La parola che manca

Scriveva Daniele Del Giudice: “E’ così comica quest’ultima incarnazione dello scrittore a fine secolo a casetta a fare un libro dietro l’altro!” senza più “nessun sentimento di precarietà e di rischio nella propria impresa narrativa”. Sono passati quasi 30 anni da queste parole e l’immagine di scrittori occupati solo a sfornare titoli uno via l’altro nella beata assenza di un dubbio, di un interrogarsi sul senso del proprio narrare, è tragicamente il pane quotidiano, e sempre più insipido. Forse, mi dico, fa parte della disperazione attuale in tutti i campi per il profondo nonsenso che avvertiamo e non solo nei confronti dell’arte, ma in generale nei confronti del cosiddetto vivere civile. Abbiamo dato per scontate la pace e la democrazia, per dire, e ci troviamo instabili e minacciati. (Sandra Petrignani)

Ripensamenti

I racconti di Cechov sono poveri d’azione e quasi privi di intreccio. I protagonisti sono individui incompresi, umiliati, sconfitti dalla vita, vittime di equivoci e di autoinganni: un campionario di frustrazioni e mediocrità, dove trionfano l’impotenza ad agire e l’incapacità di comunicare. Con una sorta di dolente distacco dalle vicende descritte, Cechov riecheggia lo smarrimento di un’epoca e l’inerzia spirituale della società russa di fronte ai sintomi della propria decadenza morale e intellettuale; una lezione quanto mai attuale anche per noi. Dino Risi racconta di come Cechov gli “insegnò che gli eroi possono essere anche i vicini di casa”.

Prima l’uovo o la gallina?

«La folla crede di sapere e di comprendere tutto; e più è sciocca, più sembra vasto il suo orizzonte. Ma se l’artista, al quale la folla crede, avesse il coraggio d’affermare che non capisce nulla di quel che vede, ciò costituirebbe da solo una grande conoscenza e un gran passo avanti nel campo del pensiero.» (Anton Čechov) Ma all’origine della specie, è nato prima il narcisismo o la stupidità? Forse la presunzione.