Tartufi

Al Festival di San Remo del 1971 Lucio Dalla dovette modificare il testo della sua “4 marzo 1943”, poi terza classificata e campione di vendite: “e ancora adesso che gioco e rubo e bevo vino / per i ladri e le puttane io sono Gesù Bambino”, divenne “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto io sono Gesù Bambino”.  L’anno dopo Nicola Di Bari vinse con “I giorni dell’arcobaleno”, ma solo dopo aver emendato il testo: “vivi la vita di donna importante / perché a 13 anni hai già avuto un amante” divenne “perché a 16 anni ti senti già grande”. Nella hit parade allora trasmessa dalla Rai furono menzionate, ma non riprodotte, non solo l’orgasmatica “Je t’aime, moi non plus” di Jane Birkin e Serge Gainsbourg ma anche “Dio mio no” di Lucio Battisti e “Bellissima” di Loredana Bertè.

«E che dire di “Dio è morto” di Francesco Guccini? Censura politica in Rai, ma la davano in Radio Vaticana e la cantavano in chiesa. Per dire che in realtà non sempre era “colpa dei preti”… Storica anche l’esecuzione in Rai di Gabriella Ferri per un “Tutti ar mare, / a mostrà le chiappe chiare”, trasfigurato in “a vedè che se po’ fare”. Altri tempi, sicuramente, se si pensa al “vi conviene toccarvi i coglioni” e “parla non sa di che cazzo parla” con cui i Måneskin hanno realizzato una storica accoppiata Sanremo- Eurovision Festival. […]

E siamo ormai arrivati all’epoca del “Me too” e della cancel culture: la censura viene non più dai giudici ma dal basso, a colpi di statue abbattute. O da commissioni scolastiche e universitarie, a colpi di programmi massacrati. O nella pubblicità, dove criteri vecchi e nuovi si sovrappongono. No al porca puttena [in una pubblicità di Timvision con Lino Banfi sarebbe stata censurata l’esclamazione “Porca puttena”, tormentone dell’attore pugliese. N.d.R.]; no alle “patatine” che Rocco Siffredi si vantava di aver assaggiato anche “tre alla volta”; e tempesta contro la Molisana per la denominazione “coloniale” dei formati di pasta come Abissine, Tripoline, Assabesi, Africanini o Zuarini: salvo poi rientrare subito quando si è scoperto che Tripolini e Bengasini li vendevano anche le rosse Coop, e che la Molisana era stata una storica finanziatrice delle feste dell’Unità locali. (Maurizio Stefanini – il Foglio Quotidiano, 4 settembre 2021)

Il “vizietto” insomma non muore mai; e il mondo dell’arte figurativa e della letteratura non ne vengono di certo risparmiati. In un recente articolo sul New York Times, Roberta Smith, critica d’arte storica del giornale, stigmatizza il Metropolitan Museum per aver accettato più di sessanta opere donate dalla fondazione del pittore Philip Guston. Motivo: un museo che sta facendo uno sforzo per riscrivere la storia della propria collezione attraverso sguardi non solo maschi e bianchi non avrebbe dovuto accettare tante opere di un artista maschio e bianco, perché i suoi dipinti con figure incappucciate del Ku Klux Klan avrebbero potuto essere fraintese!

«Si chiama “trigger warning”, avviso morale e censorio posto sui classici del passato, e impazza nelle università anglosassoni. Si va da Il libro della giungla di Rudyard Kipling, criticato per la sua rappresentazione “coloniale” degli animali, a Matilda di Roald Dahl, che è stata tacciata di “transfobia”. La bella e la bestia, scritto dalla francese Gabrielle-suzanne Barbot de Villeneuve nel 1740, è accusato di presentare una donna succube del proprio rapitore. Stessa sorte per Le cronache di Narnia di C.S. Lewis, popolarissime ma anche piene di “stereotipi razzisti”. Poi si arriva a Peter Pan di J. M. Barrie, che usa troppo spesso la frase “pellerossa”. E Dr. Dolittle, che contiene la parola proibita “N”.

Finora l’avviso era rimasto confinato alle aule universitarie. Ora una nuova edizione di Via col vento è stata etichettata come “dannosa” in un avviso posto dai suoi stessi editori in esergo al romanzo. L’epopea della Guerra civile di Margaret Mitchell, adattata in un famoso film di Hollywood, è considerata “problematica”. L’avviso dice agli aspiranti lettori che Via col vento contiene elementi “razzisti” che potrebbero essere “dolorosi” o addirittura “dannosi”. L’ultima versione di Pan Macmillan avverte inoltre che il romanzo non è stato riscritto per rimuovere passaggi offensivi, a differenza delle opere di Agatha Christie, Roald Dahl e Ian Fleming appena ristampate, ma chiarisce che il mantenimento del testo originale da parte degli editori non “costituisce un’approvazione” del libro.

Come scrive Emily Temple su Literary Hub, questa nota era l’unica scelta a disposizione dell’editoria travolta dal woke: rimuovere o modificare le parole “controverse” nel caso di Via col vento era impossibile perché “sono semplicemente onnipresenti”. Macmillan aggiunge che uno scrittore bianco è stato specificamente incaricato di scrivere un saggio per la nuova edizione che spieghi gli elementi di “suprematismo bianco” contenuti in Via col vento, per evitare di infliggere un “danno emotivo” a qualcuno proveniente da una minoranza. Un saggio firmato Philippa Gregory spiega che il problema del romanzo di Mitchell è che è basato su una menzogna: Via col vento difende il razzismo e il suprematismo bianco e “ci dice, convintamente, che i neri non appartengono alla stessa specie alla quale appartengono i bianchi”.

L’avvertimento nella pagina di apertura della nuova edizione dunque recita: “Via col vento è un romanzo che include elementi problematici tra cui la romanticizzazione di un’èra scioccante della nostra storia e gli orrori della schiavitù. Il romanzo include la rappresentazione di pratiche inaccettabili, rappresentazioni razziste e stereotipate e temi, caratterizzazione, linguaggio e immagini inquietanti. Vogliamo avvisare i lettori che potrebbero esserci frasi e terminologia dannose”. Prima la trasposizione cinematografica di Via col vento scomparve da alcuni cinema americani. Poi Hbo ha rimosso temporaneamente il film dal catalogo, per farlo tornare disponibile con una spiegazione del contesto storico e una denuncia delle sue rappresentazioni razziste.» (Giulio Meotti – il Foglio Quotidiano, 6 aprile 2023)

Il moralista insomma cambia nel tempo e cambiano i suoi metodi, ma non il significato e i motivi delle sue azioni; che derivano coerentemente e come sempre da un inspiegabile (e inspiegato) presuntuoso complesso di superiorità, dal disprezzo per il prossimo, dall’attrazione fatale per il senso comune e dall’istintivo terrore per un contesto sociale da “normalizzare”. Insomma, con la morale, il suo angusto e miope orizzonte culturale non ha proprio nulla da spartire.

In testata: Molière reading Tartuffe ar Ninon de Lenclos’s – di Nicolas André Monsiau (Paris 1754/1837)

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