell’arte…».

La seconda?

«Il culto dello strumento. Un giorno, in una di quelle gite da fotografi, cominciò a piovere, la scena era bellissima ma tutti corsero a mettere al riparo le loro macchine. Per fargli rabbia, misi per terra il mio costosissimo obiettivo Telyt 200/4 e ci pisciai sopra» […]

Sul medesimo quotidiano, il 21 febbraio 2020 era uscita  un'”Amaca” di Michele Serra dal titolo “Invece di quello che vede”:

«Le Vele di Scampia erano diventate una specie di totem della bruttezza e del degrado sociale (spesso l’una la condizione dell’altro, e viceversa), e vederle scomparire emoziona, perché lascia intravvedere altri orizzonti. Ma contemplando nei tigì quel palazzone scolorito, in molti abbiamo pensato “non è molto più brutto di infiniti altri edifici del secondo Novecento”. Le nostre città, soprattutto le periferie, pullulano di quei conglomerati di vani, scale, balconi impilati senza un criterio estetico conoscibile — a meno di voler considerare un criterio estetico la mancanza di cura formale. Il problema non è solo di Scampia.

Nella foga di una crescita economica impetuosa e scriteriata, l’Italia (e non solo) ha mutato il suo paesaggio “povero” dai tuguri arroccati degli avi contadini, quasi mimetici, roccia nella roccia, agli immani edifici dell’inurbamento, sgraziati, violenti allo sguardo. Non è dunque sempre la povertà, a dettare la regola della bruttezza, perché i borghi poverissimi dei passati ebbero ogni genere di tara e di inadeguatezza, ma non la bruttezza. E dunque, ora che siamo meno miserabili, a quando il sogno di una devolution , su larga scala, della bruttezza da boom? O pitturati o ricoperti o abbattuti o radicalmente riformati, cosa potrebbero diventare gli edifici delle mille Scampie italiane? […]»

Due giorni dopo (23 febbraio) a Serra rispose Giovanni Durbiano, professore di composizione architettonica e urbana al Politecnico di Torino; un’intervento semplice e magistrale:

« Caro direttore, venerdì Michele Serra invitava, a proposito della demolizione delle Vele di Scampia, a riconoscere quanta “bruttezza” prodotta dal boom del dopoguerra ci circonda. E quanta “bellezza” c’era invece nella povertà di una volta. Quella di Serra non è un’opinione originale, anzi. Attribuire alla forma dello spazio un potere sulla qualità della vita è certamente corretto (e spiega l’esistenza degli architetti, il che – detto da un architetto – non guasta), ma sottintendere che questa forma possa esistere separatamente dalla società che la produce, ha molti rischi che credo che lo stesso Serra non intenda correre.

Se – come dice Serra – la povertà dell’Italia di una volta aveva, insieme a tanti svantaggi, almeno il vantaggio della bellezza, lo possiamo dire solo oggi, che viviamo nelle case del boom edilizio. Non lo dicevano infatti i tanti migranti del sud che venivano volentieri nei casermoni costruiti al nord, perché attraverso quelle abitazioni riconoscevano la possibilità di accedere a uno status sociale nuovo, di cittadini urbani, di utenti di forniture elettriche, di acqua calda e televisori. E non lo dicono oggi gli abitanti rurali cinesi che si spostano in massa negli ancora più terrificanti – agli occhi di Serra – palazzoni delle nuove megalopoli della Repubblica popolare. Se allora in Italia, o oggi in Cina, la “bruttezza” percepita da Serra e da noi tutti, non era percepita, è perché le categorie estetiche sono sempre un principio relativo. In quanto prodotto di un giudizio, esse pongono in relazione un oggetto giudicato (l’architettura, per esempio) ed un soggetto giudicante (la cultura, di cui Serra e noi siamo il prodotto).

Sostenere che gli edifici che compongono il paesaggio in cui viviamo sono “brutti” vuole dire ammettere che non ci riconosciamo nella società di cui quegli edifici sono lo specchio. Il che non è certamente un problema da poco, perché riguarda il giudizio complessivo sull’esito della nostra storia recente, ma non è un problema relegabile alla sola architettura. In altre parole, il rischio che si corre a seguire il ragionamento di Serra, è quello di separare le categorie di “bruttezza e bellezza” dai referenti a cui esse sono legate e, di isolarle in un luogo autonomo (le riviste patinate? Le case viste nelle pubblicità? Gli studi di architettura? Che Dio ci scampi!). Il problema della “bruttezza” esiste, e Serra fa bene a ricordarlo. Ma questa bruttezza è il sintomo di un problema di identificazione e proiezione collettiva di una società – e delle tanti componenti da cui è fatta – nei valori che gli spazi e le architetture incarnano.»

Gli architetti Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour nell’ormai  lontano 1972 pubblicarono un libro destinato a diventare un classico, uno dei libri di teoria dell’architettura più influenti del ventesimo secolo: Imparare da Las Vegas (Learning from Las Vegas, Quodlibet, 2010). «Il libro è diventato un classico perché indaga le modalità secondo le quali la città contemporanea si sviluppa disordinatamente sulla spinta del commercio e del divertimento introducendo il concetto di sprawl. In questo senso Las Vegas diventa il paradigma non solo della città americana, ma di tutte le città dei paesi capitalisti.» (da Wikipedia)

«Las Vegas rappresentava allora il concentrato di disordine che ogni città cercava di esorcizzare. Era la città dell’eccesso, del peccato e della mafia, un caotico accumulo di casinò e hotel privo di un disegno complessivo, e assediato dal deserto del Mojave. Il vizio dilagava e gli edifici stessi sembravano incarnare l’unico valore di quell’inferno lampeggiante: il denaro. Cosa poteva mai venire di buono dall’epicentro dell’immoralità? Venturi, la Brown e Izenour volevano penetrare meglio e senza pregiudizi quel fenomeno di architettura euforica, e alla fine proposero un’analisi avalutativa del loro viaggio: «non è Las Vegas il soggetto del nostro libro, ma piuttosto il simbolismo della forma architettonica». Il loro scopo non era quello di cantare un elogio di Las Vegas, quanto quello di dare il giusto valore al simbolismo dell’architettura che lì si manifestava in tutta la sua potenza. In Imparare da Las Vegas motel, drive-in, distributori, le tipiche wedding chapels e le gigantesche illuminazioni vengono studiate e catalogate come «fenomeno di comunicazione architettonica». […]

La grande invenzione (involontaria) di Las Vegas, che ha reso il suo studio approfondito un testo seminale per il postmoderno, riguarda però certamente l’eclettismo degli stili fusi in questa città e la totale mancanza di gerarchia tra cultura alta ed estetica popolare. Colonne greche, neon ritorti, mosaici paleocristiani, lastre barocche, chioschi a forma di hamburger, statue greche, Bauhaus hawaiiano e scritte anni Trenta collassano tutti in un’unica cifra stilistica che frulla la storia dell’arte rendendola un’esperienza ludica, vertiginosa, priva di contesto e di differenze. Chi frequenta oggi Las Vegas sa bene che questa combinazione di stili prosegue radicalizzandosi: oggi piramidi egizie svettano accanto a gondole veneziane, e su Las Vegas Buolevard i colonnati romani affiancano esoticissime pagode. Questa combinazione di epoche e stili sarà precisamente il tratto che distinguerà, in letteratura, gli scrittori cosiddetti postmoderni. Così come avviene a Disneyland, infatti, anche nelle pagine degli scrittori postmoderni è impossibile segnare confini precisi tra le citazioni, tra le epoche, perché tutta la tradizione è riutilizzata liberamente all’interno di un testo.» (Francesco Longo – Minima & Moralia)

Kant nella Critica del Giudizio ha detto che la bellezza non è propriamente dell’oggetto, ma scaturisce dal rapporto tra soggetto e oggetto. La bellezza è quella proprietà che attribuiamo alle cose, valutandole in rapporto al sentimento di piacere o dispiacere che le loro immagini suscitano in noi: «Bello è pertanto ciò che piace secondo il giudizio di gusto». In altre parole, è bello solo ciò che ci piace. Quello che è magnifico per me, può essere orribile per te. Un solo esempio: i “Sassi di Matera” sono stati iscritti nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel 1993 (angolo “bello”); tuttavia nel 1950 il presidente del consiglio Alcide De Gasperi, a seguito di una sua visita in Basilicata in cui si rese conto della gravità delle condizioni di vita del luogo, incaricò il deputato lucano Emilio Colombo di studiare un disegno di legge per il loro risanamento e sfollamento (angolo “brutto”). Sorge allora un dubbio: non sarà per caso che, nonostante tutte ‘ste riviste patinate, viviamo in un’epoca di malsano cattivo gusto? Se questo fosse vero, più che al bello e al brutto, allora sarebbe molto ma molto meglio confidare – prima di tutto – in ciò che è davvero buono. In questo caso, Los Angeles non avrebbe più nulla da insegnare. Finalmente.

Il brano Diabaram di Ryuichi Sakamoto (feat. Youssou N’dour) è contenuto nell’album Beauty (1989-90)

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