Una banana a Testa

Chicco Testa, pseudonimo di Enrico Testa (Bergamo, 5 gennaio 1952), ex politico, manager, già segretario nazionale e presidente di Legambiente ed ex presidente di Enel, è stato alla guida di diverse società e interviene su vari quotidiani italiani. Sul Foglio Quotidiano del  18 settembre scorso – per esempio – è uscito un suo lungo articolo dal titolo significativo: “Gli integralisti dell’ecologismo – Salvare il pianeta significa innovare e guardare avanti, non rottamare gli ultimi 50 anni di benessere. Riflessioni sui danni creati dal catastrofismo ambientalista. Un libro.” Leggiamo alcuni stralci da questo articolo:

«La natura è una grande macchina che produce vita e morte. Fa nascere e fa morire. Tutto: dal piccolissimo al grandissimo. Dai batteri alle galassie. Si nasce e si muore ed è solo una questione di tempo. Ottant’anni e rotti per un uomo o una donna occidentali (in media), 4,5 miliardi di anni (da adesso) per il Sole (tanto per fare un esempio). Da questa macchina abbiamo molto da imparare e molto da capire. Ma non è una macchina né giusta, né buona, né bella. Questi sono giudizi e proiezioni umani. La natura di noi non si cura. Va avanti e basta. E quando la si usa per giustificare comportamenti, giudizi e valori si producono errori e talvolta tragedie. La lunga storia della specie umana è contraddistinta invece dagli sforzi continui per superare i limiti imposti dalla natura. E’ un lungo viaggio dal naturale all’artificiale. E lo abbiamo fatto grazie alla nostra intelligenza e soprattutto alle tecnologie sempre nuove di cui disponiamo. […]

Non sarà certo tornando indietro verso un ipotetico e irrealizzabile stato di natura che risolveremo i nostri problemi. Stiamo verificando in questi giorni che cosa significa la decrescita. Il coronavirus ha anche portato alla luce antichi tic culturali che attraversano le varie famiglie ideologiche italiane. Secondo stravaganti teorie, il mondo non si è ammalato ora. Il mondo era ammalato prima e l’epidemia non è altro che la conseguenza di queste antiche malattie preesistenti. Onestamente la situazione che stiamo vivendo non mi rende più critico rispetto al passato. Il coronavirus non aiuta a risolvere i problemi. Li aggrava. E invece, in molti commentatori emerge un disprezzo per il mondo che c’era che può essere spiegato solo con un furore ideologico che ottenebra la mente. La vita in queste settimane è peggiorata per tutti e ancor più per le fasce più deboli. Poveri, anziani, famiglie numerose dotate di abitazioni insufficienti. Eppure mai tante volte il binomio crisi/opportunità è stato citato come in questa e lunga fase. Ma l’idea che i cambiamenti positivi avvengano attraverso le crisi non è né particolarmente vera né particolarmente attraente. A me risulta il contrario. Che è durante i periodi di crescita economica e di benessere che si migliora e le innovazioni aumentano la qualità della nostra vita. Com’è avvenuto negli ultimi settant’anni della nostra storia. […]

Non c’è un solo ambientalismo, ma tanti e diversi fra di loro. Alcuni molto, molto dannosi. E’ percorribile per esempio la strada di una drastica limitazione o addirittura di un’inversione di marcia della crescita economica come antidoto ai problemi ambientali che dobbiamo affrontare? Proprio le recessioni di questi anni, prima quella del 2007-2013 e poi quella del 2020 ci hanno consentito di verificare sul campo le conseguenze disastrose della decrescita e di una recessione economica prolungata. Per una semplice ragione: le recessioni hanno effetti devastanti sul tessuto sociale, creano milioni di disoccupati, aumentano la povertà e riducono la coesione sociale. Qualcuno forse può gioire (è quello che in effetti è successo) per qualche miglioramento ambientale conseguente al rallentamento delle attività economiche e della mobilità. Ma se il mondo riprende a crescere la situazione ex ante si ripristina in breve tempo, come è successo dopo la crisi del 2007-2013. E se questo non succede le preoccupazioni ambientali passano in secondo piano, messe fuori scena da pressanti preoccupazioni economiche. La decrescita e la povertà sono i veri nemici da combattere. Ed è necessario incorporare nella soluzione dei problemi ambientali anche la soluzione dei problemi sociali. […]

Due personaggi fra di loro diversissimi hanno impresso un’accelerazione impressionante alla diffusione delle preoccupazioni ambientali. Papa Francesco, un empatico gesuita a capo della chiesa cattolica, e Greta Thunberg, un’adolescente svedese, dall’aspetto mite e indifeso. Hanno lanciato messaggi potentissimi amplificati enormemente dai media di tutto il mondo. Hanno contribuito, si dice, alla crescita della coscienza ambientalista e questo sarebbe un fatto positivo in sé. Non sono sicuro di essere completamente d’accordo. Non sottovaluto affatto la spinta che essi hanno determinato, ma è la direzione di questi messaggi che non mi convince e ho constatato troppe volte come messaggi animati dalle migliori intenzioni, ma rivolti nella direzione sbagliata, finiscano per essere controproducenti.

Di Greta non condivido la disperazione contenuta nel suo messaggio. Una sorta di condanna definitiva del mondo contemporaneo, che dimentica completamente gli enormi benefici che gli ultimi cinquant’anni hanno portato alla specie umana. […] Quello di Greta appare come un urlo disperato che, preso alla lettera, conduce a una regressione senza fine.

Un’altra voce potente che in questi anni ha contribuito a richiamare l’attenzione sui problemi ambientali è stata quella di Papa Francesco. […] Persino alcuni secoli dopo il processo a Galileo e la riabilitazione, avvenuta solo nel 1992, nella sua enciclica “Laudato si’” vi è ancora una condanna del metodo scientifico sperimentale che viene definito come “una tecnica di possesso, dominio, trasformazione”. Di conseguenza, secondo Francesco, “l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano diventando invece dei contendenti”. Le cose? La guerra con le cose? Si tratta di un linguaggio magico, sia dal punto di vista teologico sia da quello scientifico. Natura e ambiente usati come sinonimi, quando non lo sono per niente. La natura è una realtà sconfinata per dimensioni fisiche e temporali, dotata di dinamiche ancora non del tutto comprese. L’ambiente a cui ci riferiamo riguarda una realtà parziale e a noi molto più vicina.

Dovremmo avere più fiducia nel futuro e in noi stessi. Nella nostra specie. Rimuovendo prima di tutto dal nostro orizzonte quel catastrofismo pessimista che ci impedisce di decidere razionalmente, e ci fa inseguire soluzioni propagandistiche, e placebo per i nostri sensi di colpa. I tempi di nascita e di propagazione delle innovazioni tecnologiche si stanno sempre più accorciando e stanno incorporando la sostenibilità ambientale e un basso consumo di risorse naturali. Abbiamo a disposizione un set di tecnologie potentissime che potrebbero nell’arco di qualche decennio modificare profondamente i nostri assetti produttivi e la nostra vita sociale. […]» (Chicco Testa – il Foglio Quotidiano, 18 settembre 2020)

Ci fermiamo qui; tuttavia, se questa è l’introduzione al libro (Elogio della crescita felice. Contro l’integralismo ecologico – Marsilio, 2020) da parte del suo autore, non è certo necessario condividere (in toto, in parte o in nulla) la teoria della  “decrescita felice” di Latouche per domandarsi: «Ma quale stravagante motivo può aver convinto una importante casa editrice come la veneziana Marsilio a pubblicare un simile concentrato di luoghi comuni e banalità (nonché falsità)?» Perché di questo si tratta: qui siamo ancora fermi alla cieca fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”, alla ragione come facoltà umana sviluppata e conquistata col progresso e genitrice di progresso.

Un pensiero davvero poco innovativo, diremmo anzi: conservatore. È come se Auschwitz, i gulag stalinisti, le bombe atomiche, i saccheggi e i genocidi colonialisti (Congo, delta del Niger e mille altri), l’imperialismo economico e finanziario, la devastazione della foresta amazzonica, l’irreversibile scioglimento dei ghiacci polari e chi più ne ha più ne metta, non abbiano insegnato nulla sulla “nostra specie” e non si dovessero nemmeno citare; perché tanto “abbiamo a disposizione un set di tecnologie potentissime che potrebbero nell’arco di qualche decennio modificare profondamente i nostri assetti produttivi e la nostra vita sociale.” Tutto il resto per lui non sarebbe altro che “catastrofismo ambientalista”, che crea seri danni e tra l’altro mette di cattivo umore prima di prender sonno. Se non è follia questa…

E pensare che perfino la NATO ha scelto “il fronte verde“:

«I cambiamenti climatici hanno importanti ricadute securitarie », spiega l’ambasciatore presso la Nato Francesco Talò, «sono un moltiplicatore di alcune sfide». Il rappresentante italiano all’Alleanza identifica un duplice aspetto: «Da una parte c’è l’impatto del surriscaldamento globale sulla nostra sicurezza, dall’altro quello dei nostri dispositivi di sicurezza sull’ambiente». Per il diplomatico «in un’alleanza di democrazie occorre aver sempre presente il sentire delle nostre opinioni pubbliche. Oggi è più facile vedere la gente scendere in piazza per l’ambiente piuttosto che per altre ragioni. La verità è che ambiente e pace vanno di pari passo: in aree devastate dalla guerra la natura è distrutta, in regioni nelle quali l’ambiente è devastato da fenomeni come la desertificazione si possono innescare migrazioni di massa che generano profonde forme di instabilità». (Alberto D’Argenio – la Repubblica, 19 settembre 2020)

Albert Einstein ci ha ricordato molto tempo fa che “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato“. Chicco Testa non sembra concordare. Tuttavia:

«Noi italiani quando le cose vanno male, e accade sovente, ci autoumiliamo definendo il nostro Paese “la Repubblica delle banane”. Qualche giorno fa però è stata proprio una banana a darci motivo di orgoglio e soddisfazione. Parlo chiaramente della già strafamosa banana di Maurizio Cattelan, che adesso è entrata a far parte della collezione del Guggenheim di New York, grazie alla “generosità” di un anonimo donatore che pare sia anche quello che possiede America, l’altra famosa opera dell’artista italiano, il cesso d’oro massiccio, che invece il proprietario, visto il prezzo dell’oro, si tiene ben stretto. Mi si dirà che il fatto che una banana non solo sia considerata un’opera d’arte, ma che faccia pure parte della collezione di un prestigioso museo dovrebbe essere motivo di vergogna e non di orgoglio. In realtà, al di là del giudizio e dell’opinione su Comedian – il titolo dell’opera – da un punto di vista artistico, la banana di Cattelan nella sua essenziale e solo apparente stupidità ci ha portato a riflettere, in anticipo sulla pandemia, sugli eccessi di un mondo e di una società che si sentiva invincibile e onnipotente e che si è ritrovata in ginocchio per colpa di un nemico invisibile e apparentemente imbattibile.

La banana di Cattelan è anch’essa un virus, innocuo per fortuna, che però ha messo in ginocchio le certezze di un materialismo che ci ha fatto perdere di vista il pensiero, le idee, lo spirito. Cattelan, anche se forse non lo sa nemmeno lui, non è un artista, ma un grande filosofo contemporaneo e, se la filosofia classica usa il linguaggio delle parole, quella contemporanea per essere più efficace usa il linguaggio delle immagini. Chi pensa che il Guggenheim si sia fatto prendere in giro dall’artista ricoprendo di ridicolo la propria reputazione sbaglia di grosso. Decidere di far entrare dentro la collezione di un museo una banana e un pezzo di nastro adesivo, anziché una scultura o un dipinto, significa avere il coraggio di riportare all’attenzione del mondo il valore del pensiero e delle idee che sono alla base di ogni attività umana e del progresso dell’umanità.

Per mezzo secolo, sempre più ossessionati dal valore delle cose, avevamo perso – fino alla devastazione del Covid – la memoria del valore dell’immaginazione e dell’economica semplicità del pensiero. Grazie o meglio per colpa dei social ci siamo sempre più presi sul serio, perdendo di vista la serietà del vivere. La banana di Cattelan, arte o non arte che sia, ci risveglia facendoci capire che è più importante prendere la vita sul serio, anziché solo e solamente noi stessi. Mentre un grande museo americano celebra questa serietà, l’Italia è ancora in tempo – oltre che a festeggiare i sessant’anni del suo artista più famoso al mondo – a onorare l’unica banana di cui la Repubblica può davvero essere fiera.» (Francesco Bonami – la Repubblica, 24 settembre 2020)

Qualcuno porti a Chicco Testa una buona banana, prima che qualcuno se le mangi tutte.

Nel video: il performer americano David Datuna l’8 dicembre 2019 ha mangiato la banana di Cattelan esposta all’Art Basel Miami Beach in Florida – Nella illustrazione sopra: Andy Wharol, Banana, 1966.

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