Tutti più buoni, è Natale

Il seguente post nasce in modo impulsivo a seguito della lettura di due articoli pubblicati su Repubblica di oggi, 9 dicembre 2021.

1) AMERICA. «[…] Abbiamo creato una nazione fondata sulla schiavitù, e non c’è mai stata un’ammissione ufficiale di questo. Odio comparare lo schiavismo al nazismo, ma i tedeschi almeno hanno cercato di fare ammenda per i delitti terribili commessi negli anni ‘30 e ‘40. Gli americani no, mai. Sventoliamo le bandiere confederate e discutiamo ancora sulle statue di politici e generali sudisti. Immaginate di andare in Germania, e trovare svastiche o statue di Hitler in piazza.

Chiedete il perché, e vi rispondono così: sono parte della nostra storia, dobbiamo esserne orgogliosi. No, no, no! Gli americani non dovrebbero essere orgogliosi di schiavisti che per quattro anni hanno spaccato il paese a metà, insanguinandolo. Il Sud ha perso sui campi di battaglia, ma ha vinto nei tribunali, legalizzando la segregazione. E poi nelle menti degli americani, dove la propaganda ha instillato la nostalgia per i bei tempi andati, la lotta per la causa persa, e quei personaggi romantici dei soldati confederati. Basta guardare Via col Vento, uno dei film più popolari, che fa vomitare. O Birth of a Nation di Griffith (Nascita di una nazione), che racconta a nascita del Ku Klux Klan, ma Wilson permise di girarlo alla Casa Bianca.

No, non ci siamo mai pentiti. E perciò non siamo redenti. Non siamo capaci di rimediare ai danni orribili che abbiamo fatto, e li perpetuiamo. Non abbiamo mai detto una parola sul genocidio degli indigeni di questo continente. Li abbiamo massacrati, massacrati e poi massacrati. Ci siamo presi la terra, dicendo che era legittimamente nostra. E non si tratta solo dell’America, perché tutto ciò è venuto dall’Europa. Siamo saliti sulle navi e andati alla conquista. Perché noi siamo cristiani, bianchi, superiori, e possiamo fare come vogliamo. Conquistare l’Africa? E perché no? L’Asia, il Sudamerica? Perché no? […]». (Paul Auster “America mia, non sai chiedere scusa”)

2) ITALIA. «Non mi vergogno del passato fascista di mio nonno. Anche se aborro il fascismo, non è questa la vergogna di cui parlo nel mio ultimo libro, Stirpe e vergogna. Ciò che racconto è come i conti con il fascismo non siano mai stati fatti non solo a casa mia, ma anche in Italia. Ciò che spiego, è come i segreti di famiglia, con il passare del tempo, diventino cripte e avvelenino l’esistenza. Ciò che narro è come la vergogna che io, come tanti, ci portiamo dentro sin da bambini, svanisce nel momento stesso in cui si riesce ad avere accesso alla propria storia e alla propria memoria. Lo dice bene Oliver Sacks: «Per essere noi stessi dobbiamo avere noi stessi; possedere, se necessario ripossedere, la storia del nostro vissuto».

Certo, non mi ha fatto piacere scoprire che mio nonno era stato un fascista della prima ora; che nel maggio del 1919 aveva contribuito alla nascita della sezione romana dei fasci di combattimento; che nel 1922 aveva partecipato alla marcia su Roma e a una spedizione punitiva contro la sezione dell’Avanti; che nel 1924, diventato magistrato, era stato il primo pretore in Italia a condannare una banda di minorenni solo perché cantavano Bandiera rossa; che nel 1939, facendo parte della commissione federale di disciplina del Partito Fascista, partecipò alle riunioni di una delle commissioni per il confino. Cresciuta con un padre che mi ha insegnato che il fascismo è il male assoluto e con la voglia di battermi per la libertà e l’uguaglianza di tutte e di tutti, la scoperta del passato di mio nonno non poteva lasciarmi indifferente. Ma il cuore del mio libro non è tanto (o solo) questo. Il punto centrale è il rimosso. Il problema è l’oblio. Quel rimosso e quell’oblio che portano ancora oggi mio padre a negare il fascismo del nonno, e tante persone a credere che gli Italiani, in fondo, siano sempre stati “brava gente”.

Nel 2018, commemorando il Giorno della Memoria, il Presidente Mattarella ha avuto il coraggio di dire chiaramente che le leggi razziali furono la diretta conseguenza di un’ideologia, quella fascista, che si fondava sulla volontà di dominio, l’esaltazione della violenza, l’autoritarismo e la supremazia razziale. Ma quante sono le famiglie italiane che i conti con il fascismo lo hanno davvero fatto? Quante persone hanno dimenticato o rimosso il passato?

Quando c’è rimosso, c’è un trauma. E quando un trauma non viene rielaborato, nonostante si cerchi di mettere un punto e andare a capo, si resta impantanati nel passato. Come scrivo a un certo punto nel mio libro: «Quando non lo si rielabora, il passato ci agisce. Se non si decide di farci i conti, lo si tramanda di generazione in generazione. Quando ci si illude di averlo rimosso, riaffiora. E prima o poi c’è chi, il conto, deve pagarlo». Allora sì, per tornare alla vergogna, è lei che mi ha impedito di diventare madre – avevo paura di non essere all’altezza, di trasmettere ai miei figli il mio male di vivere, di non essere capace, un giorno, di poter spiegare loro che non fosse solo per egoismo che li avessi fatti nascere.

Ma questa vergogna non è affatto legata alla scoperta del fascismo di mio nonno, né tanto meno a un ipotetico legame tra ideologia e genetica, come si è letto su certi giornali – esattamente come non si nasce partigiani ma lo si diventa quando si scelgono i valori della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà, così non si nasce fascisti, ma lo si diventa. Anzi, è proprio nel momento in cui ho fatto luce sul mio passato, che la vergogna è venuta meno. Ma per capirlo, forse, bisognerebbe essere consapevoli del fatto che, fino a quando non si riesce a rielaborare la propria storia, il passato rischia sempre di riacciuffarci, inghiottendoci e spingendoci a ripetere sempre gli stessi errori. (Michela Marzano, Non si nasce fascisti lo si diventa e nella maternità non esiste colpa)

ITALIA, AMERICA. Nell’immagine in testata, il deputato repubblicano Thomas Massie, rappresentante del Kentucky alla Camera, è assieme ai suoi sei familiari, tutti sorridenti davanti all’albero di Natale, mentre imbracciano un’arma d’assalto. Il post pubblicato su Twitter recita: “Merry Christmas! ps. Santa, please bring ammo.” (“Buon Natale! ps. Babbo Natale, per favore porta munizioni in regalo”). Il post ha scatenato una forte polemica negli Stati Uniti, dove le armi sono una piaga sociale.

Condividiamo in pieno l’indignazione e le prese di distanza di democratici e familiari di vittime di sparatorie in USA, che considerano giustamente  “vergognosa” la foto e il relativo messaggio; tuttavia la volgare autenticità della famiglia Massie rimane pur sempre preferibile alla subdola ipocrisia delle tante persone convinte che gli Italiani, in fondo, siano sempre stati “brava gente”. Quante sono le famiglie italiane che i conti con il fascismo lo hanno davvero fatto? Quante persone hanno dimenticato o rimosso il passato? Oppure lo nascondono per ignavia e opportunismo? O che addirittura lo difendono, magari attendendo che il brusio, il mormorio, il sussurro fuori dalla porta diventi tanto forte da essere giudicato – di nuovo – “senso comune” e finalmente agire di conseguenza?

È per loro precisa responsabilità che i conti con il fascismo in Italia non sono mai stati fatti – anche perché la maggior parte di costoro ama mantenersi sotto la confortevole protezione di un nebbioso cono d’ombra. È proprio vero: così come non si nasce partigiani ma lo si diventa, così non si nasce fascisti, ma lo si diventa, indipendentemente da quello che pensavano, facevano o dicevano i nostri nonni: per libera scelta.

P.S. Ogni riferimento a vicende personali, a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è assolutamente voluto.

Il  brano “Sai com’è” (lettera postuma del partigiano Giovanni alla moglie Nori, nome di battaglia Sandra) è stato scritto da Claudio Lolli e musicato da Marino Severini per lo spettacolo “Giovanni e Nori” di Daniele Biacchessi.  Illustrazione di Enzo De Giorgi. In memoria di Giovanni Pesce e Onorina Brambilla. “Sai com’è” è contenuto nell’album Il grande freddo” di Claudio Lolli (2017)

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