I sonnambuli

Siamo un popolo al quale sono poco a poco venuti meno i motivi per esserlo, ma che poi «si consola constatando che il nostro è il Paese delle meraviglie, se ammirato dall’alto delle lussuose terrazze cittadine, degli strapiombi sul mare, delle colline e delle cime più elevate. Ignorando quanto sia invischiato in tutte le sue arretratezze, se praticato dal basso». La fotografia del rapporto CENSIS 2023 è alquanto impietosa, ma forse questa narrazione da fine impero è necessaria per una reazione. Il rapporto ci definisce infatti, credo troppo pessimisticamente, dei sonnambuli. Il punto è: che cosa può risvegliarci? (Alessandro D’Avenia)

Pregiudizi e palle di cannone

Quando parliamo di un carattere «introverso», o di una tendenza dominante all’«introversione», in genere non stiamo evocando qualcosa di auspicabile per noi o per i nostri cari. Appresa in un modo o nell’altro fin dall’infanzia, la definizione dell’uomo come animale sociale è, prima di ogni altra cosa, rassicurante. Da sociale a social, poi, il passo è ormai così breve da risultare ahimè impercettibile alla stragrande maggioranza. La connotazione negativa, o addirittura patologica, dell’introversione è simile a quella che riguarda i concetti di egoismo, di narcisismo, di perdita del senso della realtà e dell’empatia. Il gregge umano non si regge semplicemente sull’istinto: esige da ogni singola pecora attenzione e partecipazione, e guarda con sospetto ogni ripiegamento su sé stessi, come se si trattasse di una vera diserzione. (Emanuele Trevi)