Un poema ferroviario

Il fatto è che in Unione Sovietica, i sovietici, per un paio di decenni, tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni ottanta, sembra stranissimo, ma ci son delle testimonianze abbastanza univoche che dicono che i sovietici, in quegli anni lì, leggevano quasi più la letteratura non pubblicata di quella pubblicata. Questo fenomeno, che si chiama Samizdat (che significa autopubblicazione) consisteva nella circolazione di dattiloscritti clandestini autoprodotti, «battuti a macchina con infinite copie di carta carbone (in assoluta mancanza di fotocopiatrici), diffusi con un’alta percentuale di rischio solo tra amici fidati, venduti a prezzi sempre meno cari a mano a mano che la leggibilità diventava difficile, vista l’infima qualità della copia a carbone, imparati a memoria per essere recitati a chi non ne fosse venuto in possesso, questo fu il destino dei testi-samizdat che, nel giro di qualche anno, portati fuori dal paese con la complicità di amici stranieri, avrebbero iniziato a essere pubblicati in Occidente (tamizdat, stampati tam, là, all’estero) dando il via al fenomeno del dissenso.» (dall’introduzione di Paolo Nori)