Tutto torna

Tutti, al mondo, hanno dei nemici / ma dagli amici Dio ci salvi! / Ah, questi amici, questi amici! / Non senza motivo io li ho ricordati. (Alexandr S. Puškin, Eugenio Onegin)

«Partigiani: ieri assassini infami, oggi infami assassini», ringhia Frank Robusto, striscione di Casa-Pound nella foto profilo Twitter. Poi c’è Vincenzo Laus, cuore nero salernitano. Un’aquila, la mano tesa nel saluto fascista: «Il 25 Aprile è il giorno in cui i vili si proclamarono eroi». Il giorno dei «partigiani scimmie», per dirla con l’ultrà veronese “Hellas Army”, un odiatore che sui social marchia i post non graditi con la stella di David e nello stato ha la scritta hitleriana Gott mit uns. Le parole d’ordine sgorgano dalle rocce melmose della Rete: provocare, boicottare, contestare. O comunque celebrare in modalità contraria. Provare a avvelenare il pozzo della storia. Lo stanno facendo da giorni capi e capetti della destra.

Amministratori, militanti, web-bastonatori, orde di haters alimentati dalle chat e dalla stampa sovranista, che copre le spalle. Un nuovo fronte di estremisti e oscurantisti irrompe spaziando dalla pura propaganda nazionalista agli attacchi più virulenti. Così, dentro e fuori i social, schiuma la rabbia contro il 25 Aprile. Che nel lessico degli agitatori del manganello non è la festa della libertà. Ma «dei morti», dei «traditori». In mezzo, in piena tempesta coronavirus, si apre la crepa della sconsacrazione, il buco nero dell’odio. Obiettivo: infangare la festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Cavalcando il momento più delicato attraversato dall’Italia dal dopoguerra. Come? Anzitutto cercando di impallinare il brano-simbolo del 25 Aprile, il canto dei partigiani. Quello che per i fascisti, in fondo, «finisce bene…», anzi «benissimo», perché alla fine «il partigiano muore». (Paolo Berizzi – la Repubblica, 21 aprile 2020)

Rieccoli qua: sono tornati! Tornati? Sbagliato, non sono tornati. Per il semplice motivo che non sono mai andati via. Chiunque voglia leggere la storia della nostra Repubblica senza gli occhi foderati dal loro scadente prosciutto ideologico può facilmente rendersene conto. Infatti:

«La scelta della «rottura» fra lo Stato e la Resistenza si manifestò sul piano fattuale attraverso: il fallimento consapevole dell’epurazione: la «mancata Norimberga» nazionale, ovvero la mancata celebrazione dei processi per i crimini di guerra italiani all’estero e per quelli dei nazifascisti in Italia; la promulgazione di un’amnistia, concertata fra i grandi partiti e strettamente connessa con la cesura storica del referendum istituzionale monarchia/repubblica; il reintegro del personale fascista nei gangli dello Stato (in particolare negli apparati di forza), sostenuto dalle disposizioni della «legge di clemenza» del 7 febbraio 1948, firmata dal sottosegretario alla presidenza Giulio Andreotti e dal ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Grassi; il rinvio, protrattosi per un decennio, nell’attuazione di istituti fondamentali della Costituzione come la Corte Costituzionale, il Csm o il Cnel; l’offensiva antipartigiana, manifestatasi prima con l’«epurazione al rovescio» (cioè con l’allontanamento dai corpi di pubblica sicurezza e dell’esercito) e poi con i processi istruiti contro migliaia di partigiani; infine con l’omissione della celebrazione pubblica della Resistenza, interrotta soltanto con il celebre discorso del presidente della Camera Giovanni Gronchi, che pochi giorni dopo sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica.

La continuità dello Stato si articolò come un processo tutt’altro che statico in seno alle istituzioni, e attraverso i suoi interpreti politici ed economici (nazionali e internazionali) determinò il rapporto storico dell’Italia con il suo passato recente, operando paradossalmente, in particolare nel primo decennio repubblicano, una rottura più profonda con la Resistenza piuttosto che con l’eredità del regime fascista. […]

…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che se sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia.» (Davide Conti: Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi, 2017)

Si tratta di uomini che, organici al fascismo e operanti in seno alle sue strutture più repressive, non solo non vennero sottoposti a processo o epurati o estradati, ma soprattutto vennero reinseriti negli apparati dello Stato postfascista, diventando questori, prefetti, capi dei servizi segreti, ministri della nuova Repubblica coinvolti nei principali eventi del dopoguerra: il referendum del 2 giugno; la strage di Portella della Ginestra; la riorganizzazione degli apparati di forza anticomunisti e la nascita dei gruppi coinvolti nel «golpe Borghese» e nel «golpe Sogno» del 1970 e 1974. Il loro reinserimento diede corpo a quella «continuità dello Stato» che rappresentò una pesante ipoteca sulla storia repubblicana. Nonché una vera e propria rete di protezione occulta ma efficacissima per tanti violenti squadristi che non hanno mai risposto dei loro atti criminali.

Non mancano di certo i casi concreti. Per fare un solo esempio, abbiamo scritto in passato di colui che fu oggetto di interrogazione parlamentare da parte del senatore Umberto Terracini. Quel certo «…messere, già noto e malfamato squadrista che, tra il 1920 e il 1924, aveva perpetrato numerosi assassini in provincia di Lucca e di Pisa, andandone non soltanto indenne, ma raccogliendone anzi larga messe di ricchezze e onori. Ma successivamente, pienamente inquadrato nei quadri del regime fascista, egli aveva commesso l’errore di uccidere anche la sua amante, squartandone poi il cadavere rinchiudendolo poi in un baule dato infine alle fiamme.

Nonostante la sua divisa di orbace, il messere dovette allora essere arrestato, trascinato davanti ai Tribunali e, per questo orribile e nefando delitto, condannato a dieci anni di reclusione, che aveva scontato regolarmente nella casa di reclusione di Noto. Ma nel 1943, liberato per pena scontata, il figuro rapidamente riguadagnò la Toscana occupata dai tedeschi al cui servizio si mise facendosi denunciatore e consegnando ad essi numerosi cittadini colpevoli di lottare inquadrati nelle formazioni della Resistenza contro i nazisti e contro i repubblichini. Tra l’altro è comprovato che ebbe a consegnare ai tedeschi Sisto Longa, già nei 40 giorni del governo di Badoglio sindaco di Guardistallo, provocandone l’immediata fucilazione.

Nel 1944 il figuro scompare, pare rifugiato in Argentina. Ma, con inaudita temerarietà e probabilmente già forte delle complicità che poi gli avrebbero permesso di vivere indisturbato in Roma per oltre 17 anni, nel 1947 ritorna in Italia, prende sede in questa città, vi affitta un elegante alloggio in via Tuscolana dove se la passa tranquillamente e in agiatezza fino a quando nel 1965 non la giustizia umana, ma, se c’è, la giustizia celeste lo colpisce definitivamente […] Si dirà che per la polizia era molto difficile scoprire la vera identità dell’Alessandro Carosi. In realtà le difficoltà erano assai modeste. L’uomo dal falso nome, infatti, aveva una famiglia che viveva sotto il suo vero nome. Un figlio era ed è maresciallo di carriera nell’arma dei carristi. Ora, si sa con quanta meticolosità, spesse volte esasperante, l’autorità militare indaga su chi aspira ad entrare non solo nel corpo degli ufficiali ma anche dei sottufficiali.

Ed ecco che il figlio di un assassino, lordo di sangue di tanti antifascisti e ricercato per un brutale ignobile delitto comune, è stato accolto nell’esercito e vi ha percorso i gradi senza che nessuno si accorgesse di alcunché. E questo sebbene questo figlio avesse frequenti rapporti col padre. Per trovare il padre, ricercato da 17 anni, sarebbe stato sufficiente seguire il figlio; magari anche soltanto interrogarlo, facendo appello alla sua lealtà di sottufficiale dell’esercito repubblicano. […] (Sen. Umberto Terracini – resoconto stenografico dell’interrogazione svolta nella 296^ seduta della IV legislatura, 14 maggio 1965)

Sia chiaro, anche nelle nostre cerchie familiari si contano progenitori i cui curriculum vitae riportano attivismi vari al servizio della drammatica vicenda mussoliniana. Tantissime persone hanno contribuito a questa tragedia, anche in buona fede. La malafede consiste semmai  nel millantare presunte discriminazioni ai danni dei loro eredi nell’attuale società. È palesemente falso che “le colpe dei padri ricadono sempre sui figli”: la società civile ha infatti disposto che la responsabilità è personale. Se i padri hanno “peccato” saranno solo loro a dover pagare e nessun altro. Principio che è invece ampiamente disatteso dalle dittature come quella fascista, così come quello della libertà di pensiero e di parola di cui anch’essi godono in democrazia.

Diverso il caso di coloro che oggi assolvono a prescindere i loro avi; oppure ne condividono i principi, il pensiero e le azioni; o magari anche i privilegi e i vantaggi di posizione. È un fatto risaputo che malfattori di ogni specie e di ogni epoca hanno sempre disseminato sul loro percorso narrazioni mitologiche e auto-assolutorie, illusorie giustificazioni di moralità distorte, ineluttabili quanto la bava sul cammino della lumaca. D’altra parte ogni scelta consapevole comporta un prezzo da pagare, e il silenzio è la peggiore tra le scelte. Inutile discettare e discutere sui dettagli più insignificanti delle cornici, quando poi si preferisce sempre il quadro più convenzionale, limitandosi ad adeguarsi. L’ignavia, unita al conformismo familistico o tribale, può risultare abbagliante per ognuno.

Anche per la persona che – qualunque nome abbia il fantasma che gli ha suggerito un simile delirio – riferendosi ad Alessandro Carosi e al sottoscritto, ha messo nero su bianco quanto segue: «[…] Una parentesi è d’obbligo: vorrei tranquillizzarti sul paventato rischio di eliminazione fisica nei tuoi confronti, da parte dello squadrista assassino. Io non l’ho conosciuto personalmente, ma per quanto ne so credo che non ti avrebbe minimamente considerato. Sono convinto che avrebbe potuto ritenere un avversario da eliminare chi si fosse posto apertamente in contrasto con lui, non chi come hai fatto tu, non affronta direttamente i problemi con l’interessato [una terza persona, N.d.R.] ma più vilmente diffonde le sue convinzioni, giuste o sbagliate che siano, denigrandolo pubblicamente. […]» (lettera firmata – 2 agosto 2017)

Il familismo amorale descrive la cultura di chi si sente assediato da un mondo esterno minaccioso e oppressivo, e si difende legandosi  e difendendo i soli rapporti che può controllare (e da cui è controllato): quelli della famiglia. Direi che ci siamo. Noi tutti, a poco a poco e in qualche modo, nella vita abbiamo imparato qualcosa. Come disse don Abbondio a Federigo Borromeo: “… avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare”. Poi capita spesso che il bue dica cornuto all’asino.

Resta il fatto che le derive contro le quali hanno combattuto i partigiani non sono vergogne irripetibili, ma rischi sempre attuali: «Tutto questo è accaduto, quindi può accadere di nuovo [….] Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti [i nazisti SS – N.d.R.]. Ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro le loro responsabilità sta quella grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le “belle parole” del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico», scriveva Primo Levi. (I sommersi e i salvati – Einaudi, 2007)

La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura causò 17 morti e 88 feriti e fu considerata «la madre di tutte le stragi. Al tempo i fascisti di Ordine Nuovo facevano quello che volevano in Italia con la protezione dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, che avevano già programmato attentati e stragi, costruendo le false prove a carico di Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda, assolutamente innocenti.

«…quando scoppiò la bomba, la Milano insorta del 1945 era molto cambiata. La città medaglia d’oro della Resistenza, che aveva ancora come sindaco socialista in un’Italia democristiana il partigiano Aldo Aniasi, aveva però come questore un certo Marcello Guida. Incredibile, ma vero. Marcello Guida era stato un alto funzionario fascista, addirittura il direttore del carcere di Ventotene in cui Pertini e buona parte dell’antifascismo italiano erano stati rinchiusi e vessati. Era il Signor Questore, Sua Eccellenza il Questore, l’uomo che la sera del 12 dicembre organizzò la grande retata degli anarchici e che ai giornalisti fece capire che la mente della strage era l’editore Giangiacomo Feltrinelli; lo stesso che la notte del 16 dicembre 1969 poteva permettersi, in Questura, di intrattenere i giornalisti e affermare: “Pinelli è stato coerente con i suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso si è tolto la vita”.

Marcello Guida conosceva gli anarchici; nella sua carriera di commissario di polizia ne aveva imprigionati centinaia, i suoi uomini li avevano torturati con pestaggi e olio di ricino. Nominato direttore della “colonia di confino politico” del carcere di Ventotene, istituì per loro una speciale sezione. Il 25 luglio 1943, quando il regime crollò e i detenuti politici del fascismo vennero liberati, Marcello Guida si rifiutò di liberare gli anarchici; e fu proprio Pertini a darsi da fare per trovare per loro una via di fuga da Ventotene. Fu la bomba di Piazza Fontana a far incontrare di nuovo Guida e Pertini [Pertini rifiutò di stringergli la mano, N.d.R.]: e sarà una delle storie chiave nella biografia della bomba…» (Enrico Deaglio)

(Chi fosse assetato di verità in proposito può avvalersi tra l’altro di: Enrico Deaglio: La bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana – Feltrinelli, 2019; Benedetta Tobagi: Piazza Fontana. Il processo impossibile – Einaudi, 2019.)

Ed ecco, allora: «[…] Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.[…] Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. […]» (Pier Paolo Pasolini: “Cos’è questo golpe? Io so“, 1974.

«… Io ho paura che questa nostra libertà si disperda nei compromessi, nelle lotte politiche non sempre pulite. Le notizie che a tal proposito si hanno dal sud mi intristiscono. Mi sembra che si rimettano i destini della libertà nelle mani di coloro che al fascismo non hanno opposto che una ben miserevole resistenza. […] Quelli che non hanno mai preso posizione sono i veri e permanenti nemici della libertà. Basterà un niente per farli ridiventare fascisti. So che molti dei miei amici di ieri  saranno tra questi e la cosa mi avvilisce...». (Giovanni “Gianni” Palmieri all’amico Luciano Bergonzini, primavera 1945. Dal documentario di Paolo Soglia e Lorenzo K. Stanzan “The forgotten front. La Resistenza a Bologna“)

Per quanto riguarda la cronaca politica attuale, l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini strizza l’occhio a Forza Nuova. Alla fine, come si vede, tutto torna.

Nelle prime due immagini in alto, lapidi commemorative della strage nazifascista “di Marzabotto” nel cimitero di Monte Sole.

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