Una voce solitaria

«Tanworth-In-Arden è un piccolo villaggio nella campagna inglese, a due ore d’auto a nord di Londra. Una dimenticata terra di boschi e colline, di verde e di grigio, che per un gioco del destino gli appassionati di folk rock conoscono bene. Lì, nel piccolo cimitero del paese che lo ha visto crescere e morire, riposa Nick Drake, una delle grandi voci solitarie della scena inglese. È lì dal giorno della sua morte, 25 novembre 1974, avvolto nel mistero delle sue ultime ore e dalla piccola magia che le sue canzoni sanno ancora suscitare. Sono poche, pochissime, neanche tre ore di musica: tre asciutti album pubblicati fra il 1969 e il 1972 più qualche provino rimasto inedito e recuperato negli anni ’80, quando il culto per Drake portò l’etichetta del suo scopritore Joe Boyd ad allestire un cofanetto con l’opera omnia. Eppure, intorno a quella trentina di brani e alle poche informazioni che negli anni sono filtrate su quella sfuggente personalità, ruotano ancora emozioni e passioni. È il mito antico dell’eroe che muore giovane e innocente; ma è anche la storia di una voce fragile e sottile che sdegnosamente rifiuta il volgare mondo della celebrità e parla a bassa voce, per pochi intimi, cercando nella quiete e nella solitudine una difficile via di saggezza.

Nick Drake era nato in Oriente, a Burma, ma era cresciuto fin dai più teneri anni nella campagna di Tanworth-In-Arden e di Stratford. Quel paesaggio quieto e triste ne aveva modellato il carattere e i gusti musicali, portandolo subito verso il folk e la ballata intimista per sole voce e chitarra. Poco più che ventenne si era fatto notare nella scena di Cambridge, l’equivalente del Village per il folk britannico, e aveva suscitato entusiasmo in molti, così da trovare senza fatica un contratto discografico. Ma quell’inizio facile era stato un’illusione. Il disco che aveva subito inciso, FIVE LEAVES LEFT, e anche il seguito di lì a un anno, BRYTER LAYTER, erano caduti nella più completa indifferenza, gettando l’autore nello sconforto. Erano canzoni bellissime ma forse troppo delicate, così lontane dal gusto corrente e anche dai modelli di folk d’autore che pure avevano un mercato in quegli anni.

Cartigli trasparenti, miniature quasi invisibili, acquerelli che il primo scroscio d’acqua poteva cancellare alla vista. Drake oltretutto non sapeva esibirsi dal vivo, era troppo timido e come geloso dell’intimità di quei brani; e, senza quel veicolo di promozione, le sue canzoni potevano circolare solo per il tam tam di qualche ascoltatore folgorato o per le buone parole dei critici più attenti. Troppo poco per costruirci “una carriera” o anche solo una soddisfacente storia. Dopo BRYTER LAYTER, Drake cadde in depressione e accentuò ancor più i lati sfuggenti e stravaganti del suo carattere. Pensò di ritirarsi, poi fece un estremo sforzo di volontà e in due notti di lavoro solitario, alla presenza solo del tecnico del suono, registrò quello che per molti versi è il suo testamento, PINK MOON, un disco malinconico e straziato, quasi senza speranza. Anche quel messaggio cadde nel vuoto. Drake si ritirò allora nella casa dei genitori a Tanworth-In-Arden e passò due anni in solitudine, curandosi con antidepressivi e cercando un senso a quella vita che la musica non sapeva illuminare come avrebbe voluto. Nell’estate del 1974 fece un viaggio in Francia che sembrò sollevarlo, alla ricerca di Françoise Hardy, la celebre cantante pop che aveva mostrato interesse per il suo lavoro. Nessuno sa se riuscì veramente a incontrarla o se fu l’ennesima delusione della sua vita.

È uno dei tanti misteri della vita di Nick Drake: come le sue ultime canzoni, chissà quanto casuali o sistemate invece in un ordinato disegno di album nuovo, e come la stessa morte. Fu la madre a scoprirlo immobile nel letto, la mattina del 25 novembre 1974. Il suo corpo aveva ceduto dopo l’ingestione di una dose eccessiva di Tryptizol, un farmaco antidepressivo che Nick assumeva regolarmente. Il medico legale parlò nel suo verdetto di “probabile suicidio” ma sono in molti ancora oggi a pensare a un semplice errore di dosaggio. Nessuno saprà mai. Sul comodino Drake aveva Il mito di Sisifo, di Albert Camus, sul giradischi una copia dei Concerti brandeburghesi di Bach. Segnali in codice, chissà, o solamente il caso. La pioggia batte sottile sulla lapide ormai coperta di muschio, in quel piccolo cimitero di campagna.» (da Storia leggendaria della musica rock – di Riccardo Bertoncelli, con Gianni Sibilla – Giunti, 2016)

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